Di Carlo di Stanislao

 

«Il modo migliore per mantenere la propria parola è non darla.»

Napoleone Bonaparte

C’è un momento, nella vita di ogni governo, nel quale la distanza fra le parole pronunciate durante una campagna elettorale e ciò che è stato effettivamente realizzato diventa impossibile da ignorare. È il momento del bilancio. Non il bilancio fatto di numeri e tabelle, ma quello più profondo, che riguarda il rapporto fra aspettative e risultati, fra promesse e provvedimenti, fra ciò che un Paese si aspettava e ciò che ha realmente ricevuto.

Il Governo guidato da Giorgia Meloni è nato nel 2022 attorno a una promessa molto precisa: rappresentare una discontinuità rispetto al passato. Il centrodestra aveva costruito una parte significativa della propria proposta politica sulla riduzione della pressione fiscale, sulla difesa del potere d’acquisto, sulla revisione del sistema pensionistico, sulla riforma della giustizia, sulla semplificazione burocratica, sul sostegno alle famiglie, sulla natalità, sulla sicurezza e sulla possibilità di restituire agli italiani una maggiore disponibilità economica.

Quella promessa di discontinuità rappresentava anche una promessa psicologica: dopo anni di governi percepiti da una parte dell’elettorato come tecnici, emergenziali o condizionati da vincoli esterni, sarebbe arrivato finalmente un governo con una precisa identità politica, sostenuto da un consenso elettorale chiaro.

A quasi quattro anni dall’insediamento, però, è inevitabile chiedersi quanto di quella promessa sia diventato trasformazione concreta.

Non sarebbe corretto sostenere letteralmente che il Governo non abbia fatto alcuna riforma. Sarebbe una semplificazione facilmente contestabile. Sono state approvate leggi di bilancio, interventi fiscali, modifiche al mercato del lavoro, misure previdenziali, provvedimenti sulla giustizia, interventi collegati al PNRR e numerose misure economiche e sociali. Il punto, semmai, è un altro: se la quantità e la portata delle riforme realizzate siano all’altezza della promessa di cambiamento radicale con la quale il Governo si è presentato agli elettori.

Ed è una differenza tutt’altro che marginale.

Perché un governo può produrre moltissimi provvedimenti senza necessariamente produrre una trasformazione strutturale. La legislazione può essere abbondante e il cambiamento percepito dai cittadini molto più modesto. Può accadere che si intervenga continuamente sull’emergenza senza riuscire a modificare le condizioni che generano quell’emergenza.

È forse proprio questa la sensazione che emerge osservando alcuni dei problemi più immediati della vita quotidiana degli italiani.

La benzina è uno di questi.

Per anni il prezzo dei carburanti è stato uno degli indicatori più evidenti della distanza fra politica nazionale e vita concreta. Quando il prezzo del petrolio cresce, quando aumentano i costi di trasporto e quando l’energia diventa più cara, l’effetto non si ferma al distributore. Entra nei camion che trasportano le merci, nei costi delle imprese, nella logistica, nei prezzi dei prodotti alimentari, nei servizi e, alla fine, nel bilancio familiare.

Il Governo è intervenuto più volte sulle accise, cercando di contenere gli effetti degli aumenti. Ma proprio il ricorso ripetuto a misure temporanee rende evidente quanto sia difficile trasformare una politica emergenziale in una soluzione strutturale.

E il problema energetico è ancora più ampio.

Gas ed elettricità non sono semplicemente due voci della bolletta. Sono il costo invisibile che attraversa l’intera economia. Una famiglia che paga di più per riscaldare la casa ha meno denaro disponibile per consumi diversi. Un’impresa che paga di più l’energia deve assorbire un costo maggiore oppure trasferirlo sui prezzi. Un negozio, un albergo, un ristorante, un laboratorio artigiano o un’azienda manifatturiera non possono semplicemente decidere di non utilizzare l’elettricità.

L’energia è il sangue dell’economia.

E quando il sangue costa troppo, tutta la macchina rallenta.

Per questo gli interventi sul costo dell’energia hanno un significato molto più profondo di una semplice misura di sostegno. La questione riguarda la competitività dell’Italia, la capacità delle imprese di investire, i salari reali, il potere d’acquisto delle famiglie e la posizione del nostro Paese nel sistema produttivo europeo.

Il Governo ha adottato anche nel 2026 provvedimenti destinati a ridurre il peso dell’energia elettrica e del gas per famiglie e imprese. Ma proprio questa continua necessità di intervenire dimostra che il problema energetico rimane centrale e non può essere considerato definitivamente risolto.

Ed è dentro questo scenario che arriva il bollo automobilistico.

L’abolizione del bollo per le automobili fino a 80 kW e per i motocicli, con i limiti previsti dal provvedimento e per un solo veicolo per cittadino, rappresenta certamente una misura concreta. Secondo le informazioni diffuse dal Governo, la platea interessata supera il 70% delle automobili circolanti, arrivando complessivamente a circa 14,5 milioni di veicoli considerando anche i motoveicoli.

