L’ editoriale del Direttore Daniela Piesco
A volte la verità arriva in coppia. Da una parte una donna che chiede protezione e si sente rispondere con il dizionario stanco dei pregiudizi. Dall’altra un calciatore che ritrova il campo dopo che il potere ha fatto sentire la propria voce. Nel caso Ubeda and Others v. Italy, la CEDU ha detto che l’Italia non ha protetto con la dovuta efficacia una madre e i suoi figli, e ha stigmatizzato osservazioni “sessiste e stereotipate” che hanno aggravato la vittimizzazione. Nel caso Balogun, AP racconta una revoca eccezionale e controversa della squalifica dopo l’intervento di Trump presso i vertici FIFA.
Che cosa li unisce? Non il merito, non la materia, non il diritto. Li unisce la deformazione. In un caso la regola è piegata dallo stereotipo; nell’altro dalla prossimità al potere. E quando una regola si piega, fa sempre lo stesso rumore: quello di una porta che non protegge più nessuno.
La giustizia, in teoria, è la forma che l’umanità si è data per non vivere inginocchiata davanti alla forza. È la distanza tra il fatto e l’arbitrio. È il tentativo, sempre incompleto ma necessario, di impedire che simpatie, interessi, abitudini mentali e gerarchie sociali decidano al posto della legge.
Ma basta poco per corrompere questa distanza. Non serve sempre un tiranno. A volte basta una frase detta con naturalezza. Basta un luogo comune infilato in un atto. Basta una telefonata che non dovrebbe contare e invece conta. Il diritto non crolla solo quando viene violato; crolla quando smette di arrossire.
La malattia del nostro tempo è questa: l’eccezione non si presenta più come scandalo, ma come abitudine. La vittima deve ancora dimostrare di meritare ascolto. Il potente, invece, spesso ottiene ascolto prima ancora di meritare ragione. È qui che le istituzioni si svuotano: non quando sbagliano, ma quando smettono di percepire la gravità del proprio sbaglio.
Un’istituzione degna di questo nome non è quella che non cade mai. È quella che sa vergognarsi, correggersi, esporsi al controllo. Se perde questa facoltà, resta il guscio: toghe, timbri, protocolli, conferenze stampa. La scenografia della credibilità, senza la sua sostanza.
E allora che cos’è oggi il diritto,la legalità,la correttezza,l’ imparzialità,la rettitudine, l’onestà? Troppo spesso non la casa dell’imparzialità, ma il luogo in cui si vede chi riesce a entrare con più peso: il pregiudizio, la fama, la relazione, il riflesso culturale dominante. Le istituzioni, allo stesso modo, non sono più giudicate da ciò che proclamano, ma da ciò che tollerano.
Forse stiamo andando verso una società educata a non cercare il giusto, ma il favorevole. Non la decisione corretta, ma quella utile. Non la regola uguale per tutti, ma la breccia giusta per i propri.
Eppure il punto resta elementare, quasi antico: una civiltà vive finché il debole può aspettarsi più tutela del forte, non meno. Quando accade il contrario, la legge resta in piedi come resta in piedi una facciata dopo l’incendio: sembra ancora una casa, ma dentro ha già ceduto tutto.
E allora cos’è oggi la giustizia? Sempre meno un tempio, sempre più un test di resistenza. Vale finché regge alla pressione esterna e ai vizi interni. Nel caso di Benevento, il vizio interno è devastante: non un errore tecnico, ma una grammatica del sospetto contro la vittima, travestita da linguaggio giuridico. Quando una donna denuncia e lo Stato le risponde con stereotipi, il diritto non è neutrale: è complice.
Nel caso Balogun, il problema è speculare. Non c’entra la violenza di genere, c’entra l’arbitrio. Le regole esistono per evitare che il potente di turno trasformi ogni eccezione in favore personale. Se un presidente parla e la sanzione evapora, il messaggio è micidiale: la norma vale finché non infastidisce qualcuno che conta. La civiltà giuridica nasce per sostituire la forza con la forma. La legge è forma, procedura, distanza. Distanza dalla rabbia, dal branco, dall’amico influente, dal costume dominante. Quando quella distanza si accorcia, non resta la giustizia: resta il rapporto di forza con la parrucca o con il badge istituzionale.Le istituzioni oggi sono questo bivio. O sono luoghi in cui il potere si auto-limita, oppure sono scenografie che nobilitano decisioni già prese altrove: nei pregiudizi, nelle relazioni, nelle convenienze. Il dramma è che il cittadino se ne accorge benissimo. E quando se ne accorge, non perde fiducia solo in quel pm o in quel dirigente sportivo: perde fiducia nella promessa stessa di imparzialità.Da giornalista, direi così: stiamo entrando in un’epoca in cui la notizia non è più soltanto la violazione della regola, ma la normalizzazione dell’eccezione.
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