“La poesia è quell’arte di vedere ciò che tutti vedono, ma di dirlo come nessuno ha mai fatto.”
— Jean Cocteau
Nel cuore marginale dell’Italia, dove la natura non si concede ma si sottrae, si nasconde, si disfa del superfluo, Alessio Torino continua a edificare il suo mondo narrativo. Con Il palio delle rane (Mondadori), romanzo presentato su il manifesto e in Alias Domenica, egli aggiunge un nuovo frammento alla sua geografia interiore: una prosa che respira in versi, un canto spezzato da elegie, favole, sospiri di fiume.
Torino è scrittore della provincia, e non per accidente topografico, ma per vocazione profonda. Le sue storie si radicano in un’Italia interna che il tempo ha lasciato indietro ma che la letteratura — quella autentica — può ancora salvare. Un’Italia di fossi, case sbrecciate, idoli di ferro e riti che sopravvivono alla loro funzione. In queste pieghe dimenticate del paesaggio, l’immaginario torinese fiorisce con potenza mite, restituendo al lettore non un altrove esotico, ma un qui e ora sotterraneo, spesso ignorato.
Contro l’aridità di certa narrativa contemporanea, Il palio delle rane si impone come gesto poetico e politico: resiste al tempo rapido, alla superficie liscia, al romanzo di plastica. E resiste proprio lì, dove tutto sembra già perduto.
L’anima nascosta della provincia
Gianni Pischedda, nella sua critica più accesa, ha ricordato quanto la provincia, lungi dall’essere un fondale minore, sia cuore resistente della cultura italiana. Nella sua Letteratura come desiderio (Bompiani, 2012), scrive che la provincia è “uno spazio carico di tensioni, dove la lingua ritrova corpo e disincanto”. È in questa marginalità che si elabora la possibilità di una scrittura libera dalle mode, vicina alla materia della vita.
Torino si iscrive in questa linea di sangue e silenzio: la sua prosa, affilata e lieve, scava nel reale senza didascalia. I suoi personaggi — antieroi quasi remoti, ma mai spenti — abitano un mondo che si sfalda e che pure continua, con la tenacia dei semi sotto terra.
Contro l’omologazione degli scrittori urbani
In un’Italia letteraria sempre più sprovincializzata, la voce di Torino appare come una nota dissonante, e per questo necessaria. Troppa narrativa contemporanea si è urbanizzata fino all’omologazione: scrittori che parlano tutti la stessa lingua neutra, ambientano le loro trame in città intercambiabili, e raccontano vite sospese in un tempo astratto, psicologico, asettico. Il paesaggio scompare, il dialetto si teme, la memoria si appiattisce. Il risultato è una letteratura elegante ma vuota, fatta di specchi senza profondità.
In questa corrente che evita la terra per non sporcarsi le mani, Torino nuota contro. Non per esibire la provincia, ma per farla parlare nel suo buio, nella sua luce obliqua, nelle sue ambiguità. Perché nella provincia non c’è solo identità, ma anche contraddizione, perdita, oblio. E in questo gioco di chiaroscuri si annida la vera materia del racconto.
Dialogo al margine – una sera in provincia
Immaginiamo una conversazione tra Alessio Torino, Gianni Pischedda e Italo Nostromo, poeta ombroso, voce errante del nostro tempo. I tre si incontrano in un’osteria di provincia, tra vino rosso e silenzi carichi di senso.
Italo Nostromo:
«Scriviamo ancora, davvero? O stiamo solo archiviando gli ultimi lampi di qualcosa che non c’è più? Io sento odore di plastica ovunque: anche nei libri, anche nelle poesie.»
Alessio Torino:
«Scrivere non è nostalgia. È presenza. È dire: qui, in questo fossato, in questa casa scrostata, c’è ancora un mondo che pulsa. Non mi interessa salvare la letteratura, ma raccontare chi vive senza sapere che c’è chi lo racconta.»
Gianni Pischedda:
«La provincia è lo specchio oscuro dell’Italia. Non è passato, ma la radice stessa del futuro. È lì che la lingua ritrova corpo. Le grandi città ci offrono romanzi ordinati, corretti, vuoti. Ma la letteratura nasce dall’attrito, non dall’efficienza.»
Nostromo:
«Tutti sembrano scrivere nello stesso stile. Trame neutre, vite uguali. Ma il mondo vero — con le sue crepe, il suo disordine, i suoi odori — sta altrove. Sta qui, nei margini, nei vuoti. Nella provincia che non fa rumore.»
Torino:
«Eppure proprio quel vuoto racconta più di mille trame. La poesia, quando arriva, affiora come una sorgente nascosta tra le pietre: non è ornamento, è linfa. Non serve urlare. Basta restare in ascolto.»
Conclusione
Nel palio delle rane — tanto reale quanto metafora — si coglie una scommessa antica: narrare non per trionfare, ma per resistere. Non per imporsi, ma per custodire. Non per spiegare, ma per ascoltare.
Torino, già in Tetano e Urbino, Nebraska, ha cesellato una voce inconfondibile, capace di fondere cronaca e favola, verità e visione. La sua scrittura, scabra e musicale, lavora per sottrazione: ogni parola pare scavata nella roccia, ogni frase vibra tra l’ironico e il tragico. È qui che la poesia affiora, come una sorgente nascosta tra le pietre: non ornamento, ma linfa profonda, necessaria.
In un’Italia sempre più urbanocentrica, che ha dimenticato le sue terre d’ombra e d’anima, Il palio delle rane è un atto poetico e civile. Riconsegna dignità al margine, voce all’invisibile, tempo all’indistinto. Insegna che anche fuori dalla corsa, c’è chi salta ancora. E che la natura, quando si sottrae, forse ci sta solo chiedendo di guardare meglio.
