L’ editoriale del Direttore Daniela Piesco
L’ immagine di una schiuma bianca che avanza lenta nell’acqua del Calore sotto il Ponte Vanvitelli, a Benevento e’ nota a tutti . Non è un fenomeno atmosferico, non è una poesia. È la fotocopia di un fallimento che dura da almeno tre lustri.
Il fiume si è ammalato molto prima che qualcuno si degnasse di visitarlo con i campionatori, e noi tutti , elettori, amministratori, tecnici, magistrati , sappiamo da tempo che la malattia è seria, perché lo dicevano i numeri già nel 2012, quando il Corpo Forestale consegnò le sue schede alla Procura e ai giornali, e poi nel 2020, quando i Carabinieri del nucleo Tutela Ambientale sequestrarono dodici depuratori nella sola provincia di Benevento, e poi ancora nella recente indagine che ha portato al sequestro preventivo di oltre settantotto milioni di euro del valore di GE.SE.SA, la società partecipata che gestisce il servizio idrico.
Tre passaggi, in quattordici anni, che avrebbero dovuto cambiare la traiettoria.
Non l’hanno cambiata.
E il fiume, con la sua schiuma e i suoi pesci morti, ci sta dicendo una cosa che non possiamo più non ascoltare: quando un’infrastruttura di tutela non funziona, non è solo un fatto tecnico, è un fatto politico nel senso più rigoroso del termine, perché riguarda la distribuzione del danno, la gestione del potere di controllo, la responsabilità di chi ha scelto di non fare.
Mi sia consentito dirlo con chiarezza: ciò che è accaduto il 25 e il 26 luglio 2026 non è un evento, è un sintomo. La mattina del 25 luglio i residenti di via dei Longobardi, di via Posillipo e di via Grimoaldo Re hanno cominciato a chiamare le forze dell’ordine. Sul posto sono arrivati i tecnici dell’ARPAC, i Carabinieri Forestali, più tardi i Vigili del Fuoco che hanno recuperato le carcasse dei pesci e affidato i campioni prima al NIPAF e poi all’ASL. La sera stessa i Carabinieri erano al depuratore dell’ASI, a Ponte Valentino, per le verifiche. Ventiquattr’ore dopo, la Procura della Repubblica di Benevento disponeva il sequestro preventivo dell’impianto, gestito dalla Multiservice ASI srl.
È la cronaca di un’emergenza gestita con professionalità dalle forze in campo e di questo va dato atto , ma è anche la cronaca di un sistema che si attiva solo quando la schiuma è ormai in superficie. Il sistema non previene. Il sistema reagisce. Un sistema che reagisce è un sistema che ha già fallito due volte: la prima quando ha permesso la causa, la seconda quando non l’ha intercettata.
La pista investigativa ricostruita da Il Mattino la dice lunga sul tipo di governance che ha governato il territorio: reflui organici maleodoranti provenienti dall’impianto di biometano di contrada San Domenico, conferiti a un’azienda specializzata di Ponte Valentino, trattati parzialmente, scaricati nel depuratore ASI e da lì , secondo l’ipotesi al vaglio della magistratura, che va trattata con il rispetto dovuto a chi è sottoposto a indagine ma anche con l’attenzione dovuta al principio di trasparenza , finiti nel Calore.
È una catena. Una catena che si è formata non perché qualcuno, in una notte, ha deciso di avvelenare un fiume, ma perché ciascun anello ha potuto fare ciò che voleva senza che un anello di controllo serio intervenisse prima.
Ecco, questo è il punto politico che va messo a fuoco con nettezza: la colpa non è solo di chi scarica, è di chi non controlla.
È di chi ha permesso che gli impianti di depurazione diventassero il terminale di una catena di smaltimenti tollerata.
È di chi, sapendo, ha taciuto.
È di chi, pur potendo, non ha aggiornato i controlli sui corpi recettori del Calore.
È di chi non ha tradotto in atti amministrativi le conoscenze che pure disponevamo.
Lo studio dell’Università del Sannio firmato dai professori Francesco Fiorillo e Libera Esposito, presentato nel 2024, è una radiografia che toglie ogni alibi: nel pozzo di Pezzapiana , che serve circa trentamila cittadini dei rioni Ferrovia e Libertà , il tetracloroetilene (PCE) era presente a concentrazioni venticinque volte superiori al limite di legge, e in condizioni di magra il gradiente idraulico tra Calore e falda si inverte, così che è il fiume , non la pioggia, non la percolazione domestica , ad alimentare la falda.
