Di Carlo di Stanislao 

​«La politica è l’arte del possibile, l’economia è l’arte del necessario.»

— Otto von Bismarck

 

​Un governo forte e politicamente coeso costituisce un presupposto fondamentale per la stabilità istituzionale, ma da solo non basta a garantire lo sviluppo di una nazione se l’apparato produttivo rimane incatenato a fragilità di fondo. Il recente Documento programmatico di finanza pubblica, presentato per tracciare il quadro macroeconomico pluriennale e definire l’evoluzione dei conti nel triennio a venire, prefigura una manovra di bilancio per i prossimi anni improntata alla massima prudenza. Il testo rispetta rigorosamente i parametri stabiliti dai trattati europei, posizionandosi lontano da tentazioni demagogiche o espansive tipiche dei periodi pre-elettorali. Ciononostante, la bassa crescita e l’elevato debito pubblico continuano a rappresentare le zavorre storiche del sistema Italia, proprio mentre turbolenze sui mercati finanziari internazionali scuotono l’area euro.

​Prospettive macroeconomiche e il nodo del debito

​Nel breve termine, il quadro delineato dalle stime ufficiali presenta alcuni segnali moderatamente positivi per l’andamento del Prodotto interno lordo. Il Pil italiano, la cui crescita per l’anno in corso era stata stimata inizialmente più contenuta, mostrerà un leggero miglioramento grazie ai trascinamenti positivi accumulati nei trimestri precedenti. Tuttavia, questo spunto dinamico è destinato a esaurirsi rapidamente: a partire dal prossimo anno l’Italia tornerà a muoversi a ritmi modesti, collocandosi in una fascia di costante rallentamento che la posiziona tra le economie a più lento sviluppo dell’intero continente.

​Parallelamente, la traiettoria della finanza pubblica mostra margini di manovra ridotti e un’eredità complessa con cui fare i conti. Il rapporto tra debito e prodotto interno lordo si conferma su livelli estremamente critici nel breve periodo, posizionando l’Italia ai vertici dell’eurozona per indebitamento relativo, preceduta soltanto dalla Grecia e ben al di sopra dei livelli della Francia. I valori sono destinati ad aumentare leggermente prima di stabilizzarsi, mentre una parabola discendente si intravedrebbe soltanto nell’ultima parte del decennio, per assestarsi comunque su livelli ben superiori alle medie europee.

​Lo slogan scelto per celebrare la longevità dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni si scontra dunque con un’evidenza complessa. L’osservazione dei dati suggerisce che la continuità politica di questi anni non si è tradotta automaticamente in un rafforzamento strutturale dell’apparato economico. Nonostante le rassicurazioni, il Paese permane in una condizione di forte esposizione finanziaria.

​La grande occasione del Pnrr e la trappola della produttività

​Questa debolezza appare ancora più evidente se rapportata a un contesto storico del tutto eccezionale: la disponibilità dei fondi europei legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Con una dotazione imponente rispetto al Pil complessivo, l’Italia è stata la maggiore beneficiaria delle risorse straordinarie introdotte dall’Unione Europea per fronteggiare le conseguenze economiche della pandemia.

​Il Piano ha indiscutibilmente impresso una spinta ad alcuni ambiti specifici, favorendo l’apertura di cantieri, l’avanzamento dei processi di digitalizzazione e l’avvio di riforme amministrative, della giustizia e della concorrenza. Ciononostante, l’efficacia a lungo termine solleva importanti interrogativi:

  • ​Capacità di spesa contro allocazione efficiente: L’attenzione istituzionale si è focalizzata quasi esclusivamente sul rispetto delle scadenze e sull’assorbimento quantitativo dei fondi, trascurando la qualità strategica e la capacità degli investimenti di generare valore permanente.
  • ​Assenza di riforme strutturali decisive: Non sono stati del tutto rimossi i nodi burocratici e sistemici che da decenni frenano il potenziale di sviluppo.
  • ​Mancata trasformazione del potenziale: È sfuggita l’opportunità di innalzare in modo strutturale e duraturo la produttività del sistema Paese, trasformando una liquidità temporanea in crescita autosostenibile.

​Mercato del lavoro tra crescita quantitativa e sofferenza salariale

​L’elemento di maggiore tenuta dell’ultimo periodo riguarda indubbiamente i dati occupazionali. Secondo le rilevazioni ufficiali fornite dall’Istat, la platea dei lavoratori ha raggiunto livelli record, con un tasso di occupazione in forte ascesa e un tasso di disoccupazione ai minimi storici. Tra le note positive si segnala una prevalenza dei contratti a tempo indeterminato rispetto alle forme di lavoro a termine.

​Tuttavia, all’aumento quantitativo dei posti non è corrisposto un parallelo salto di qualità sotto il profilo economico e reddituale. Una parte rilevante della nuova occupazione si è concentrata nei servizi alla persona, nel commercio, nel turismo e nell’edilizia, ambiti spesso caratterizzati da basso valore aggiunto, qualifiche contenute e dipendenza da incentivi pubblici.

​La contrazione della produttività del lavoro ha impedito l’adeguamento delle retribuzioni. L’Ocse evidenzia come i salari reali italiani abbiano subito una contrazione drammatica rispetto agli anni precedenti, registrando il peggior scostamento tra le grandi economie avanzate dell’organizzazione.

​La manifattura sotto pressione e il confronto europeo

​L’industria italiana detiene tuttora la posizione di seconda forza manifatturiera dell’Unione Europea, alle spalle della sola Germania. Questa centralità appare tuttavia incrinata. La produzione industriale ha affrontato un lungo periodo di stasi o arretramento negli ultimi anni, alimentando timori di una latente deindustrializzazione.

​A questo quadro si sommano difficoltà storiche (la crisi del settore automotive, le annose vicende dell’ex Ilva, il ridimensionamento medio delle imprese) e fattori esterni avversi come l’aumento dei costi energetici, i dazi internazionali e le frizioni geopolitiche. Sebbene l’esecutivo tenda ad attribuire le criticità principalmente al contesto macroeconomico globale, il confronto con altri partner europei evidenzia una dinamica differente. Paesi come Spagna, Portogallo e Grecia, pur sottoposti ai medesimi shock esterni, hanno saputo reagire con tassi di espansione nettamente superiori a quelli italiani, trasformando la sponda mediterranea nel nuovo motore dell’Eurozona a fronte delle incertezze di Francia e Germania.

​Finanza pubblica, spread e margini di manovra

​Un merito va tuttavia riconosciuto alla condotta di finanza pubblica tenuta dall’esecutivo. Il deficit è stato progressivamente ridotto sotto le soglie critiche europee, con proiezioni che confermano la discesa al netto degli spazi di flessibilità concordati con la Commissione. Questa tenuta contabile ha rassicurato le istituzioni europee e contenuto la speculazione finanziaria.

​Tuttavia, la combinazione tra elevato debito, bassa crescita e tassi d’interesse non trascurabili mantiene l’Italia esposta a rischi sistemici. Ne è prova la volatilità dello spread tra titoli italiani e tedeschi, il cui differenziale è tornato a salire sensibilmente dopo un periodo di temporaneo calo, risentendo dei contraccolpi della crisi politica e finanziaria francese.

​In conclusione, diversi anni di continuità politica unitamente a un volume di risorse europee senza precedenti hanno offerto un’occasione irripetibile per sciogliere i nodi strutturali dell’economia italiana. Poiché la trasformazione profonda del potenziale produttivo non si è ancora compiuta, la tenuta del Paese nei prossimi anni dipenderà interamente dalla capacità di invertire il trend della produttività e di garantire un consolidamento fiscale durevole.

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