Cronaca critica di una sera fra Telemann e Piazzolla , Auditorium di Sant’Agostino, Benevento, 13 settembre 2026

Non è la retorica del “grande evento” a giustificare una serata come questa, ed è bene dirlo subito, per non cadere nella trappola in cui cade quasi sempre chi scrive di musica in provincia: l’entusiasmo compensatorio, il bisogno di gonfiare ciò che è già, di per sé, sufficientemente serio. Ponti e Onori, capitolo sannita dei Global Musical Journeys dell’Accademia di Santa Sofia in collaborazione con la La Sierra University di Los Angeles, non ha bisogno di essere onorato. Ha bisogno di essere letto.
Il programma mette in fila quattro autori , Rota, Telemann, Piazzolla, Vivaldi , che non condividono secolo né lingua, ma condividono un gesto: quello di trattare la tradizione come materiale vivo, non come reliquia. Non è un caso che ad aprire la serata sia il Concerto per archi di Nino Rota, scritto nel 1964 per I Musici: un lavoro che indossa la forma classica in quattro movimenti come un abito di sartoria, per infilarci dentro spigolature ironiche e un umorismo che la forma, da sola, non giustificherebbe. È musica che sorride mentre esegue un compito serio , e chi la esegue, se la prende sul serio senza prenderla sul tragico, ha già capito la metà del problema interpretativo.
La metà restante la si affronta con Telemann. Il Concerto in sol maggiore per viola, archi e basso continuo, composto a Francoforte fra il 1716 e il 1721, non è un pezzo di repertorio come gli altri: è, per quanto se ne sa, il primo concerto solistico mai scritto per uno strumento che la storia della musica aveva relegato, fino ad allora, al ruolo di comprimario armonico. Affidarlo a Dean Anderson , violista e violinista, dottore in direzione d’orchestra alla UCLA sotto Neal Stulberg, con una carriera cresciuta fra Missouri, California e collaborazioni internazionali , non è un dettaglio di cast, è una dichiarazione di metodo. Un musicista che ha attraversato la doppia disciplina dell’esecuzione e della direzione porta sul palco un’autorità diversa: non solo suona la viola, ne conosce la voce nel corpo dell’orchestra, e questo si sente nella capacità di far dialogare, invece che sovrastare, l’Allegro sincopato del secondo movimento. Non è virtuosismo esibito: è ascolto reso udibile.
Accanto a lui, Myroslava Komik porta al violino un’urgenza diversa, meno accademica e più esposta. Violinista, docente e curatrice artistica ucraina, Artist-in-Residence alla La Sierra University, cofondatrice del Nextus Festival e di Help Musicians Ukraine, Komik non si limita a eseguire il repertorio barocco e novecentesco in programma: lo attraversa portandosi dietro una biografia in cui fare musica, per una parte del mondo, è oggi un atto che si oppone letteralmente alla cancellazione. Non è retorica accostare la sua presenza a Benevento al tema della resistenza: è cronaca. Una violinista che ha costruito la propria carriera commissionando ed eseguendo compositori ucraini poco conosciuti, mentre il proprio paese è sotto attacco, non ha bisogno che nessuno le costruisca un’aureola , ha bisogno che si registri, con precisione, cosa significa scegliere ancora il violino come strumento di resistenza.
Ed è qui che il programma trova il suo vero centro polemico, più che celebrativo: Verano Porteño di Piazzolla, incastonato fra Telemann e l’Estate vivaldiana, non è un omaggio nostalgico alle Quattro Stagioni. È una risposta, scritta a Buenos Aires nel 1965 da un compositore che aveva studiato con Nadia Boulanger e che aveva deciso di non vergognarsi del tango come materiale nobile. Mettere Piazzolla accanto a Vivaldi, in un auditorium di un centro storico meridionale che da anni lotta contro la narrazione della propria marginalità, significa affermare , senza bisogno di dirlo esplicitamente in un programma di sala , che la periferia non è geografica, è una condizione che si sceglie di non abitare.
Resta un punto critico, ed è giusto dichiararlo senza sconti: la formula “viaggio musicale globale” rischia sempre di scivolare nel turismo culturale, nella collezione di bandierine sonore accostate per suggestione più che per necessità drammaturgica. Questa sera il rischio è stato evitato non per merito della cornice concettuale, ma per la qualità delle scelte concrete , un concerto per viola che restituisce dignità storica a uno strumento subalterno, un tango che non chiede permesso a Vivaldi ma gli risponde. La cornice regge se chi suona ha, come in questo caso, qualcosa da dire oltre la scaletta.
Il Sannio, in serate come questa, non riceve la cultura in prestito. La verifica, la mette alla prova, e talvolta come stasera , la restituisce più vera di come l’ha trovata.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA ImageChange Image

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.