La conclusione scientifica è una sentenza: in alcune condizioni, il Calore contribuisce ad alimentare l’acqua che finisce nei rubinetti di casa. Quando l’ISS indica in dieci unità formanti colonia per cento millilitri il valore limite di Escherichia coli nelle acque superficiali, e quando l’inchiesta “Fulmina” del 2012 documentò, in punti dei fiumi sanniti, valori di E. coli fino a settecentotrenta e persino mille volte superiori al limite, e quando nello stesso contesto fu isolata Salmonella nei ceppi Kottbus, Typhimurium ed Rissen, allora capiamo che non si tratta più di estetica fluviale, non si tratta più di nostalgia per un fiume che «un tempo era il mare dei beneventani».
Si tratta di salute pubblica.
Si tratta di bambini che giocano lungo le sponde. Si tratta di agricoltori che irrigano. Si tratta di un diritto costituzionale , l’articolo 32 , che non è una petizione di principio, è un vincolo per la pubblica amministrazione.
E qui la riflessione politica si fa seria. Perché possiamo anche riconoscere che gli Uffici della Procura di Benevento hanno lavorato e stanno lavorando, e che il presidente del Consorzio ASI Domenico Vessichelli ha dichiarato la «massima collaborazione», e che il sindaco Clemente Mastella ha disposto la sospensione dell’impianto di biometano di contrada San Domenico dopo il sopralluogo ARPAC che aveva evidenziato «criticità strutturali e gestionali» e «diffformità dell’impianto», e che il Commissario straordinario per la Depurazione, l’onorevole Fabio Fatuzzo, ha firmato il 26 novembre 2025, con il responsabile unico del procedimento ingegnere Lorenzo Nave, il progetto di fattibilità tecnica ed economica del nuovo schema fognario-depurativo di Benevento, per quarantasette milioni e mezzo di euro, con tecnologia a membrane (MBR) per quarantacinquemila abitanti equivalenti, con dismissione degli impianti di Ponte delle Tavole, Capodimonte e Pontecorvo, e con la previsione di diecimila abitanti equivalenti aggiuntivi da convogliare proprio al depuratore ASI di Ponte Valentino.
Tutto questo è vero, e tutto questo va riconosciuto.
Ma è altrettanto vero che il progetto di fattibilità è il primo passo di un cammino che, nella storia italiana degli appalti pubblici, dura in media tra i cinque e i dieci anni tra progettazione esecutiva, gare, contenziosi, varianti e collaudi. In quegli anni il fiume continuerà a ricevere ciò che riceve oggi.
Il commissario ha ragione quando dice che si tratta di un investimento che restituisce benefici concreti in termini di tutela dell’ambiente, qualità della vita e capacità di attrarre sviluppo sostenibile. Ma i benefici concreti non sono ancora arrivati. Sono in arrivo. Tra un futuro auspicabile e un presente che muore di schiuma c’è una distanza che va colmata con atti, non con annunci.
Vengo così al punto che ritengo politicamente decisivo e che vorrei consegnarlo ad amici e avversari, perché non è una bandiera di parte ma una bandiera di cittadinanza.
Il presidente del Consorzio ASI, sempre nel comunicato citato da Il Mattino, ha ricordato che circa due anni fa il Consorzio installò centraline per monitorare la qualità dell’aria e gli sforamenti dei parametri. È un’informazione utile, ma è insufficiente.
Quelle centraline hanno registrato qualcosa? Hanno generato allarmi? Hanno prodotto atti? Sono accessibili ai cittadini? Hanno mai superato le soglie?
In mancanza di risposte pubbliche e verificabili, quell’informazione diventa la spia di un problema ben più generale, che è il problema della trasparenza operativa: si installano strumenti, ma non si pubblicano i dati; si firmano progetti, ma non si pubblicano i cronoprogrammi; si dispongono sequestri, ma non si pubblicano gli esiti delle analisi nei tempi richiesti dai cittadini.
È esattamente ciò che ha denunciato il portavoce del circolo Fratelli d’Italia “Antonio Guarra”, Ciro Vallone, parlando di schiaffo al patrimonio naturale e chiedendo la pubblicazione integrale dei dati ARPAC, la definizione di protocolli di controllo preventivo e la costituzione di parte civile del Comune. Sono richieste legittime, dovrebbero essere richieste condivise, dovrebbero diventare richieste civiche.
