«Il potere non è mai proprietà di un uomo; esso appartiene a un gruppo e rimane in esso solo fintanto che il gruppo non si disperde. Quando diciamo che qualcuno è “al potere”, intendiamo che è autorizzato da un certo numero di persone ad agire in loro nome. Nel momento in cui la forza nuda e cruda entra in gioco, il potere viene meno.» — Hannah Arendt
La militarizzazione dei contesti urbani, recentemente rilanciata con l’invio di cinquecento paracadutisti della Folgore a Milano a seguito dei gravi scontri del 18 ottobre, rivela un inquietante cambio di passo nella gestione dell’ordine pubblico nel nostro Paese. Di fronte ai disordini e al clima di tensione che attraversa le piazze italiane, la risposta delle istituzioni sembra essersi ridotta a un automatismo repressivo: calare dall’alto la forza militare, trasformando le strade in teatri di operazione permanente. È uno scenario che genera profonda preoccupazione, non solo per la sproporzione dei mezzi impiegati, ma soprattutto perché testimonia l’incapacità cronica della politica di affrontare le radici profonde del disagio sociale. Ridurre la sicurezza a una questione di blindati, fucili e reparti d’élite significa abdicare al compito primario della democrazia: tessere il tessuto della coesione civile attraverso l’ascolto, la prevenzione e la giustizia sociale.
Il ritorno della logica d’eccezione nelle strade italiane
Il piano che porta il totale dei militari impiegati nell’operazione “Strade Sicure” a quota 6.800 unità non rappresenta più, da tempo, una misura straordinaria o temporanea. È diventato un elemento strutturale, un surrogato permanente di politiche pubbliche in evidente affanno. Quando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi parla di «alte aspettative sui cinquecento militari» e ne esalta la «massima mobilità», mentre il vicepremier Matteo Salvini evoca l’impiego di veicoli tattici come i Lince e di droni di sorveglianza per presidiare il capoluogo lombardo, ci troviamo di fronte a una deriva pericolosa. Si confonde deliberatamente la difesa dei confini nazionali con la gestione della cittadinanza. I soldati, per loro stessa natura, addestrati al combattimento e alla neutralizzazione del nemico, non possono e non debbono essere impiegati come guardiani della vita quotidiana dei cittadini. Assegnare a reparti paracadutisti compiti di vigilanza e pattugliamento urbano significa sovvertire i confini costituzionali tra forze armate e forze di polizia, alimentando una percezione di assedio che produce ansia anziché serenità.
Tra droni, blindati e la spettacolarizzazione del controllo
La retorica della tolleranza zero, accompagnata dall’esibizione muscolare di mezzi corazzati e tecnologie di sorveglianza avanzata, risponde a una logica puramente spettacolare. Si vuole dare l’impressione di un pugno di ferro, di uno Stato forte che non indietreggia di un centimetro. Ma quale sicurezza può garantire un sistema che militarizza i quartieri? La presenza di soldati armati e mezzi pesanti non previene la criminalità diffusa né disinnesca le tensioni sociali; al contrario, le esaspera. Crea una frattura insanabile tra le istituzioni e le fasce più vulnerabili della popolazione, trasformando le periferie e i centri storici in spazi di sospensione dei diritti. Le norme che consentono al personale militare di agire con funzioni di agente di pubblica sicurezza — procedendo a identificazioni e perquisizioni immediate — dilatano pericolosamente i margini della discrezionalità operativa, comprimendo le garanzie individuali. Quando il controllo dello spazio pubblico viene affidato alla logica della minaccia latente, a rimetterne non è solo la libertà personale, ma la stessa tenuta democratica della Repubblica.
I limiti costituzionali e il cortocircuito della giurisdizione
C’è un aspetto giuridico e politico che merita la massima attenzione e che dovrebbe allarmare chiunque abbia a cuore lo stato di diritto. Il personale militare, pur operando formalmente a supporto delle forze di polizia e con specifici poteri previsti dalla legislazione speciale, risponde a catene di comando differenti e a una dottrina d’azione che mal si concilia con la mediazione e la tutela dei diritti civili. Sebbene sia previsto il ricorso agli uffici della Polizia di Stato o dei Carabinieri per gli atti di polizia giudiziaria, la linea di demarcazione tra prevenzione militare e repressione giudiziaria si fa ogni giorno più labile. Questo cortocircuito istituzionale sposta l’asse della sovranità verso un modello securitario autoritario, in cui l’ordine pubblico viene garantito non attraverso il consenso e la legalità democratica, ma attraverso la dissuasione armata. È un fallimento mascherato da efficienza: si militarizza il territorio perché si è incapaci di investire sulla scuola, sul lavoro, sull’integrazione e sulla rigenerazione urbana.
La sicurezza non si decreta con le baionette
La sicurezza reale è il frutto di comunità coese, di servizi sociali efficienti, di opportunità per i giovani, di una giustizia giusta e di un welfare che non lasci nessuno indietro. Pensare che cinquemila o cinquemilaquattrocento soldati in più possano risolvere il problema della sicurezza urbana è un’illusione ottica pericolosa, buona soltanto per alimentare una propaganda muscolare che sfrutta la paura dei cittadini. Ogni volta che lo Stato sceglie di rispondere ai conflitti sociali con i blindati in piazza, ammette implicitamente la propria sconfitta politica e culturale. Una democrazia matura non ha bisogno di indossare l’elmetto per farsi rispettare; ha bisogno di giustizia, trasparenza e dialogo. La deriva militarista a cui stiamo assistendo non è una soluzione, ma l’anticamera di una società irrigidita e spaventata, dove la paura viene coltivata per giustificare il controllo totale. E finché continueremo a confondere la pace sociale con il coprifuoco mascherato da operazione di polizia, continueremo a smarrire il senso profondo della nostra convivenza civile.
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