Di Carlo di Stanislao 

​”La morte di un uomo è meno affare suo che dei sopravvissuti; a volte è quasi interamente una faccenda politica.”

— Thomas Mann

 

​Nella complessa grammatica del potere mediorientale, la geopolitica del lutto collettivo non risponde mai a dinamiche puramente private, e la transizione spirituale si trasforma inevitabilmente in un manifesto ideologico. Le esequie itineranti di Ali Khamenei non fanno eccezione a questa dinamica intrinseca, configurandosi fin dalle prime battute come una titanica e spettacolare dimostrazione di forza dell’Iran sciita, orchestrata con precisione millimetrica per proiettare un messaggio di assoluta invulnerabilità interna ed egemonia esterna. Mentre gli Stati Uniti d’America accelerano visibilmente il proprio arretramento strategico dal Golfo Persico, l’intero quadrante mediorientale scivola inesorabilmente verso un nuovo equilibrio multipolare, un assetto inedito e fluido, cronicamente segnato da rivalità storiche, instabilità strutturali e ambizioni egemoniche incrociate che ridefiniscono i confini della deterrenza globale.

​Spesso, nella storia delle relazioni internazionali, le esequie di un leader carismatico o di un sovrano assoluto offrono l’opportunità storica per un disgelo diplomatico, per tessere tregue silenziose o per avviare timidi processi di riconciliazione nazionale e transfrontaliera. Non lo è, e non poteva in alcun modo esserlo, il funerale itinerante di Ali Khamenei. Al contrario, l’intera impalcatura cerimoniale sembra essere stata concepita, strutturata e capillarmente diffusa sul territorio con l’obiettivo primario di affermare la supremazia sciita iraniana sull’intera regione, ben oltre la mera commemorazione del defunto. La guida suprema è stata inizialmente celebrata con oceaniche adunate a Teheran, l’indiscussa capitale politica dell’apparato statale; subito dopo, la salma è stata trasferita a Qom, che non rappresenta soltanto il cuore pulsante della spiritualità teologica, ma costituisce il nucleo operativo del potere teocratico e dottrinale del regime khomeinista.

​Da Qom, l’itinerario funebre prevede il trasporto rituale della salma verso l’Iraq, toccando le città sacre di Najaf e Karbala. Questa scelta non possiede soltanto una valenza devozionale, ma assume i contorni di una vera e propria occupazione simbolica dello spazio politico. Proprio in quelle terre, nel settimo secolo, i sunniti uccisero l’imam sciita Alì e, successivamente, il figlio Hussein, consumando lo scisma originario che divide l’Islam. Oggi, queste due città sante si trovano nel territorio della repubblica irachena, dove il nuovo governo insediato a Bagdad sta faticosamente cercando di emanciparsi dalla pesante, asfissiante influenza iraniana, tentando di imporre un sistema politico e istituzionale meno settario, più inclusivo e genuinamente sovrano. Tuttavia, l’evidenza dei fatti dimostra come saranno proprio le milizie sciite strettamente controllate e finanziate da Teheran a occuparsi in via esclusiva della gestione dell’ordine pubblico e della logistica militare del funerale.

​Questo scenario si configura come la plastica affermazione di quella che la dottrina della rivoluzione iraniana ha storicamente battezzato come “difesa avanzata”. Si tratta della teoria geopolitica e militare adottata dai vertici della Repubblica Islamica all’indomani della traumatica aggressione irachena all’Iran del 1980: un paradigma strategico che impone di portare le guerre e i conflitti d’attrito il più lontano possibile dai confini geografici nazionali, esternalizzando la difesa attraverso l’armamento, l’addestramento e il finanziamento di attori non statali. Questa fitta rete di procure esterne comprende Hamas nella martoriata striscia di Gaza, Hezbollah lungo i confini del Libano meridionale, il movimento Houthi nello Yemen e la galassia delle milizie sciite operanti in Iraq, pronte a mobilitarsi per proteggere gli interessi della potenza persiana. La mappa delle presenze e delle vistose assenze alle esequie funebri offre una chiave di lettura fondamentale per decifrare i reali rapporti di forza che si stanno consolidando nel Levante e nel Golfo, territori destinati a rimanere intrappolati in uno stato di perenne e strutturale instabilità.

