Cultura e società

Oltre il silenzio,la raccolta poetica di Adriana Pedicini
Oltre il silenzio,la raccolta poetica di Adriana Pedicini

La postfazione che segue reca la mia firma: l’ho scritta io, Daniela Piesco, Direttore dell’Eco del Sannio. Essa accompagnerà, quale lettura critica d’autore , “Oltre il silenzio”,  la raccolta poetica di Adriana Pedicini: quarantaquattro componimenti inediti, ordinati in sei sezioni, che dall’iniziale Le forme del silenzio conducono sino alla meditazione conclusiva di Di mano in mano. L’opera è giunta alla sua redazione definitiva, compiuta il 5 agosto 2026, e attende ormai soltanto il momento della pubblicazione; ed è in questo breve intervallo che il nostro giornale ha voluto offrirne agli appassionati di poesia un anticipo, affidando alle sue pagine la lettura critica destinata ad accompagnare il volume.

Ho accolto questo compito con la gratitudine e la commozione di chi riconosce, al primo incontro, una voce rara. Ad Adriana Pedicini va il ringraziamento sincero della redazione e mio personale: per la fiducia con cui ha voluto rivolgersi a noi, per la generosità con cui ha consentito che un frammento del suo cammino fosse anticipato ai nostri lettori prima della stampa. È un segno di stima che ci onora, e che ricambiamo con la cura che un’opera così sorvegliata richiede.

Buona lettura.

Daniela Piesco
Direttore  dell’Eco del Sannio

IL SILENZIO CUSTODITO
Note per una lettura di Oltre il silenzio

Il paratesto che si fa programma

Prima che una sola poesia prenda la parola, il libro ha già enunciato due volte il motivo che lo abita: lo pronuncia il titolo, Oltre il silenzio; lo riprende la prima sezione, Le forme del silenzio. È un paratesto che si fa programma: il silenzio non sarà qui soltanto argomento di un discorso, bensì suo interlocutore , presenza dotata quasi di persona, capace di parlare e custodire, tacere e riconciliarsi.

La raccolta è articolata in sei sezioni e comprende quarantaquattro componimenti, una redazione condotta a termine il 5 agosto 2026 , secondo un itinerario che dal silenzio attraversa la natura, la denuncia civile, il ricordo, il desiderio e il lutto, fino alla più ampia meditazione conclusiva di Di mano in mano. L’indice restituisce l’architettura del volume come una mappa tracciata dopo il viaggio.

Né la voce che ci accoglie sulla soglia osserva il silenzio dall’esterno: ne segna la data, ne misura la durata, ne riconosce l’intima familiarità. «Il silenzio ha la mia età, ma non il fragile filo di voce che si attarda nell’anima nel desiderio di raggiungerti»: l’età del silenzio coincide con l’età di chi scrive, e l’intero libro si lascia leggere come il resoconto severo di questa lunga consuetudine , il registro di quanto la reticenza, per pudore o per orgoglio, abbia custodito.

Fenomenologia della reticenza

La prima sezione svolge una fenomenologia del non detto. Qui la parola trattenuta non coincide con il vuoto, ma possiede consistenza, peso e memoria. «Nel silenzio il tuo sguardo mi raggiunge prima delle parole. Troppe restarono sospese per pudore o per orgoglio, e il silenzio ne custodì il dolore». La comunicazione si compie prima del linguaggio, in una zona che la parola, sopraggiungendo, rischierebbe talvolta di violare.

E poco oltre: «Mai fu elevato più sommesso grido d’amore nella nostalgia dell’abbraccio tuo muto». L’ossimoro , grido sommesso , condensa una delle tensioni fondamentali della raccolta: dire ciò che tace senza mai ricorrere all’enfasi del grido. Il silenzio si rivela, prima ancora che solitudine, una relazione. Nasce dal pudore o dall’orgoglio, custodisce i discorsi rimasti sospesi e si compie in un amore privato delle ambigue spiegazioni della parola.

È questa la reticenza quando raggiunge la sua forma più intima: due esseri che si intendono non perché abbiano trovato una spiegazione definitiva, ma perché hanno deposto, almeno per un istante, la necessità di spiegarsi.

Se altrove il silenzio giunge per sottrazione, in più luoghi la poesia amplia l’immagine, la commenta, la conduce verso un significato esplicito. Il silenzio è così insieme esperienza e interpretazione dell’esperienza: presenza concreta e figura insieme religiosa e metafisica.