Non è dunque una misura irrilevante.

Per una famiglia che ogni anno deve pagare il bollo, soprattutto in una fase nella quale il costo complessivo della vita è aumentato, qualche decina o qualche centinaio di euro in meno rappresenta effettivamente un risparmio. Sarebbe sbagliato trasformare automaticamente ogni riduzione fiscale in propaganda e negarne il valore concreto.

Ma la politica non vive soltanto della natura di una misura. Vive anche della sua tempistica.

E qui nasce il problema.

L’abolizione del bollo arriva nell’ultimo tratto della legislatura, quando la politica entra fisiologicamente nella fase nella quale ogni governo deve cominciare a presentare agli elettori il proprio bilancio. È inevitabile, dunque, che una misura immediatamente comprensibile e direttamente percepibile dal cittadino venga letta anche alla luce della prossimità delle elezioni.

Non è necessario sostenere che l’abolizione del bollo sia stata concepita esclusivamente per ottenere consenso. Non esistono elementi sufficienti per trasformare una simile interpretazione in un fatto. Ma è altrettanto evidente che una misura di questo tipo possiede una straordinaria forza comunicativa.

Il cittadino non deve leggere cinquanta pagine di una legge.

Non deve comprendere un complesso meccanismo fiscale.

Non deve aspettare dieci anni per verificare gli effetti di un investimento.

Gli basta sapere una cosa:

il bollo non lo pago più.

È una delle forme più immediate di politica percepibile.

Ed è proprio questa immediatezza a renderla particolarmente interessante nel bilancio dell’ultimo miglio.

Perché l’ultimo miglio della politica è sempre quello più delicato. È il momento nel quale un governo deve trasformare una legislatura complessa in una narrazione semplice. Deve poter dire: abbiamo fatto questo, abbiamo ridotto quest’altro, abbiamo restituito questa somma, abbiamo eliminato questa tassa.

Il rischio è che la complessità del governo venga sostituita dalla semplicità della comunicazione.

E qui torna la questione delle promesse.

Nel 2022 il messaggio politico non era semplicemente “abolire il bollo”. Era molto più vasto. Era l’idea di una trasformazione del rapporto fra cittadino e Stato. Era la promessa di un fisco più leggero, di una burocrazia meno invasiva, di un sistema previdenziale diverso, di una giustizia più rapida, di un’economia più dinamica, di una maggiore protezione del potere d’acquisto.

Il cittadino ha quindi il diritto di fare un confronto.

Non deve necessariamente essere un confronto ideologico. Può essere persino molto semplice.

Che cosa era stato promesso?

Che cosa è stato realizzato?

Che cosa è stato modificato?

Che cosa è rimasto incompiuto?

Che cosa è stato rinviato?

E, soprattutto, quanto è cambiata concretamente la vita delle persone?

Queste domande sono molto più importanti degli slogan della maggioranza e dell’opposizione.

Perché anche il concetto di “riforma” merita di essere utilizzato con cautela. Una riforma non coincide necessariamente con un provvedimento. Una legge può modificare una norma senza trasformare realmente un sistema. Una detrazione può ridurre una spesa senza cambiare la struttura fiscale. Un bonus può aiutare una famiglia senza risolvere il problema economico che l’ha resa necessario.

La differenza fra provvedimento e riforma è, in fondo, la differenza fra intervenire su un sintomo e modificare il meccanismo che produce quel sintomo.

Ed è proprio qui che si misura una legislatura.

L’Italia continua ad avere problemi strutturali che non possono essere risolti attraverso una successione di interventi settoriali. La produttività rimane una questione centrale. I salari reali e il potere d’acquisto continuano a rappresentare un problema. Il debito pubblico limita lo spazio di manovra. La pressione fiscale resta significativa. La denatalità modifica progressivamente la struttura della società. La sanità pubblica è sottoposta a forti tensioni. La burocrazia continua a essere percepita da cittadini e imprese come un ostacolo. La giustizia civile necessita di tempi compatibili con un’economia moderna. L’energia resta un elemento strategico.

Nessuno di questi problemi può essere risolto con un singolo decreto.

E nessuno può essere cancellato con uno slogan.

Per questo l’abolizione del bollo può diventare, paradossalmente, qualcosa di più di una semplice misura fiscale: può diventare il simbolo della domanda che accompagna l’ultimo tratto della legislatura.

È questo il cambiamento promesso?

La risposta non dovrebbe essere fornita da un editorialista, né da un partito, né da una campagna elettorale.

Dovrebbero essere i fatti a consentire ai cittadini di rispondere.

Perché una cosa è dire che una legislatura non ha prodotto nulla. Un’altra è osservare che ha prodotto molti interventi, ma che una parte delle grandi promesse iniziali è rimasta incompleta o si è tradotta in risultati più limitati rispetto alle aspettative.

La seconda affermazione è molto più difficile da contestare proprio perché consente di entrare nel merito.

