L’ editoriale del Direttore Responsabile Daniela Piesco 

 

Ci sono giorni in cui mi prendo una pausa, per provare a fermare il frastuono dell’attualità e mettere assieme le tessere sparse del puzzle. Oggi è uno di quelli. Quattro notizie, apparentemente distinte, giacciono sulla scrivania: la riforma che svuota la Corte dei Conti, un disegno di legge che rischia di soffocare la libertà di manifestazione, le firme referendarie ignorate dal TAR e il diritto al voto negato agli studenti fuorisede, la campana istallata a Sanremo per i bambini non nati a causa dell’ abortiche suonera’ ogni sera alle 20. Separatamente, sono segnali di allarme. Insieme, compongono un quadro inequivocabile. Il filo rosso che le lega è sottile, tenace e pericoloso: è il filo del disegno che, con pazienza metodica, sta sfilacciando la trama delle garanzie costituzionali.

L’Italia contemporanea appare immersa in un paradosso istituzionale silenzioso ma pervasivo. Da più fronti, apparentemente scollegati, giungono segnali di una medesima tendenza: l’erosione metodica degli strumenti di garanzia e controllo, a vantaggio di una concentrazione di potere e di una compressione degli spazi di dissenso. Quattro notizie, diverse nella forma ma affini nella sostanza, disegnano la mappa di un’inquietante trasformazione.

La riforma della Corte dei Conti, magistratura economico-finanziaria, ne è l’emblema più tecnico e forse più grave. La Costituzione l’ha concepita come baluardo a tutela del patrimonio pubblico, cioè dei soldi dei cittadini, con una duplice funzione: recuperare i danni erariali e vigilare affinché le risorse siano indirizzate prioritariamente ai diritti fondamentali. La riforma in discussione, secondo l’allarme lanciato da un suo magistrato, ne stravolge la natura. La trasforma da organo di controllo operativo e di garanzia diretta per i cittadini, in un ente emettitore di pareri e autorizzazioni che finiscono per essere uno scudo per il potere politico. L’azione di recupero del danno viene smantellata o fortemente ridotta. È la fine del principio di responsabilità amministrativa, sostituito da un sistema di “visto burocratico” che sterilizza il controllo. Il cittadino, garante finale della Costituzione, perde un presidio fondamentale a difesa del bene comune.

Parallelamente, un altro disegno di legge mira a regolamentare la lotta all’antisemitismo. Un intento condivisibile si trasforma, nell’articolato, in un potenziale strumento di censura preventiva. Il rischio non è la condanna dell’odio, ma la possibilità di vietare una manifestazione per un “rischio potenziale” di utilizzo di simboli o slogan giudicati antisemiti. La soglia dell’“ipotetico” sostituisce quella del “concreto”, aprendo la porta a un controllo politico sulla piazza e, come temono i critici, alla messa al bando di qualsiasi protesta legittima in favore dei diritti palestinesi. La libertà di manifestazione, pilastro delle democrazie, viene subordinata a un giudizio amministrativo su intenzioni presunte.

Su un altro versante, quello della partecipazione, si registra un’analoga svalutazione della sovranità popolare. Le 550.000 firme per il referendum sulla giustizia vengono di fatto neutralizzate dal diniego di spostare la data della votazione, nonostante l’anticipo deciso dal governo. La volontà popolare organizzata urta contro un “escamotage” procedurale. Contemporaneamente, si nega il voto per corrispondenza agli studenti fuorisede, costretti a un viaggio oneroso per esercitare un diritto. La motivazione addotta, “problemi tecnici”, suona come una beffa quando sono le stesse istituzioni ad aver voluto accelerare i tempi. Il messaggio è chiaro: la partecipazione è un optional, un intralcio da gestire e, quando possibile, da scoraggiare.

Il filo rosso che unisce questi episodi è l’indebolimento sistematico dei contrappesi. La Corte dei Conti è un contrappeso al potere esecutivo nella gestione della finanza pubblica. La libertà di manifestazione è un contrappeso al monopolio della narrazione istituzionale. Il referendum e la facilità del voto sono contrappesi all’azione della maggioranza parlamentare. Ciò che si sta smontando, pezzo dopo pezzo, è l’architettura delle garanzie.

Si sta affermando un modello di “democrazia autorizzativa”, dove lo spazio dell’azione civile e del controllo indipendente viene ristretto e sostituito da procedure di assenso, pareri vincolanti e divieti preventivi. Il cittadino non è più il destinatario ultimo delle garanzie, ma un soggetto da gestire, da cui proteggere il potere. I diritti cedono il passo a una ragion di Stato amministrativa, dove il recupero di un danno allo Stato diventa secondario rispetto alla protezione dell’operato della politica, e dove il rischio di un simbolo improprio in una piazza vale più della garanzia collettiva di esprimere dissenso.

È la sindrome della garanzia evanescente. Quando si tolgono i freni e gli equilibrismi, non si ottiene una macchina più efficiente, ma un veicolo che corre verso il burrone dell’arbitrio e dell’impunità. La Costituzione, come ricordato da alcuni citando Calamandrei, è il monumento alla resistenza contro tali derive. Resistere oggi significa esattamente difendere quei meccanismi tecnici, quelle magistrature indipendenti, quelle libertà fondamentali che possono apparire astratte, ma che sono l’unico argine tra la Repubblica e l’interesse di parte. La posta in gioco non è una riforma, un decreto o una legge. È la natura stessa della democrazia costituzionale. E il silenzio dei telegiornali su tutto ciò è, a sua volta, un sintomo allarmante di questa malattia dello spirito civico.

In questo contesto si collocano anche le operazioni simboliche, come la campana installata a Sanremo dedicata ai bambini non nati a causa dell’aborto. Il suono quotidiano non è un gesto neutro di memoria, ma un atto di occupazione dello spazio pubblico con una visione morale unilaterale. La sovrapposizione tra autorità religiosa e spazio civile riapre una frattura mai del tutto sanata tra libertà individuali e moralizzazione istituzionale, trasformando una scelta personale tutelata dalla legge in un monito permanente.

Il filo che unisce queste vicende è la progressiva riconfigurazione del rapporto tra potere e cittadinanza. Le garanzie vengono indebolite, i controlli ridotti, il dissenso regolato in senso restrittivo, la partecipazione resa più difficile, mentre simboli e norme contribuiscono a orientare culturalmente la società. Non è un ritorno autoritario nel senso classico, ma una democrazia che si contrae dall’interno, che conserva le forme ma ne altera la sostanza. Una democrazia in cui la Costituzione resta un riferimento retorico sempre più distante dalla pratica quotidiana del potere.

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