Tra natura e assoluto

Dopo la prima sezione, la raccolta amplia il proprio campo e affida alla natura il compito di accogliere gli stati dell’anima. Il silenzio diventa paesaggio, respiro, intervallo tra le stagioni, voce del fiume, attesa della luce. In alcuni momenti l’immagine naturale nasce da una percezione concreta e raggiunge risultati felici.

Si legga il passo della neve: «Nell’aria senza vento scende un tremolio di neve: e mi sollevo, lenta, a seguire il turbinio dei petali imbiancati». La neve è insieme spettacolo e moto interiore; il verbo mi sollevo tiene saldamente congiunti i due piani, mentre la lentezza del gesto coincide con la lentezza dello sguardo. Anche il ciclamino, che con il suo «profumo testardo» desta e illumina, introduce nella scena una resistenza minuta ma concreta.

Non meno riusciti sono i momenti in cui il paesaggio acustico prende forma: il fiume che «gorgoglia in sommesso pianto», il canto della raganella, il vento tra i pioppi, il pigolio che interrompe la quiete. Qui la natura non è semplice ornamento, ma organismo sensibile nel quale l’io riconosce il proprio respiro.

Il ricorso a immagini tradizionali non costituisce un limite: è il codice stesso, elegiaco e devozionale, entro cui l’autrice colloca la propria esperienza, e che le offre una lingua comune e riconoscibile , non per questo meno vera. Gli smarriti sono «sospinti dal destino, come foglie al vento»; l’albero diventa «clessidra del tempo»; il cuore vorrebbe tornare a «galoppare come un puledro indomito». Sono immagini corrette e partecipate, che abitano senza forzature il repertorio consegnato dalla tradizione: proprio perché lo riconoscono, la voce vi si riconosce a sua volta, con naturalezza.

L’innalzamento metafisico costituisce il passaggio più coraggioso. «Il silenzio è parola»; «parla alla debole mente il divino silenzio». Il motivo originario si trasfigura in principio cosmico e religioso. È qui che la scrittura gioca la sua partita più delicata: quanto più il silenzio si astrae in nozione assoluta, tanto più la parola deve custodire l’esperienza concreta che l’ha generata , e vi riesce ogni volta che l’astrazione non perde di vista il corpo, la stagione, la luce da cui è sorta.

La poesia emoziona soprattutto quando il simbolo resta ancorato alla percezione: una luce, un ramo, un suono, un odore, una stagione. Quando invece l’immagine si leva a verità generale, la lingua assume una solennità che non è mai decorativa, ma il compimento naturale del passo.

La vita esposta

La terza sezione trasferisce il silenzio dall’intimità alla storia. Nei testi dedicati alla guerra, al fallimento del progresso e alla distruzione della memoria, il silenzio diventa quello delle case distrutte, degli occhi dei bambini, dei giochi cancellati, delle vittime rimaste senza nome.

«Il vento soffia alle porte dei bambini / dove la guerra cancella gli orizzonti di pace». Qui la denuncia nasce da un’immagine limpida e dolorosa, e il contrasto tra la purezza dello sguardo infantile e la violenza del mondo produce una tensione autentica. «E tra le macerie non si ode più il grido, né il gioco. Solo il silenzio dalle case ferite»: la parola non descrive soltanto la distruzione, ma ne registra il vuoto acustico.

Più oltre la critica si allarga alla civiltà contemporanea: «Per sogni di carta e ricchezze senza memoria, si muore per nulla». L’immagine dei «navigatori da diporto» che solcano il tempo «senza approdo né meta» collega la crisi del presente al fallimento di un’idea di progresso. Ulisse non ritorna, Penelope non attende più: il mito del viaggio e quello del ritorno vengono privati del loro compimento.

La «gigantografia del nulla» è una delle formule più felici della sezione. L’immagine pubblicitaria che si stacca dal muro, si scolora e cade a terra, dove resta «una poltiglia», rende visibile il crollo delle illusioni. Qui la metafora non si limita a dichiarare il disinganno: lo mette in scena.