​Il recente conflitto triangolare che ha visto contrapposti Iran, Stati Uniti e Israele ha rappresentato un autentico terremoto geopolitico per l’intera regione. Come accade regolarmente all’indomani dei grandi disastri storici, le macerie lasciano spazio a due scenari contrapposti: l’opportunità per una ricostruzione positiva e duratura o, viceversa, il rischio concreto del consolidamento di una precarietà peggiore della precedente. Posto che l’attuale e fragile tregua regga all’impatto degli eventi, in questo primo, incerto dopoguerra emergono con chiarezza due certezze inconfutabili: l’Iran è uscito dalla crisi sensibilmente più forte, coeso e risoluto nelle sue mire di primato; parallelamente, gli Stati Uniti hanno cessato di rappresentare il garante ultimo della sicurezza dei paesi arabi del Golfo, trasformandosi paradossalmente nella causa primaria della loro profonda insicurezza diplomatica e militare.

​In una prima fase, le mosse della Casa Bianca hanno provocato e accelerato la violenta escalation militare culminata negli eventi del 28 febbraio, nonostante i regni e gli emirati arabi si fossero fermamente e ripetutamente opposti a qualsiasi ipotesi di attacco diretto contro il territorio iraniano. In un secondo momento, le monarchie petrolifere hanno visto i propri territori trasformarsi in obiettivi legittimi per i vettori e i missili balistici di Teheran, esclusivamente a causa del fatto che ospitavano imponenti basi militari statunitensi. Attualmente, l’amministrazione americana sta disperatamente cercando un accordo di pace a qualsiasi condizione, una transazione diplomatica al ribasso che offra a Donald Trump il pretesto politico per dichiarare una vittoria inesistente di fronte al proprio elettorato e abbandonare definitivamente il teatro mediorientale.

​Abituati da lunghi decenni a godere di una sicurezza nazionale integralmente concessa in outsourcing, stati come il Kuwait, il Bahrain, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e l’Oman si trovano improvvisamente costretti a fare i conti con una realtà radicalmente mutata: la coesistenza forzata con un Iran militarmente pervasivo e la simultanea presenza di un’America decisamente meno determinata rispetto al passato. Non si tratta di un’oscillazione estemporanea legata all’attuale inquilino della Casa Bianca, propenso al disimpegno strategico dall’Europa e dal Golfo non appena verrà siglato un accordo di pace formale con Teheran. Già l’amministrazione democratica di Barack Obama aveva teorizzato il celebre “pivot to Asia”, avviando il progressivo e strutturale disimpegno americano dal Medio Oriente per concentrare le risorse strategiche nello scacchiere del Pacifico.

​Nei quattordici punti della complessa trattativa in corso tra Washington e Teheran, l’ipotesi del ritiro militare statunitense non è più un’opzione remota, bensì una premessa implicita. I grandi insediamenti strategici come la base di al-Udeid in Qatar, Camp Arifjan in Kuwait, Prince Sultan in Arabia Saudita e la storica Quinta Flotta ancorata nelle acque del Bahrain subiranno un drastico e immediato ridimensionamento, se non una chiusura totale nei prossimi anni. Il baricentro del grande confronto per il predominio globale si è ormai definitivamente spostato nello scacchiere dell’Estremo Oriente. Le similitudini tra la sponda occidentale del Golfo e il continente europeo non si limitano alla comune sindrome da abbandono americano.

