di Daniela Piesco Direttore Responsabile 

BENEVENTO – Ci sono artisti che scolpiscono la pietra, altri che plasmano il bronzo, ma poi c’è Helidon Xhixha, che piega la luce. E lo fa attraverso l’acciaio inox, elemento tanto concreto quanto sfuggente, capace di riflettere, distorcere, assorbire e restituire la realtà in una forma nuova. Dal 26 luglio 2025 al 7 gennaio 2026, l’artista albanese porterà a Benevento “Benevento in luce”, una mostra personale a cielo aperto che inaugura la 46^ edizione del Festival “Benevento Città Spettacolo”. Sette sculture monumentali, dislocate tra Corso Garibaldi e il Teatro Romano, trasformeranno il cuore storico della città in una galleria vibrante di riflessi e tensioni visive, tra passato e futuro, materia e immaginazione.

A curare la mostra sono Francesco Creta e Milot, che con sensibilità e rigore ricostruiscono, pur nella sintesi delle opere selezionate, l’intero percorso artistico di Xhixha, dagli esordi del 2006 alle ultime creazioni. Non una semplice esposizione, ma un viaggio esperienziale in cui l’opera si fonde con il contesto, si fa specchio urbano, interrogando chi guarda e rispecchiando, al tempo stesso, ciò che di noi si proietta nello spazio pubblico.

Xhixha, nato a Durazzo nel 1970, non è solo un artista internazionale. È uno scultore della luce, un alchimista dell’acciaio, un pensatore visivo. Formatasi tra Tirana, Brera e Londra, la sua poetica affonda le radici nella grande scultura novecentesca – da Brancusi a Mitoraj – e al tempo stesso guarda alla fluidità della postmodernità, a quella “modernità liquida” che Bauman ha reso icona filosofica del nostro tempo. Le sue opere si presentano come superfici mutevoli, che cambiano col tempo del giorno, con il passaggio delle stagioni, con lo sguardo fugace dei passanti. Sono sculture che non si impongono ma interrogano, che non vogliono dominare lo spazio, ma dialogarvi, esaltandolo.

L’installazione beneventana arriva dopo una serie impressionante di mostre in tutto il mondo: dalla Biennale di Venezia nel 2015 alla London Design Biennale, dalle Gallerie degli Uffizi a Palazzo Reale, fino alle recentissime esposizioni in Cina e all’Abbazia di San Galgano. Non è un caso che Eike Schmidt, attuale direttore del Museo di Capodimonte, abbia scritto di lui: “Le sculture di Helidon Xhixha sono oggetti solidi e specchio effimero: solidi che tuttavia paiono esistere solo in relazione a ciò che li circonda e a chi li osserva”. Un’affermazione che racchiude l’essenza della sua poetica: un’arte che non vive di autoreferenzialità, ma si alimenta della relazione con il mondo.

E a Benevento, città di stratificazioni storiche e tensioni simboliche, questo incontro tra la luce e la materia troverà una dimensione ulteriore. Piazza Federico Torre, luogo dell’inaugurazione, sarà il cuore pulsante di questa sinfonia visiva. Le opere, grazie alla loro superficie specchiante, assorbiranno il cielo, i palazzi, la folla, rendendo ogni scultura diversa a ogni istante, a ogni passo. Un’opera che muta insieme al paesaggio urbano, che lo amplifica e lo trasfigura.

C’è un che di sacro nel lavoro di Xhixha, una tensione verso l’assoluto che si esprime nella cura ossessiva per il dettaglio e nella sua capacità di piegare un materiale freddo e industriale come l’acciaio in forme calde, sinuose, quasi organiche. Le sue sculture sembrano respirare, avvolgere l’aria, condensare lo spazio. Sono onde cristallizzate, riflessioni sospese tra materia e metafora, architetture dell’anima.

“Benevento in luce” non è solo una mostra, è un invito a guardare la città con occhi diversi, a lasciarsi coinvolgere, a interrogare la propria presenza nello spazio urbano. Xhixha, da sempre legato all’Italia per formazione e ispirazione, riporta l’arte contemporanea al centro della vita pubblica, là dove deve stare. Lontano dalle élite, dentro le piazze, sotto il sole, tra la gente.

E se, come diceva Leonardo, “La scultura è una pittura che vive”, allora le opere di Xhixha sono dipinti di luce in movimento. Figure che non si impongono, ma si offrono. Come specchi, ci costringono a guardarci dentro. E chissà che, tra le pieghe dell’acciaio, non si nasconda anche una verità su noi stessi.

 

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