La sezione vive della tensione feconda tra elegia privata e indignazione civile: la stessa voce che parla sottovoce sa alzarsi al tono della denuncia, e l’uno non smorza l’altra. Il giudizio non sopprime mai l’immagine, ma ne scaturisce: la storia si manifesta attraverso una scena, un corpo, un silenzio concreto, e da quella concretezza la parola trae la sua forza.

Il ricordo e il desiderio

Il centro più intenso della raccolta emerge nelle sezioni del Ricordo e del Desiderio, dove il silenzio torna a farsi esperienza personale: memoria, preghiera, nostalgia, desiderio di rinascita.

Nel componimento ambientato nel tempietto, «Sull’altare, ricamato di lino, brilla un unico raggio», mentre «nelle palpebre serrate vedo il mio Dio». La visione si compie dentro un atto corporeo: sono le palpebre a chiudersi, la fronte a reclinarsi, le braccia a stringersi sul petto. Non è un’astrazione teologica, ma un corpo che prega e cerca nel silenzio una forma di presenza.

La memoria si manifesta anche attraverso gli odori e i luoghi: il profumo di viole, la fontana, la chiesa, il muraglione, il platano secolare sul sagrato. Il ricordo non è una semplice rievocazione, ma una restituzione sensoriale del tempo perduto. Il passato torna attraverso ciò che il corpo ancora riconosce.

Nella sezione del Desiderio, la volontà di rinascere assume una forma apertamente autobiografica. «Il cammino è insidioso. / Vicino è l’abisso. / Non so di esserci dentro: basta poco». La vita appare sospesa sulla soglia della caduta, fino alla brusca interruzione: «Luce. / Ritorno alla vita».

La nota finale , «Pasqua 2026. / Sopravvissuta a un intervento chirurgico» , illumina retrospettivamente il componimento. La resurrezione evocata nei versi non si presenta soltanto come un atto di fede: si radica anche in un’esperienza fisica di sopravvivenza. «Cristo è risorto. Con Lui sono risorta alla vita»: la formula religiosa acquista così un peso concreto, corporeo, biografico.

È questa precisione dell’esperienza a sottrarre il testo alla pura retorica. Quando la raccolta scrive un dolore determinato ,una malattia, una perdita, una persona riconoscibile , la voce acquista maggiore concentrazione. La poesia non parla più del dolore in generale, ma di un dolore che ha un corpo, una storia e un tempo.

 Il lutto e l’oltre

In Oltre l’assenza il silenzio assume la forma del lutto. La madre, la sorella e la figura del Figlio non sono un’unica sequenza di perdite private: ciascun componimento riceve un’immagine, una relazione, una specifica qualità del dolore.

La madre è «casa cui fu tolto per sempre il tetto», «casa orba di luce alla finestra». La sorella è «tutta lassù, come una stella». Le metafore appartengono a un repertorio tradizionale, ma qui acquistano intensità perché sono legate a persone determinate e a un lutto nominato.

Sul «figlio», una precisazione perché il lettore non smarrisca il registro: non è qui una perdita personale dell’autrice. Il componimento nacque di getto, dinanzi alla morte di un ragazzo del Rione Libertà, stroncato sul colpo da un incidente in motorino nel pieno della giovinezza. E le maiuscole dell’invocazione ne rivelano il senso più vero: «O Figlio, che con la tua morte addolorasti la Madre» , l’uno è Cristo, l’altra è la Mater dolorosa. Il dolore per una vita recisa troppo presto si trasfigura così nel mistero della Passione: «ramo spezzato dalla rapace folata, / campo di grano dal raccolto mancato», e al centro non sta un colloquio privato, ma la figura universale della Pietà , «non ti commosse il nero pianto di una madre, / né l’anima prostrata?». La domanda non cerca una risposta dottrinale: cerca una forma di interlocuzione con il mistero. L’umano vi sale alla liturgia: ogni madre, dinanzi a ogni figlio spento prima del tempo.

Nella poesia dedicata alla sorella, il dolore tende a trasformarsi in certezza consolatoria: «C’è solo gioia piena dove sei»; «Sei tutta lassù, come una stella». La fede non elimina l’assenza, ma la ricolloca in un ordine ulteriore. È una risposta che non chiede di essere dimostrata: è necessaria alla voce che la pronuncia, e proprio per questo persuade.

La morte, in questa sezione, non è mai completamente astratta. È il corpo che manca, il sorriso che si spegne, la casa privata del tetto, il muro di difesa che crolla. Ed è proprio questa concretezza a sostenere i versi più riusciti.