Le hanno avanzate , ed è significativo , anche i consiglieri comunali di opposizione, da Giovanna Megna a Raffaele De Longis, da Giovanni De Lorenzo a Floriana Fioretti, da Francesco Farese ad Angelo Miceli, da Luigi Diego Perifano a Maria Letizia Varricchio, con una richiesta unitaria di Consiglio comunale aperto. Hanno protestato , ed è altrettanto significativo , gli Amici della Terra, con Giovanni Picone che ha parlato di «miasmi persistenti e nuovi sversamenti» chiedendo un monitoraggio straordinario e continuativo.
Il fatto che questa richiesta di trasparenza sia bipartisan non è un dettaglio: è la prova che la vicenda del Calore ha ormai superato le convenienze di parte e si è imposta come questione di salute pubblica.
Mi permetto, a questo punto, di non distribuire gratuitamente la patente di buona politica a nessuno, né al centro né in periferia della compagine amministrativa, perché sarebbe ingeneroso e anche disonesto.
La buona politica, su una vicenda come questa, si misura con tre indicatori semplicissimi.
Primo: la capacità di nominare ciò che accade. Non c’è nulla di più pericoloso, in democrazia, della tendenza a minimizzare, a sottolineare che «si tratta di un episodio circoscritto», a evocare rassicurazioni preventive che precedono le analisi di laboratorio. ARPAC sta lavorando, i Carabinieri stanno lavorando, la Procura sta lavorando: bene.
Ma il punto non è rassicurare, è informare.
Secondo: la capacità di anticipare gli eventi. La mancanza di un depuratore cittadino completo è nota da decenni. La procedura d’infrazione europea 2004/2034, con la sentenza della Corte di Giustizia UE del 19 luglio 2021 (causa C-565/10), ci ricorda che l’Italia è stata condannata per il mancato rispetto della Direttiva 91/271/CEE sulle acque reflue urbane, e che l’agglomerato di Benevento è ancora aperto a quella procedura. Sapere e non fare è una colpa politica grave, non un’inerzia amministrativa.
Terzo: la capacità di rendere conto. Qui misuro la differenza tra chi governa e chi amministra soltanto. Chi governa espone i dati, pubblica le cronologie delle gare, apre i registri degli scarichi, finanzia monitoraggi in continuo e li rende accessibili via web a tutti. Chi amministra soltanto, gestisce. È troppo poco.
V’è un’idea, ricorrente nella politica locale, secondo cui la tutela ambientale sarebbe una variabile di costo, una voce di spesa da contenere, un lusso dei tempi floridi. È un’idea che va rovesciata senza riserve, in modo molto netto.
La tutela ambientale è infrastruttura primaria, esattamente come le strade, gli ospedali, le scuole. Anzi, è la precondizione di tutte le altre, perché senza acqua pulita, senza aria respirabile, senza suolo non contaminato, nessun ospedale può funzionare e nessuna scuola può insegnare.
Il fiume Calore, in particolare, è infrastruttura della città: è la sua memoria geologica, è il suo corridoio ecologico, è il suo presidio idrogeologico, è il suo potenziale economico in un’economia che sempre più premierà le comunità che tutelano il proprio capitale naturale.
In un’Italia che ha appena sottoscritto gli impegni europei sul Green Deal e che sarà chiamata, nei prossimi anni, a rendicontare miliardi di euro di fondi PNRR destinati alla transizione ecologica, continuare a tollerare che un fiume cittadino riceva scarichi non depurati è una forma di spreco , non solo ambientale, ma anche economico.
Lo capirebbe chiunque, anche il più scettico dei lettori, se solo si mettesse in fila la sequenza che abbiamo sotto gli occhi: ogni anno che passa senza depuratore completo è un anno in cui l’agglomerato di Benevento resta sotto procedura d’infrazione europea, è un anno in cui la Regione paga penali e interessi, è un anno in cui si perdono occasioni di finanziamento, è un anno in cui si moltiplicano i costi sanitari , che qualcuno, in silenzio, paga , per patologie enteriche, per allergie respiratorie, per crisi asmatiche, in particolare nei bambini e negli anziani che vivono lungo l’asta fluviale.
Sottrarre questo conto dal dibattito è una forma di disonestà politica.
Metterlo sul tavolo è il primo dovere di chi si candida a governare.