​Esattamente come i paesi membri dell’Unione Europea, anche le sei nazioni che compongono il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) non possiedono una radicata abitudine storica a finanziare autonomamente la propria sicurezza, avendola delegata per generazioni all’ombrello protettivo di Washington. Di fronte al vuoto attuale, queste nazioni stanno incrementando la spesa militare con ingenti risorse economiche, ma commettendo i medesimi errori strategici dei partner europei: l’assenza totale di investimenti in sistemi d’arma comuni e integrati, con ciascun paese focalizzato sulla difesa della propria industria nazionale o su programmi individuali di acquisizione all’estero, frammentando le forniture tra Stati Uniti, Giappone, Ucraina, Europa, Corea del Sud e Turchia.

​La diffidenza degli arabi sunniti del Golfo nei confronti dell’Iran persiano e sciita è un dato storico, genuino e culturale, che permane intatto anche nei momenti di formale riapertura dei canali diplomatici. Eppure, nonostante la percezione di un avversario comune e l’esistenza formale di un comando militare unificato all’interno del GCC, le debolezze strutturali di questa alleanza sono persino più profonde e paralizzanti di quelle che affliggono l’Unione Europea. Nonostante la stabilità dello Stretto di Hormuz rappresenti una precondizione vitale per la loro stessa sopravvivenza economica, nessuno dei paesi della penisola arabica ha sviluppato una reale forza di deterrenza navale, né dispone di flotte avanzate di cacciamine, indispensabili per garantire la sicurezza delle rotte commerciali in caso di blocco ostile.

​Nessuno dei membri del Consiglio desiderava l’apertura di un conflitto armato contro l’Iran, ma, una volta avviate le ostilità, alcuni attori hanno esercitato forti pressioni sugli Stati Uniti affinché portassero a compimento l’opera di neutralizzazione del regime. Il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed (MbZ), coltiva da tempo un asse di cooperazione estremamente stretto e pragmatico con Israele. Al contrario, il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman (MbS), unitamente agli altri leader del blocco arabo, considera l’egemonia geopolitica israeliana come un elemento intrinsecamente incompatibile con la propria visione di lungo termine per il Medio Oriente. Le divergenze tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, i due pesi massimi della regione, sono emerse drammaticamente nei teatri di crisi dello Yemen, del Sudan e della Libia, dove le due capitali continuano a sostenere e finanziare fazioni militarmente opposte.

​Risulta profondamente paradossale che i paesi del Golfo, i soggetti più esposti alle conseguenze di un mutamento degli equilibri, non siano parte integrante e attiva della storica trattativa di pace in corso tra Stati Uniti e Iran, ma si trovino relegati al ruolo di semplici osservatori o di mediatori logistici. In un dossier cruciale come quello nucleare, la stabilità a lungo termine potrebbe essere conseguita esclusivamente attraverso la nascita di un consorzio energetico regionale, dotato di un sistema di mutue ispezioni sul campo per la gestione trasparente dell’arricchimento dell’uranio. Non si tratta più soltanto del programma atomico iraniano: oggi anche Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto portano avanti programmi nucleari civili sovrani.

​Un simile consorzio regionale potrebbe gettare le fondamenta per l’unica struttura politica capace di garantire una pace duratura: un’architettura di sicurezza collettiva e condivisa. Tuttavia, allo stato attuale della cronaca, la nascita di tale organismo appare un’utopia geopolitica non meno distante della piena realizzazione di uno Stato palestinese sovrano e indipendente. Dallo scoppio del conflitto a Gaza in poi, le guerre che hanno devastato la regione negli ultimi tre anni hanno alimentato e radicalizzato pericolose pulsioni egemoniche sia in Israele sia in Iran. A Gerusalemme, l’agenda politica è saldamente nelle mani delle fazioni nazional-religiose, animate da una logica di deterrenza assoluta e vendetta permanente; a Teheran, il baricentro del potere reale si è definitivamente spostato verso i Pasdaran, custodi inflessibili della dottrina della “difesa avanzata”. Fino a quando la geopolitica della fede e della nazione continuerà a dominare le agende di questi attori, il Medio Oriente rimarrà tragicamente condannato all’instabilità che la storia ci consegna.

Ph pixabay senza royality

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA ImageChange Image

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.