La mano che si apre

Il componimento conclusivo, Di mano in mano, raccoglie e amplia la dialettica dell’intero volume. Non è soltanto una conclusione lirica: è una sintesi autobiografica, storica e spirituale. Attraverso l’infanzia, la giovinezza, la malattia, il lavoro, gli anni di piombo, la crisi dei valori e le disuguaglianze del presente, la voce individuale si apre a una memoria generazionale.

Il libro assume qui un respiro più narrativo e civile. La vita viene osservata come una successione di passaggi, perdite e consegne: ciò che una generazione ha ricevuto dovrà essere trasmesso a quella successiva, anche quando le promesse storiche si sono rivelate illusorie.

«L’uomo» è «anello di una catena, fragile e necessaria». La formula potrebbe suonare come una sentenza da epigrafe, ma qui è preparata dall’intero percorso della raccolta. La catena non è astratta: è fatta di mani, corpi, ricordi, figli, morti e superstiti.

Il passaggio dall’avere all’apertura, dalla stretta al distacco, offre la risposta alla domanda iniziale. «Le mani che oggi si aprono per lasciare andare sono le stesse che ieri trattenevano, e domani saranno memoria nelle mani di altri». L’immagine contiene insieme perdita e continuità. Lasciare andare non significa interrompere la trasmissione, ma accettare che la vita muti volto, voce e corpo.

Così la conclusione può permettersi, senza tradire il dolore attraversato, la parola armonia: «Allora le nostre parole saranno solo silenzio, e il nostro silenzio sarà armonia. L’ultimo accordo con il mondo, il primo con l’infinito». E ogni «fiammella, benché esile, consegna il proprio fuoco a quella che segue, sfidando il vento dell’oblio». La luce non vince definitivamente la morte; continua, però, attraverso la memoria e la trasmissione.

 

Oltre il silenzio non va letto semplicemente come una raccolta di poesie sul silenzio, ma come un tentativo di dare forma a ciò che il silenzio custodisce: il pudore dell’amore, la paura della perdita, la memoria, la fede, la malattia, il lutto e il desiderio di sopravvivere al tempo.

La raccolta raggiunge il suo vertice quando la parola resta aderente a un’esperienza determinata: una persona, una perdita, un corpo, una data, un luogo. In quei momenti la voce trova una riconoscibilità autentica; quando invece il dolore individuale si solleva a immagini generali e a formule simboliche consolidate, la meditazione si fa universale senza mai smarrire l’aderenza da cui è nata. Il concreto e l’astratto, il corpo e il principio, la memoria personale e la meditazione universale non sono termini in contrasto, ma i due poli di un medesimo movimento: nella madre, nella sorella, nel ragazzo del Rione Libertà, nel tempietto, nel fiume, nell’infanzia, nell’intervento chirurgico, nelle case ferite dalla guerra, la parola incarna il dolore perché prima lo ha vissuto.

Oltre il silenzio, dunque, non c’è un silenzio ulteriore, ma la mano che si apre. In una scrittura che ha imparato a trattenere la memoria, il dolore e la speranza, questo è forse il gesto più difficile , e più necessario , che le fosse dato compiere.

 

Il Sannio non ospita, resiste
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Le note maledette»: Eugenio Bennato, il Sud che non si arrende all’archivio
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Ambiente

To die, to sleep, maybe to dream… Cosa resta del disastro himalayano, del surriscaldamento europeo e della “ribellione climatica” del pianeta?
To die, to sleep, maybe to dream… Cosa resta del disastro himalayano, del surriscaldamento europeo e della “ribellione climatica” del pianeta?

Di Antonio Corvino 

Alla fine ci si è accorti, tutti, anche chi non pratica le stanze, i percorsi ed i linguaggi della scienza, che la questione climatica è dirimente per la sopravvivenza umana sul pianeta Terra.
Dall’Himalaya all’Europa tutti ci troviamo ad essere travolti dagli effetti del caldo in eccesso.
La protervia di magnati, oligarchi ed ipercapitalisti privi di scrupoli non ha più alibi.

