“La verità non è qualcosa che l’uomo produce. È qualcosa che l’uomo incontra.”
— Martin Heidegger

Il pensiero di Emanuele Severino si staglia nella filosofia contemporanea come una voce isolata, radicale e profondamente destabilizzante. Con un impeto che sfiora la profezia, Severino afferma che l’intera storia della filosofia occidentale è segnata da un errore originario: l’aver creduto che ciò che è possa non essere, che l’essente possa venire dal nulla e ritornarvi. Questa convinzione, apparentemente ovvia per il senso comune, è secondo Severino la radice del nichilismo che pervade il pensiero moderno, la scienza, la tecnica e la cultura contemporanea.

Tornando a Parmenide, Severino riafferma con forza il principio che l’essere è e non può non essere. Da questa premessa, ricavata non per via teologica o mitica ma come necessità logica, deriva la tesi più sconvolgente della sua filosofia: ogni ente è eterno, ogni cosa che è non può essere nulla, né prima né dopo. La nascita e la morte, il divenire, il cambiamento: sono illusioni — potenti, pervasive, tragicamente radicate nel linguaggio stesso — ma illusioni.

Contro Aristotele, contro Hegel

Severino non si limita a criticare l’atteggiamento moderno o la tecnica: il suo bersaglio è l’intera costruzione del pensiero occidentale, da Aristotele a Hegel. Aristotele aveva già limitato l’eternità al solo Dio, concepito come atto puro, motore immobile. Tutto il resto del mondo, per lui, nasce, cresce e muore. Hegel, spingendo oltre la razionalità classica, afferma che il finito si nega e si supera in un processo dialettico che conduce all’Assoluto. Ma anche in Hegel l’essere autentico si dà solo nel movimento, nel superamento, mai nell’immediatezza dell’ente.

Severino rifiuta questa visione. Per lui, non c’è bisogno di divenire per essere veri. Ogni ente, in quanto ente, è già pienamente se stesso, ed è eterno. Non ha bisogno di passare per il nulla per diventare qualcosa. Non può sparire. L’ente è, e non può non essere. Nessuna dialettica può confutare questa evidenza originaria.

Il significato come eternità

A fondamento di questa ontologia sta un concetto chiave: il significato. Ogni ente è significato, cioè è ciò che è nel suo apparire determinato. E se qualcosa ha un significato, non può mai essere nulla, perché il nulla è privo di ogni determinazione. Da qui la tesi fondamentale: il significato è eterno, e con esso, ogni ente che appare. Ma, e qui sta la tragedia, nell’apparire al mondo, ogni ente si confronta con l’esperienza del limite, della separazione, della finitezza. L’eterno si manifesta nel tempo come se fosse temporaneo, e questo produce la tragedia del vivere.

La morte, la distruzione, la perdita: tutto ciò che sembra annientare le cose è, per Severino, un errore di prospettiva. L’ente scompare dall’apparire, ma non per questo smette di essere. La scienza crede di descrivere processi oggettivi, ma è ancora figlia di quel nichilismo antico che ammette la possibilità del nulla.

La tecnica e il nichilismo

Nel mondo contemporaneo, dominato dalla tecnica, il pensiero occidentale ha trovato la sua realizzazione estrema. La tecnica non si pone più domande sul senso dell’essere: vuole solo il potere di trasformare, di produrre, di controllare. Essa parte dal presupposto nichilistico che tutto possa essere annientato e ricreato a piacere, che nulla abbia un’essenza eterna.

Ma per Severino, questa è la forma più radicale di follia ontologica. La tecnica tenta di distruggere l’indistruttibile. Crede di agire sulla realtà, ma in verità si muove nel cerchio dell’illusione, perché nulla può essere tolto all’essere. L’apparato tecnico-scientifico globale — quello che regge le economie, le guerre, lo sfruttamento — è, per Severino, un colosso costruito sull’equivoco più grave della storia del pensiero.

L’utilità oggi: un pensiero contro la violenza e la disperazione

Oggi, in un tempo segnato da guerre permanenti, disuguaglianze laceranti, disastri ambientali e nichilismo diffuso, il pensiero di Severino si rivela di un’attualità sorprendente. In un mondo che crede di poter distruggere, di eliminare, di cancellare ciò che è, la sua filosofia afferma con fermezza che nulla può essere annientato, che ogni essere è salvo nell’eternità del suo significato.

Questa visione è una critica radicale a ogni forma di violenza. Se l’altro non può essere annullato, se la sua esistenza è eterna, ogni tentativo di dominio, sopraffazione o distruzione è non solo moralmente ingiusto, ma ontologicamente illusorio. Ogni guerra, ogni genocidio, ogni atto di distruzione è un’illusione tragica, fondata sulla falsa convinzione che l’essere possa essere negato.

Inoltre, in una società dove tutto sembra fragile, temporaneo, intercambiabile, Severino offre un pensiero di stabilità assoluta, una certezza che non nasce da dogmi religiosi o da ideologie, ma da una logica rigorosa dell’essere. In un mondo che ha perso fiducia, la sua filosofia è un esercizio di resistenza contro il pensiero debole, contro il relativismo assoluto, contro il disincanto sterile.

L’uomo come destino dell’eterno

L’uomo, in questa prospettiva, non è gettato verso la morte, come voleva Heidegger, ma è testimone dell’eterno. La sua coscienza è il luogo in cui l’apparire accade, in cui l’eternità delle cose si manifesta nella forma del tempo. Ma la verità — l’in-audita verità — è che ogni ente è già salvo, perché è già nell’essere, e l’essere non può abbandonare nessuno.

Ecco allora che il messaggio ultimo di Severino è una filosofia della gioia tragica, della consapevolezza che ogni sofferenza nasce dall’illusione del nulla. Una volta riconosciuto l’eterno, la paura si dissolve, e resta solo l’immanenza infinita dell’essere.

In Severino, il pensiero non è più un cammino verso una verità da costruire, ma un incontro con la verità che da sempre è lì, silenziosa, immutabile, potente. Una verità che ci chiede il coraggio di abbandonare ogni illusione per entrare nel destino dell’eterno.

 

pH Wikipedia

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