E mi sia consentita una parola chiara anche sulla gestione consortile del servizio idrico. L’indagine che ha portato al sequestro preventivo dei settantotto milioni e duecentodiecimila euro del valore di GE.SE.SA, con contestazione di inquinamento ambientale, frode nelle pubbliche forniture, truffa aggravata, gestione illecita di rifiuti, scarichi senza autorizzazione e falsità in atti, descrive un meccanismo inquietante:
il soggetto cui è affidata per legge la tutela dell’acqua pubblica è lo stesso soggetto che, secondo l’accusa, avrebbe concorso a inquinarla.
È una contraddizione che va oltre la cronaca giudiziaria e che diventa un problema di architettura istituzionale: quando il controllore e il controllato coincidono, il sistema non può funzionare.
È esattamente la stessa logica, sebbene su scala diversa, che ha portato alla richiesta di costituzione di parte civile del Comune: perché il Comune è la parte offesa, ma è anche , almeno in parte , il committente di quel sistema, e dunque ha il dovere politico di fare i conti con la propria storia amministrativa prima ancora che con le responsabilità altrui.
Non è una caccia alle streghe, è la maturazione necessaria di una comunità che vuole ricostruire la propria credibilità.
Chiudo questo editoriale con un pensiero che mi pare il più onesto.
Il Calore Irpino non è solo il fiume di Benevento: è la misura della qualità della nostra democrazia locale. Un fiume che continua a ricevere scarichi non depurati dopo quindici anni di inchieste, sequestri, condanne europee, perizie universitarie, denunce associative, sopralluoghi ARPAC, un fiume che il 25 luglio 2026 restituisce alla città una coltre di schiuma e carcasse di pesci, è un fiume che ci sta ponendo una domanda secca, e la domanda è: vogliamo essere una comunità che tutela o una comunità che tollera?.
La risposta non può più essere rinviata.
Non può essere declinata con formula di rito, non può essere nascosta dietro la rassicurazione che «sono in corso le analisi», non può essere addossata, come al solito, alla sola magistratura.
Le analisi si fanno da anni, la magistratura fa il suo dovere, ma il dovere della politica è un altro: è il dovere di costruire le condizioni , infrastrutturali, regolatorie, culturali , perché le analisi continuino a produrre dati che qualcuno è disposto a leggere e a tradurre in atti.
Per questo, da queste pagine, rivendico con forza un’agenda in cinque punti che non è mia ma della città.
Una trasparenza integrale e immediata sui dati analitici, pubblicati in open data sul portale ARPAC con aggiornamento continuo, così che ogni cittadino possa verificare in proprio.
Un monitoraggio in continuo della qualità delle acque e dell’aria nella zona di Ponte Valentino, con centraline pubbliche, accessibili via web, con soglia di attenzione e soglia di allarme chiare e un protocollo di comunicazione automatica al Comune e alla ASL in caso di superamento.
Il tamponamento immediato degli scarichi abusivi ancora attivi, con una mappatura pubblica della rete fognaria cittadina che mostri, per ogni via, dove va a finire il refluo.
L’accelerazione dell’iter del nuovo depuratore di Benevento in località Scafa con cronoprogramma pubblico e verificabile , un cronoprogramma che venga discusso in Consiglio comunale e che abbia una scadenza per ogni passaggio, dalla conferenza dei servizi alla posa della prima pietra.
E infine un’indagine epidemiologica dell’ASL sulla popolazione del rione Ferrovia e dei quartieri limitrofi al fiume, con una soglia di attenzione specifica per i bambini, per gli anziani, per le persone immuno-depresse, per chiunque abbia frequentato le sponde in queste settimane.
Sono cinque punti, ma non li elenco come in un manifesto , li affido, piuttosto, come cinque domande che ogni candidato, in queste ore, in queste settimane, in questi mesi che ci separano dalle prossime scadenze elettorali, sarà chiamato a raccogliere e a fare propri.
Non sono domande di parte.
Sono domande di civiltà.
E una comunità che non sa rispondere a domande di civiltà non è una comunità che ha perso solo un fiume: ha perso qualcosa di sé.
Il Calore Irpino merita rispetto.
Le carcasse dei pesci che abbiamo visto affiorare in questi giorni ci ricordano che il fiume non è un oggetto, è un soggetto della nostra vita collettiva , è un organismo che reagisce, che soffre, che muore e che, se troverà finalmente chi lo tutela, potrà tornare a vivere.
Anche questo è un atto politico. Anche questo è un atto d’amore. Anche questo è il primo capitolo di una storia diversa che Benevento può scrivere, se vorrà scriverla.
Tocca a noi, adesso, decidere da che parte stare.