L’ editoriale del Direttore Daniela Piesco

Quattro episodi, zero politica: la settimana in cui l’Italia ha governato il guardaroba.

C’è una settimana che riassume un’epoca: la politica italiana ha smesso di farsi vestire e ha cominciato a governare il guardaroba. Un ministro che nomina il proprio sarto, un vicepremier che misura l’affidabilità femminile in centimetri, un generale che chiude la pratica riaprendola in versione peggiorata, un decano della politica locale che sponsorizza i monumenti della sua città su stracci da cucina. Non quattro gaffe in fila: quattro registri della stessa recita.

Si cominci dall’armadio, dove cominciano le grandi riforme. Il ministro della Cultura nomina consigliere per il cinema Domenico Vacca, lo stilista che veste , e che veste lui, fotografato nei suoi abiti ben prima dell’incarico. A titolo gratuito: ma in politica la gratuità non è mai gratuita. Il signor Vacca non ha mai prodotto un film né diretto un set; ha però vestito le star di Hollywood, il che oggi conta quasi un diploma di Stato. Al che, senza girarci intorno: il cinema va in vacca. E la Cultura, da quel giorno, si governa dal riflesso dello specchio.

Poi la scuola, col tono ufficiale. A Fenix la premier annuncia il tetto del trenta per cento di stranieri per classe: «Non esiste che in classe a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza». Verifichiamo l’invasione coi numeri. Gli alunni con cittadinanza non italiana sono l’11,6 per cento del totale. Due terzi sono nati in Italia: l’invasore ha fatto qui la scuola dell’obbligo e ha l’accento del suo quartiere. Le scuole oltre la soglia del trenta: il 6,5 per cento. Il tetto esiste già , circolare del 2010, salvo deroghe , perché nei quartieri pieni non si può mandare un bambino a studiare a chilometri di distanza perché è «di troppo». Annunciarlo di nuovo non è governare: è propaganda con la platea dei giovani del partito. Intanto la scuola vera , dispersione al 22,5 per cento tra i ragazzi stranieri, divari Invalsi, cattedre scoperte , non riceve un tetto: riceve annunci. E i bambini ricevono la prima lezione di convivenza direttamente dal Palazzo: il compagno di banco, prima ancora di essere il compagno di banco, è un invasore. Non serve un decreto che li dividа; basta un discorso che lo suggerisce.

Poi il matrimonio come metafora delle alleanze. Tajani consiglia al figlio immaginario la donna «meno appariscente ma più affidabile», quella «con le gonne più lunghe», che non la affascinante portata a mettere «qualche cornetto». L’affidabilità femminile, misurata in centimetri di stoffa. E quando il caso sembrava chiuso, ecco Vannacci che risolve la questione di longitudine in un colpo: «Fra gonna lunga e gonna corta io preferisco senza gonna». Segue l’apparato consueto: le donne «dono dell’universo», davanti alle quali il generale si inchina. L’inchino copre quanto la gonna di Tajani: denuncia tutto, protegge niente. Restiamo comunque grati ai due signori per la chiarezza didattica: in questa maggioranza la donna affidabile si misura in centimetri, e la politica in centimetri di materia grigia . Ma in sartoria si sistema tutto. In neurologia, a volte, l’unico intervento possibile è dichiarare il danno irreparabile.

E infine la provincia, sempre la più sincera. A Benevento il sindaco Mastella , cinquant’anni di politica, due volte ministro , non ha meglio da fare che presentare i canovacci da cucina con sopra i monumenti della città. E penso , col dolore di chi il personaggio lo conosce: «Finalmente un’amministrazione che dichiara quello a cui serve». Un’amministrazione ridotta a oggettistica, una città a souvenir di sé, la politica a promozione di se stessa.

Ora, il filo conduttore c’è, ed è letteralmente un filo: quello che cuce insieme sarto, gonna, battuta e straccio si chiama costume. E sta esattamente dove dovrebbe stare il programma: lo stilista al posto della politica per il cinema, la gonna al posto della politica per le donne, la battuta al posto della politica per la sicurezza, il canovaccio al posto della politica per la città. Tutto superficie, e sotto il vestito il vuoto. Questa è l’italietta: non il Paese piccolo, ma la perizia con cui ogni grande problema viene trasformato in una scenetta. Il costo della vita, gli ospedali senza medici, la scuola senza insegnanti, i giovani in cerca di una ragione per restare: non fotografano bene. Le gonne, gli stilisti e i canovacci sì.

Così l’Italia va avanti come i canovacci del suo sindaco: decorata, teoricamente utile, concretamente a strappi.

A questa classe dirigente non manca lo stile. Manca tutto il resto.

Proviamo a fare gli esperti di comunicazione al servizio dei signori. Anzi no: facciamola semplice, come la fanno loro. In una settimana il ministro della Cultura ha deciso che il cinema si può consigliare da chi lo veste; la premier ha scoperto che i nemici dei bambini italiani portano lo zaino e l’accento del proprio quartiere; il vicepremier ha rivelato che la fedeltà , in sposa come in coalizione , si misura col metro da sarta; il generale ha spiegato che si può fare l’inchino alle donne subito dopo averle strapazzate da parte; e un sindaco, con quell’onestà che nelle sue file è considerato un difetto, ha stampato tutta la classe dirigente italiana dove le sta: sullo straccio.Cinque lezioni, zero governo.

E se qualcuno si chiede come muore la serietà di una Repubblica, adesso la risposta ce l’abbiamo, fotografata in sette giorni: non di colpo di Stato, non di crisi, non di rivoluzione. La si sveste a poco per volta , un incarico, una battuta, un canovaccio per volta , mentre nessuno, affascinato o indignato che fosse, si accorge del Paese che se ne va.

Nessuno l’ha visto uscire di scena.

Tutti guardavano la gonna.

 

 

 

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