”L’editoria è un business strano: se lo fai per soldi, di solito li perdi; se lo fai per passione, finisci per perderli comunque, ma almeno sai perché.”
— Indro Montanelli
L’epilogo di una dismissione annunciata
Nel panorama industriale italiano contemporaneo, la notizia che John Elkann stia progressivamente portando a termine il disimpegno da GEDI rappresenta l’ultimo atto di una strategia di riposizionamento che ha trasformato radicalmente il volto del capitalismo nazionale. Non si tratta di una semplice transazione finanziaria, ma del punto di arrivo di un processo di “de-italianizzazione” e semplificazione del portafoglio di Exor. Dopo aver venduto asset storici e smantellato pezzi pregiati dell’industria automobilistica, la parabola dell’editoria segue un copione già scritto: la massimizzazione del valore residuo prima dell’uscita definitiva.
La “farsa” del milione di auto: promesse vs realtà
Il disimpegno di Elkann dall’Italia non è solo editoriale, ma strutturale, e poggia su quella che molti oggi definiscono apertamente come la “bugia del milione”. Per anni, i vertici di Stellantis hanno rassicurato il governo e i sindacati sbandierando l’obiettivo di una produzione nazionale di 1 milione di vetture all’anno. I dati del 2025 hanno definitivamente smascherato questa narrazione: la produzione complessiva in Italia è crollata sotto la soglia drammatica delle 380.000 unità (tra auto e veicoli commerciali), tornando ai livelli del 1955.
Mentre Elkann rassicurava i tavoli ministeriali, i modelli più redditizi e le piattaforme elettriche venivano sistematicamente assegnati agli stabilimenti francesi, serbi o magrebini. La promessa del milione di auto è stata, di fatto, il “narcotico” utilizzato per gestire gli ammortizzatori sociali e il silenzio della politica mentre il cuore manifatturiero di Mirafiori, Cassino e Melfi veniva svuotato.
L’asse Atene-Riad: chi è Theodore Kyriakou
L’uomo forte della trattativa per la Repubblica e le radio è l’armatore greco Theodore Kyriakou (Antenna Group). La sua figura è controversa per i solidi legami con il fondo sovrano dell’Arabia Saudita. L’obiettivo è creare un polo mediatico che colleghi l’Europa al Medio Oriente, trasformando una testata storica della sinistra progressista in un megafono geopolitico. Kyriakou è interessato al brand e alle radio, non alla storia sociale del gruppo, confermando la deriva di un giornalismo che non è più servizio pubblico ma pedina di scambio.
Lo sfacelo di GEDI e la rivolta de La Stampa
Per La Stampa, il destino è ancora più amaro: Elkann ha avviato trattative in esclusiva con il Gruppo SAE, lo stesso che ha rilevato le briciole dei quotidiani locali. Per il giornale torinese, che fu la “voce del padrone” negli anni d’oro della FIAT, si prospetta un declassamento a quotidiano regionale. I comunicati dei giornalisti descrivono un clima di umiliazione: Elkann è accusato di aver svenduto non solo i giornali, ma la memoria storica dell’informazione italiana, trattando le redazioni come stabilimenti da dismettere esattamente come le linee di produzione di Grugliasco.
Un’eredità senza eredi
L’uscita di scena di Elkann lascia un Paese più povero di industria e di pluralismo. Il “metodo Elkann” — vendere, smantellare, incassare — ha ridotto l’Italia a una periferia della holding Exor. Se Repubblica finirà ai greci e La Stampa sarà regionalizzata, si chiuderà definitivamente l’era in cui la proprietà industriale si sentiva responsabile della crescita culturale del Paese. Resta solo una scia di promesse non mantenute e un milione di auto che non vedremo mai.
