L’ editoriale del Direttore Responsabile Daniela Piesco

C’è una coincidenza che il calendario ha imposto, non la cronaca: mentre Napoli si preparava a ricordare, alle 21.50 di oggi, i quarantun anni dall’omicidio di Giancarlo Siani, il Taburno-Camposauro bruciava di nuovo. Due fronti quasi simultanei, su versanti opposti della montagna , uno verso Bonea e Bucciano, proiettato su Sant’Agata de’ Goti e Durazzano, l’altro su San Michele, nel territorio di Foglianise , hanno tenuto sveglia per una notte intera la «Dormiente del Sannio».

La domanda che Siani si portava dietro da giornalista ,chi governa il territorio campano, e con quali mezzi , è la stessa che il fumo di ieri rimette, senza volerlo, sul tavolo.

Partiamo da quello che sappiamo, perché la precisione resta un dovere anche quando si vuole ragionare, non solo raccontare. L’origine dei due incendi non è accertata; lo stabiliranno i Carabinieri Forestali, con le perizie sui punti d’innesco. Ma il sospetto non nasce dal nulla, e non è nemmeno il primo cronista a formularlo : è il sindaco di Vitulano, Raffaele Scarinzi, a parlare apertamente di «disastro doloso» , «non si può pensare alla casualità per due inneschi quasi contemporanei su due lati della stessa montagna» , mentre il sindaco di Foglianise, Giovanni Mastrocinque, si tiene più cauto ma non nasconde la posta in gioco: se dovesse emergere una responsabilità umana, dice, sarebbe «un fatto gravissimo», perché mettere a rischio San Michele significa mettere a rischio «persone, abitazioni, ambiente e una parte importante della nostra identità».

La forma dell’evento, del resto, richiama da vicino l’incendio dell’8 settembre tra Montoro e Forino , anch’esso a doppio innesco , e il territorio ha una memoria che la politica dovrebbe avere altrettanto salda: nel 2021 i Carabinieri Forestali di Montesarchio arrestarono un allevatore per incendi boschivi nel beneventano, appiccati per aprire pascoli. Gli incendi con causa naturale, ricorda Legambiente, sono un’eccezione statistica; la Campania resta stabilmente ai vertici della classifica regionale dei reati legati al fuoco.

Non è una prova.

È un contesto che rende l’ipotesi dolosa tutt’altro che una stravaganza.

Ma è qui che la cronaca, da sola, comincia a stare stretta. Perché se il Taburno brucia ogni anno , a fine agosto, a Pasquetta, e ora a settembre , non stiamo osservando un’emergenza che si ripete per sfortuna: stiamo osservando una scelta politica che si rinnova puntualmente nei bilanci, sotto forma di ciò che non viene stanziato. Lo ha detto senza troppi giri il segretario Fai-Cisl Irpinia-Sannio Alfonso Iannace: «Non è più accettabile. Non è fatalità, è incuria e criminalità»; i lavoratori forestali non possono essere convocati solo quando le fiamme sono già alte. E lo chiede da anni il WWF Sannio, senza ricevere risposta: di chi è, esattamente, la responsabilità della carenza di sorveglianza e manutenzione del parco?

Questo è il primo dei tre nodi che la politica non può più derubricare a fatalità climatica: la prevenzione come scelta strutturale, non come mobilitazione d’emergenza. Il secondo riguarda quello che succede dopo che il fuoco si spegne. Se in una parte dei casi , come mostra il precedente di Montesarchio , l’incendio è uno strumento economico, allora la risposta politica non può fermarsi al penale: deve rendere tracciabile e pubblico che cosa accade alle aree bruciate. Chi ne cambia la destinazione d’uso, chi vi reintroduce il bestiame, chi ne ricava nuovi margini edificabili o nuovi spazi per lo smaltimento abusivo , un monitoraggio sistematico delle destinazioni post-incendio, reso pubblico, sarebbe il minimo sindacale per chi dichiara di voler «accertare le responsabilità» e poi si ferma alla dichiarazione.

Il terzo nodo è quello che lega tutto il resto, ed è anche quello più vicino al mio mestiere che Siani faceva: l’informazione.

Questi eventi vengono raccontati, quasi ovunque, da redazioni locali ridotte all’osso, che inseguono focolai, sindaci e indagini con risorse che calano di anno in anno; l’attenzione nazionale si accende con le fiamme e si spegne insieme a loro.

Non è un vuoto neutro.

Dove manca chi racconta, manca chi guarda; e dove manca chi guarda, il fuoco , quello vero e quello figurato, fatto di interessi e complicità , trova meno resistenza.

È, in fondo, il cuore della lezione che Siani ha lasciato: non stava semplicemente cronacando una faida di camorra. Stava mostrando come i clan non si limitassero a spararsi tra loro, ma amministrassero il territorio , le sue economie sommerse, le sue complicità istituzionali, le sue paure diffuse. Per quelle inchieste fu ucciso sotto casa, al Vomero, quattro giorni dopo aver compiuto ventisei anni; nel 1997 la Corte d’Assise di Napoli condannò all’ergastolo, come mandanti, i fratelli Lorenzo e Angelo Nuvoletta e Luigi Baccante. Ma la sentenza ha chiuso i nomi, non la domanda.

Quella domanda , chi presidia il territorio campano, e con quali mezzi , è quella che si ripresenta, per vie traverse, sotto la cenere del Taburno. Non perché ci sia prova di un disegno; su questo bisogna essere onesti fino in fondo: al momento non c’è. Ma perché la ricorrenza stessa dell’evento, anno dopo anno, senza che prevenzione, trasparenza post-incendio e presidio informativo cambino sostanzialmente, è già una risposta politica , solo che è la risposta di chi lascia fare, non di chi governa.

Restano, per oggi, solo ipotesi sull’origine dei due roghi: le indagini diranno se c’è dolo, e se i due inneschi sono collegati.

Restare in attesa di quei fatti, senza anticiparli né tacerli, è il dovere della cronaca.

Ma le domande di fondo , perché il Taburno brucia ogni anno, chi ne guadagna, chi sorveglia, chi racconta ,non aspettano le perizie: sono già politiche, e sono già di qui.

Quarantun anni dopo, la memoria che si esaurisce nelle corone è un rito; quella che interroga il presente, invece, è un metodo.

Siani fece la sua domanda fino all’ultima sera.

Il modo più semplice per ricordarlo, oggi, non è ripetere il suo nome: è fare le sue stesse domande, sui territori che ancora bruciano.

 

 

Ph Wikipedia

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