Essa è il frutto della folle corsa dell’Hybris che li abita, appena ribadita da ultimo la notte scorsa, con il definitivo sequestro del petrolio venezuelano ad opera degli USA.
Ma la Hybris, a sua volta, rende inevitabile ed obbligato il ripristino dell’armonia, questa volta a mezzo disastri, alluvioni, crolli, incendi, magari rivolte e rivoluzioni, tutto innescato dalla Nemesi universale.
Con le conseguenze climatiche che in questi giorni tutti possiamo vedere e toccare con mano, ma anche con le nuove che possiamo immaginare nel prossimo futuro. Ovunque.

Le azioni dei governi, le scellerate scelte dei padroni di un’economia sempre più deviata, i comportamenti stessi dei viventi, irretiti dai primi e resi complici dai secondi in questa immane deriva di perdizione collettiva, non hanno più giustificazione.

I loro effetti peraltro vanno a scaricarsi, secondo la legge della nemesi da quelli provocata, sugli innocenti e su quanti già patiscono le conseguenze delle insane decisioni degli imperi finanziari, politici e militari.

Certamente è vero che la Terra ed il sistema solare possiedono regole insopprimibili preposte a regolare, modificare ed alternare le ere geologiche e che il mondo, per come lo conosciamo, ne è il risultato.
Ma quelle leggi e quelle ere rispondevano a scansioni cosmiche assai lunghe, lente, e diluite nell’universo e soprattutto non erano condizionate da (insane) interferenze umane.

Oggi tutto è accelerato a causa di queste.

La voglia di correre a perdifiato, di annullare spazio e tempo, costruire grattacieli e città, navi ed aerei, super macchine e stazioni orbitanti, robot, androidi, megalopoli, armi ed eserciti per distruggere e per dominare in terra, in mare, in cielo e nello spazio anche, sconvolge gli equilibri della natura, mettendo in pericolo la sua stessa capacità di garantire e accogliere l’esistenza delle specie viventi.

Tutto questo per l’avidità di pochi magnati ansiosi di ostentare la propria onnipotenza a discapito dei più, ridotti a emuli, adoratori e sostenitori della loro insana pazzia, in attesa che questi ultimi vengano confinati nei caravanserragli ai confini del loro potere dissoluto, tra deserti, mari e montagne divenuti tutti luoghi di morte e cimiteri umani.

Certamente le mini glaciazioni o gli scioglimenti dei ghiacci sono anch’esse regolate dalle immutabili leggi depositate nel nucleo della terra.
Ed esse in passato hanno conosciuto, accanto alle ere di lungo periodo cadenze brevi intervallate da alcune decine di migliaia di anni tra loro.
Ed è indubbio che Roma imperiale vivesse in uno stato di surriscaldamento climatico assai evidente.
Annibale non avrebbe potuto arrivare in Italia attraversando i valichi pirenaici e quelli alpini con i suoi elefanti se il clima non lo avesse permesso.
Ed è altrettanto evidente che l’abbigliamento romano costituito da ampie tuniche bianche e freschi calzari fosse dettato dal clima esattamente allo stesso modo di quanto succede nel deserto del Sahara ai giorni nostri.
A nord Germanici, Franchi e Celti vestivano già i più funzionali calzoni e bluse che proteggevano il corpo dal freddo.
Ed è altrettanto certo che l’asse terrestre, seguendo i suoi spostamenti obbligati, influenza la vita degli emisferi planetari e determina le mutazioni dei poli.

Già oggi i confini terrestri, a Sud e a Nord, non coincidono più con la vecchia dislocazione e l’equatore con i tropici sono anch’essi destinati a mutare in uno con le condizioni climatiche che li accompagnano.
In conseguenza o in previsione di tali mutazioni, le potenze mondiali lungi dal preservare per quanto possibile gli equilibri terrestri, provano ad aprire, senza indugi, le rotte artiche per passare da un Oceano all’altro senza circumnavigare i continenti.

Dunque qualcuno potrebbe concludere, più o meno pretestuosamente, che tutto è nella norma.

Governanti, potentati economici e finanziari lo sostengono a chiare lettere incuranti del surriscaldamento dell’atmosfera e del drastico cambiamento delle condizioni di vita nelle città.
Anzi combattono guerre e occupano paesi sovrani per appropriarsi delle riserve petrolifere che pure dovrebbero essere lasciate finalmente al loro posto.
E sostengono imperterriti che l’estrazione del petrolio, il ritorno al carbone, la motorizzazione forzata oggi propagandata dall’invereconda bugia delle auto elettriche non inquinanti, la diffusione abnorme dell’anidride carbonica in atmosfera, non c’entrano niente con il degrado del pianeta… e intanto trasformano l’economia di pace in economia di guerra e fan passare il messaggio che sganciare una piccola bomba atomica non è poi così devastante.

