L’ editoriale del Direttore Daniela Piesco
C’è un filo rosso che lega la Resistenza di cui parlava Piero Calamandrei e quello che è accaduto ieri alla Camera dei Deputati. Un filo che attraversa ottant’anni di storia repubblicana e ci ricorda che la difesa della democrazia non è mai un fatto compiuto una volta per tutte, ma un esercizio quotidiano di vigilanza e, quando necessario, di opposizione attiva contro chi vorrebbe riportarci indietro nel tempo.
Ieri mattina a Montecitorio si è consumato uno di quei momenti in cui l’opposizione parlamentare ha fatto esattamente ciò che deve fare: resistere. Non a una legge di bilancio, non a un provvedimento amministrativo, ma a qualcosa di molto più grave. All’ingresso nelle istituzioni della Repubblica di esponenti dichiarati di organizzazioni neofasciste, invitati da un deputato della Lega per tenere una conferenza stampa sulla cosiddetta “remigrazione”. Un eufemismo agghiacciante per quello che è, nella sua essenza, un progetto di pulizia etnica.
Quando i deputati di Pd, M5s, Avs e Azione hanno occupato la sala stampa della Camera, intonando “Bella Ciao” per impedire che portavoce di CasaPound, Veneto Fronte Skinheads, ex militanti di Forza Nuova e altri esponenti dell’estrema destra potessero utilizzare il Parlamento come palcoscenico, non stavano compiendo un atto di prepotenza. Stavano esercitando quella resistenza costituzionale di cui Calamandrei è stato maestro e profeta. Perché di fronte a chi predica la deportazione di massa, la democrazia non può restare neutrale.
L’orrore nascosto dietro una parola
Bisogna chiamare le cose con il loro nome. La “remigrazione” non è una proposta di politica migratoria. È l’ultima maschera indossata dal razzismo biologico del Novecento, quello passato per i camini di Auschwitz e risorto sotto altre spoglie. È un piano sistematico di espulsione e deportazione di milioni di esseri umani che vivono da anni, spesso da decenni, nelle nostre società. Non solo i cosiddetti irregolari, ma chiunque non si sia “assimilato” secondo i deliri identitari di chi vede in corso una “Grande sostituzione” degli europei bianchi con cittadini del “Terzo mondo”.
È la stessa ossessione che muove l’amministrazione Trump nel suo tentativo di riportare l’America all’era precedente ai diritti civili. È la strategia che unisce i neonazisti tedeschi dell’AfD, i nazionalisti fiamminghi, gli ex neonazisti svedesi, i radicali di Tommy Robinson in Gran Bretagna, i nostalgici del Vlaams Belang, di Vox, di Chega. Una rete internazionale del terrore che ha individuato nel tema della “remigrazione” la sua bandiera unificante, la sua chiamata alle armi.
E in Italia? In Italia c’è un deputato della maggioranza che presta il proprio nome e la propria funzione istituzionale per far entrare a Montecitorio chi vuole raccogliere firme per questa follia. C’è una Lega che non si dissoccia. C’è un assordante silenzio di Fratelli d’Italia, che evidentemente preferisce non disturbare chi agita questi temi.
Il metodo è sempre lo stesso
Il modello d’azione adottato è più o meno identico in ogni Paese: i gruppi militanti, spesso apertamente neofascisti o neonazisti, agitano il tema attraverso manifestazioni di piazza, flash mob, striscioni appesi su ponti e montagne, raccolta di firme. Il loro intento è duplice e diabolico: diffondere il più possibile la propaganda dell’odio e radicalizzare le già sinistre parole d’ordine dei partiti sovranisti che crescono nei consensi elettorali.
Sono “estremisti che ce l’hanno fatta”, come li ha definiti qualcuno. E mentre concorrono per la guida dei loro Paesi, i gruppi più radicali fanno il lavoro sporco: spostano continuamente l’asticella dell’orrore, rendendo accettabile domani ciò che oggi appare ancora intollerabile. È la strategia della finestra di Overton applicata al razzismo: normalizzare l’inaccettabile un passo alla volta.
La XII disposizione non è un dettaglio burocratico
Ed è per questo che bisogna dirlo chiaramente: la XII disposizione transitoria della Costituzione vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Non è un dettaglio burocratico, non è un retaggio del passato da archiviare in nome di un malinteso pluralismo. È un pilastro fondativo della nostra democrazia, scritto col sangue della Resistenza e della guerra di Liberazione.