E il merito ci riporta alla vita quotidiana.

Un cittadino non vive dentro il programma elettorale. Vive dentro una casa, paga una bolletta, fa benzina, compra il cibo, paga le tasse, porta i figli a scuola, aspetta una visita medica, affronta un mutuo o un affitto, utilizza i trasporti e cerca di arrivare alla fine del mese.

È lì che una politica economica deve essere percepita.

Non soltanto nei comunicati stampa.

Non soltanto nei dibattiti parlamentari.

Non soltanto nelle conferenze stampa.

Se la benzina rimane costosa, se l’energia continua a pesare sul bilancio familiare, se gli stipendi non recuperano adeguatamente il potere d’acquisto, l’impressione del cittadino può essere molto diversa da quella che emerge dall’elenco dei provvedimenti approvati.

E questo non significa che ogni difficoltà sia responsabilità del Governo. Sarebbe altrettanto scorretto. Molti fattori sono internazionali e strutturali, e nessun esecutivo dispone di un controllo assoluto sui prezzi dell’energia, sui mercati internazionali o sulle dinamiche economiche globali.

Ma proprio perché governare significa confrontarsi con questi vincoli, il giudizio politico dovrebbe concentrarsi sulla capacità di trasformare i vincoli in strategie di lungo periodo.

Il vero problema, allora, non è il bollo.

Il bollo è soltanto l’ultimo episodio di una storia molto più grande.

La questione è se, arrivati all’ultimo miglio, il Governo abbia ancora davanti a sé una grande stagione di riforme strutturali oppure se sia entrato nella fase nella quale prevalgono interventi immediatamente spendibili sul piano della comunicazione politica.

Un conto è costruire un sistema fiscale più semplice e stabile.

Un altro è abolire una singola tassa.

Un conto è ridurre strutturalmente il costo dell’energia.

Un altro è intervenire periodicamente sulle bollette o sulle accise.

Un conto è aumentare stabilmente il potere d’acquisto.

Un altro è compensare temporaneamente alcune perdite.

Un conto è costruire una politica industriale.

Un altro è sostenere di volta in volta singoli settori.

Questa distinzione dovrebbe essere al centro del bilancio della legislatura.

Perché il consenso politico non dovrebbe essere costruito soltanto sulla gratificazione immediata, ma sulla capacità di affrontare problemi che spesso non producono risultati elettoralmente spettacolari.

Una grande riforma della giustizia non produce necessariamente una fotografia sui social.

Una pubblica amministrazione più efficiente non produce necessariamente un titolo memorabile.

Un investimento infrastrutturale può richiedere anni.

Una politica demografica seria produce risultati dopo una generazione.

Una strategia energetica può richiedere decenni.

Eppure sono proprio queste le politiche che possono modificare davvero un Paese.

Il piccolo vantaggio immediato è importante. Ma non può diventare il sostituto della grande trasformazione.

Ecco perché il bollo abolito, pur essendo una misura concretamente favorevole per milioni di automobilisti, assume un significato politico particolare nel momento in cui arriva. Può essere semplicemente una buona misura fiscale. Può essere contemporaneamente una risposta a una richiesta diffusa e una scelta di comunicazione politica. Le due cose non si escludono necessariamente.

Sarà il tempo a dire quale peso avrà avuto.

Ma il bilancio della legislatura non può essere ridotto all’ultimo provvedimento annunciato.

Un Governo che ha promesso una svolta deve essere giudicato sull’intero percorso.

Sulle promesse mantenute e su quelle ridimensionate.

Sulle riforme approvate e su quelle rimaste incompiute.

Sulle emergenze affrontate e sulle cause strutturali rimaste intatte.

Sul costo della vita.

Sull’energia.

Sui salari.

Sul fisco.

Sulla sanità.

Sulla natalità.

Sulla produttività.

Sul debito.

Sulla capacità di rendere l’Italia più forte non soltanto oggi, ma fra dieci o vent’anni.

Alla fine, dunque, il problema non è stabilire se l’abolizione del bollo sia un contentino oppure una riforma importante.

Il problema è capire se sia sufficiente rispetto alle aspettative create.

E questa è una domanda alla quale non può rispondere un singolo decreto.

Quando un governo arriva all’ultimo miglio, infatti, non basta più raccontare ciò che intende fare.

Deve rendere conto di ciò che ha fatto.

E, soprattutto, deve avere il coraggio politico di spiegare ciò che non è riuscito a fare.

Perché la democrazia non consiste soltanto nel promettere un futuro migliore.

Consiste anche nel permettere ai cittadini di confrontare quel futuro promesso con il presente che hanno realmente vissuto.

Il bollo può essere cancellato.

Una voce può sparire dalla lista delle spese.

Ma le grandi domande sul Paese restano.

E sono quelle domande, più di qualsiasi slogan, che dovrebbero accompagnare gli italiani verso il prossimo appuntamento elettorale.

 

Ph wikipedia

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