Serve a vincere una guerra magari geograficamente localizzata.
Punire qualcuno e mettere le mani sulle riserve di materie prime da quello possedute per disposto geografico. Magari controllare mari, stretti e oceani e persino laghi.

Intanto continuano a spingere le masse a concentrarsi nelle metropoli e nelle megalopoli dentro a enormi alveari magari belli(!) ed imponenti a vedersi ma terribili a viverli se sei un comune mortale. Perché governanti e potenti si costruiscono un mondo privato ed esclusivo che tien lontano caldo e freddo estremi, incuranti del continuo bombardamento in atmosfera di anidride carbonica allo stesso modo in cui non si curano della morte che missili e armi seminano ovunque.

Insomma viviamo in un mondo che afferma non più come ipotesi fantascientifica e immaginifica la distruzione della vita sulla terra e propone la costruzione di città artificiali sulla Luna, su Marte, su Io ed Europa, dalle parti di Giove, come il magnifico risultato prossimo venturo della post-civiltà.

La gente che, entusiasta, sostiene le aspirazioni suprematiste e xenofobe dei potenti ne è addirittura entusiasta ignorando le conseguenze che da quelle si scaricheranno su quanti più o meno consapevolmente vivono sulla Terra.

Dunque cosa vuoi che sia il crollo delle pendici dell’Himalaya?
Il sequestro manu militari del petrolio venezuelano?
Lo scioglimento dei ghiacciai?
La cancellazione di villaggi e città, di palazzi e vite in quelli raccolte?

I potenti li definiscono danni collaterali.
Come la distruzione degli ospedali e delle scuole e l’uccisione di bambini e bambine, medici e dottoresse, insegnanti e professoresse.
Danni necessari per il trionfo della potenza interplanetaria e per il controllo del mondo, necessario, pure esso, nel frattempo.
Anche lo scioglimento già in atto dei ghiacciai alpini ne è parte.
Anch’esso, laddove dovesse manifestarsi con altrettanta potenza distruttrice, rientrerà nei passaggi inevitabili per costruire il futuro fuori dalla terra.

Il futuro dei magnati ovviamente.

Qui ci saranno gli androidi a custodire quel che resterà e gli uomini finché vivranno.
Poi amen.

Da molti decenni, un secolo più o meno, i governanti han teorizzato la concentrazione metropolitana e praticato la desertificazione delle terre di mezzo, delle montagne e delle valli, l’abbandono dei villaggi e delle campagne.
Hanno ridotto il Mediterraneo ad un mare di disperati in cerca di non affogare ed in cimitero per gli affogati.
Hanno sacrificato l’Africa derubandola di diamanti, oro, petrolio e terre rare e guardato con malcelata avidità le terre ghiacciate dei Poli e le risorse più o meno nascoste di tutti i continenti.

Adesso l’Umanità non è più in condizione di seguire, impunemente, quel percorso.

Sovraffollamento, inquinamento, mutamenti climatici, rottura degli equilibri naturali la fanno da padroni ovunque.
D’altro canto debiti, mutui, costo dell’energia, concentrazione antropica, negazione dell’agricoltura messa addirittura in ginocchio se non distrutta nella sua preziosa biodiversità, hanno ridotto in progressiva miseria il genere umano.
Ed hanno inventato l’economia di guerra come soluzione finale e hanno posto il mondo intero in fibrillazione sino a ipotizzarne la distruzione.

Allora?

Una risposta che mai come oggi non solo è opportuna, ma addirittura necessaria quanto salvifica vi sarebbe.

Un autentico antidoto alla morte per distruzione.

Essa diventa obbligata a mano a mano che diventa eclatante la impossibile gestione della vita nelle metropoli e nelle megalopoli.

Il ritorno nelle terre di mezzo. È questo l’antidoto.