Il Parlamento della Repubblica non può essere neutrale di fronte al fascismo. Non lo può essere per mandato costituzionale, non lo può essere per dignità storica, non lo può essere per elementare decenza democratica. Quando chi si dichiara apertamente fascista bussa alle porte di Montecitorio portando progetti di deportazione di massa, l’unica risposta possibile è quella che hanno dato ieri le opposizioni: non qui, non in questo luogo, non in nome delle istituzioni democratiche.
Calamandrei spiegava che la resistenza non finisce con la Liberazione, ma continua ogni giorno nella difesa della legalità costituzionale. Ieri quella resistenza ha avuto il volto dei deputati che hanno occupato la sala stampa. E lo hanno fatto richiamandosi esplicitamente – attraverso il canto partigiano – alla continuità ideale con chi ottant’anni fa combatteva per liberare l’Italia dal fascismo e dai suoi deliri di purezza etnica.
La democrazia sa difendersi
Certo, qualcuno obietterà che in democrazia tutti debbono poter parlare, che le idee si combattono con le idee, che la censura è sempre pericolosa. Ma questi principi, per quanto nobili, hanno un limite preciso: quello tracciato dalla Costituzione antifascista. La democrazia non è tenuta a mettere a disposizione i suoi spazi istituzionali per chi esplicitamente la nega e progetta deportazioni di massa.
Non è intolleranza: è legittima difesa costituzionale.
È il minimo sindacale di dignità che dobbiamo a chi è morto per conquistarci questa libertà.
E le opposizioni, finalmente, hanno svolto il loro ruolo. Non quello di controllori contabili dell’azione di governo, non quello di generatori di polemiche mediatiche, ma quello più profondo e necessario: fare da argine quando le istituzioni rischiano di essere violate dall’interno. Quando la normalizzazione strisciante del neofascismo arriva al punto che un deputato della maggioranza può tranquillamente invitare a Montecitorio chi si dichiara fascista e predica la pulizia etnica, l’opposizione deve tornare a essere ciò che era per Calamandrei: sentinella della Costituzione, presidio di legalità, forma di resistenza civile dentro le istituzioni.
La conferenza stampa è stata bloccata. La sala è stata chiusa per motivi di ordine pubblico. CasaPound promette di tornare “con centinaia di migliaia di firme”. Ma attenzione: non dobbiamo cullarci nell’illusione della vittoria. Perché questo non è un episodio isolato, è parte di una strategia globale. È la stessa offensiva che si muove da Vienna a Berlino, da Stoccolma a Londra, da Madrid a Washington. È un’internazionale nera che ha individuato nella “remigrazione” la sua parola d’ordine unificante.
La vigilanza non finisce mai
Per questo la vigilanza non può abbassarsi. Per questo l’opposizione deve continuare a essere argine, deve continuare a resistere. Perché quello che è in gioco non è una disputa politica come le altre. È la tenuta della nostra democrazia costituzionale, è il rifiuto di tornare a un’epoca in cui l’identità europea veniva definita su base etnica, in cui la “purezza” era un valore e la deportazione una soluzione.
Ieri, almeno per un giorno, il Parlamento della Repubblica ha ritrovato la sua dignità antifascista. E l’opposizione ha dimostrato che quando è chiamata a scelte fondamentali, quando si tratta di difendere i principi su cui si fonda la convivenza democratica, sa ancora essere ciò che deve essere.
Resistenza.
Quella vera.
Quella costituzionale.
Quella necessaria.
Quella che non si piega di fronte a chi vorrebbe trasformare l’Europa in un continente etnicamente “puro”, che non arretra quando i progetti di deportazione bussano alle porte delle istituzioni democratiche.
Perché, come ci ha insegnato Calamandrei, la libertà non si difende da sola. Ha bisogno di cittadini e di rappresentanti che abbiano il coraggio di dire no. Sempre. Soprattutto quando l’orrore si presenta con un nome nuovo e si maschera da proposta politica. Soprattutto quando cerca di conquistare le istituzioni dall’interno.
Il fascismo è passato per i camini di Auschwitz. Non può tornare dalle porte di Montecitorio. Le opposizioni ieri lo hanno impedito. E hanno fatto esattamente quello che dovevano fare.
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