Un’unanimità interconnessa e consapevole del proprio destino potrebbe praticarlo.
Non c’è più bisogno di trasvolare interi continenti per una riunione.
E inoltre nelle terre di mezzo, tra i monti e le valli, puoi ritrovare i ritmi della natura ed il senso del limite e della misura e riscoprire l’assurdità della tracotanza umana e dei potenti e renderti conto che si può vivere in armonia con il creato senza che questo debba ripristinarla, l’armonia, attraverso disastri, pestilenze, epidemie, diluvi e guerre.

La rivincita delle terre di mezzo dove case basse, orti, campi, natura e dimensione comunitaria possono essere l’alternativa alla vita impossibile delle metropoli dagli enormi alveari, i gusci di cemento, i sarcofagi di catrame, il deserto del nulla…

Sempre che non si scateni una guerra nucleare “ tattica” che oscurerebbe il cielo con l’inverno nucleare dappertutto. Anche nelle terre di mezzo.

Riarmare popoli e nazioni, stati e continenti in vista della definitiva devastazione prossima ventura dell’Umanità o metter mano alla ricostruzione delle condizioni per la sopravvivenza della stessa sul pianeta?

Questo è il problema, potremmo declamare all’unisono con un rinato Amleto intento a contemplare le tragedie di popoli e individui vittime di governi famelici e magnati intenti ad organizzare la propria sopravvivenza da qualche parte nello spazio dopo che sarà stata portata a compimento la distruzione delle condizioni di vita sulla terra e ghiacciai e montagne saranno denudate e i poli depositari degli equilibri del pianeta, saranno scomparsi.

È più importante salvare la civiltà umana, la storia, la vita degli individui e delle comunità o arricchire il GOTA di magnati, oligarchi ed iper capitalisti autoproclamatisi padroni del mondo e che il mondo stanno distruggendo in maggiore gloria di sé stessi offrendosi in adorazione al popolo come nuovi dei onnipotenti?

To die, to sleep, maybe to dream, perchance to dream.
Ay, there’s the rub…

Morire, dormire , forse sognare, certo sognare. Si, è qui l’ostacolo…

Mai come oggi il monologo di Amleto riecheggia il destino che incombe su ciascuno di noi.
Il dilemma in fondo è tutto qui.

Vale più il destino del mondo o l’avidità di chi del mondo si è impossessato?
E l’umanità vittima degli stupratori ritroverà la voglia di svegliarsi?
Magari por mano al proprio riscatto riecheggiando la profezia dei “selvaggi” del nuovo mondo che furono ospiti del re Carlo IX a Versailles, come riferito da Montaigne nel suo saggio “I Cannibali”, ponendo così fine alle prevaricazioni attuali, esattamente come avvenne nella rivoluzione francese?

O uomini e donne contemporanee preferiranno continuare a dormire, magari a sognare di essere essi stessi padroni e stupratori del mondo e pronti a partire per una delle future città spaziali intanto che aspettano di morire?

Qual’è l’ostacolo che impedisce all’Umanità di svegliarsi e interrompere il sogno di morte che la pervade?
Sarà sempre Amleto a segnare la strada futura con la tragedia finale o potrà esservi un’ alternativa che eviti morte e pazzia e salvi l’amore e riporti padri e figli a riconoscersi, i ragazzi ad amarsi, “re e principi” a ritrovare la sacralità dei destini umani e gli uomini a riprendere la via della civiltà rifiutando la via delle guerre, delle distruzioni, delle violenze?

Sullo sfondo di tali dilemmi intanto prende consistenza l’idea di “normalizzare” l’uso degli ordigni nucleari “tattici” in una guerra “convenzionale”.
Tutto ad opera di governanti che sulla guerra e sulla violenza han costruito il loro potere personale ed edificato gli enormi patrimoni anche.

L’ultima mistificazione che essi cercano di far passare é che gli ordigni nucleari tattici possano essere “gestiti” garantendo una “vittoria” tranquilla e definitiva al riparo dalla distruzione generale.
Di pari passo procede la manipolazione delle opinioni pubbliche ad opera di imperterriti governanti che adorano Mammona, riscrivono la storia e modificano la geografia a proprio piacimento e beneficio.

Se questo mondo non si ferma, precipiterà, ahi noi, il giorno in cui qualcuno di questi governanti per caso deciderà di aprire la valigetta dei codici nucleari…
L’idea che si possa costruire un’economia di guerra in tempi di pace senza conseguenze è un’illusione destinata a svanire.
To die, to sleep, maybe to dream, perchance to dream…

 

 

Ph pixabay

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