Di Daniela Piesco Direttore Responsabile

È morta di venerdì 11 settembre, mentre il mondo era occupato a ricordare altro. Non le sarebbe dispiaciuto. Emma Bonino ha trascorso mezzo secolo a lavorare nei giorni in cui nessuno guardava: nei corridoi delle istituzioni, nelle sale delle commissioni, nelle pieghe dei regolamenti , e solo ogni tanto, quasi suo malgrado, davanti a una telecamera. La morte è arrivata dopo quattro giorni di ricovero all’ospedale Santo Spirito, dove era stata portata in codice rosso il 7 settembre per un’insufficienza respiratoria Il suo partito l’ha annunciata con una frase che lei avrebbe trovato troppo affettuosa: «Emma ci ha lasciati ma non ci lascerà mai» Da adesso comincerà il lavoro dei necrologi di rito: la pasionaria, la guerriera democratica, la donna che sfidò i talebani. Tutto vero, e tutto già scritto.

La parte di Emma Bonino che quasi nessuno ha raccontato è un’altra, ed è insieme la più intima e la più politica: il suo corpo è stato la prova di tutto e lei non ha mai voluto che diventasse uno spettacolo.

Si , il corpo come documento

La sua biografia politica comincia da una ferita privata che lei trasformò in atto pubblico. Alla fine del 1974, ventisettenne, fidanzata con Marcello Crivellini, rimase incinta e scelse di abortire . Un anno dopo era tra i fondatori del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto; poi, insieme ad altri militanti radicali, si autodenunciò per procurato aborto (il «metodo radicale» dell’autodenuncia ) e nel giugno del 1975 finì in carcere.

Tre anni dopo la legge 194 rese legale ciò per cui era stata processata.

Leggete bene la sequenza: non è la storia di una donna che protesta, è la storia di una donna che trasforma il proprio corpo in un fascicolo, il fascicolo in un processo, il processo in una legge. Il corpo come documento: ecco il suo metodo, prima ancora che la sua ideologia.

Nata a Bra il 9 marzo 1948, secondogenita di Filippo Bonino e Catterina Barge, era cresciuta in una fattoria nelle campagne di Bra, poi in paese, quando il padre aveva avviato un commercio di legname La maturità classica al liceo Gandino, la Bocconi a Milano, e nel 1972 una laurea in lingue e letterature straniere con una tesi sull’autobiografia di Malcolm X .

Una ragazza di provincia che sceglie di studiare la vita di un rivoluzionario nero americano: già lì, nel 1972, c’è tutto il suo programma : l’attenzione agli ultimi, l’internazionalismo, e la convinzione che la storia si cambi anche documentandola, traducendola in parole che le istituzioni devono ascoltare.

Si , il corpo degli altri

Per vent’anni il suo lavoro fu questo: raccogliere i corpi degli altri, trasformarli in prove, e tradurre le prove in norme. Nel settembre 1997, commissaria europea per gli aiuti umanitari, volò a Kabul per verificare la distribuzione dei 40 milioni di dollari di aiuti dell’UE; i talebani la trattennero insieme ai giornalisti, con l’accusa di aver fotografato delle donne, poi si scusarono .

Quel viaggio non fu una sfida: fu un’ispezione. Il suo passaporto era il programma di aiuti che la sua direzione amministrava , il contratto come strumento di presenza. E la frase che ne restò, citata un anno dopo dal Dipartimento di Stato americano, era una diagnosi, non un grido: «L’Afghanistan è l’unico paese al mondo in cui la legge impone la segregazione in base al sesso» .

Di ritorno da quel viaggio lanciò «Un fiore per le donne di Kabul»

La campagna contro le mutilazioni genitali femminili è la prova più pulita del metodo: un’operazione diplomatico-burocratica durata un decennio, cominciata nel 2000 con una proposta di risoluzione al Parlamento europeo e la campagna StopFGM, conclusa il 20 dicembre 2012, quando l’Assemblea Generale dell’ONU approvò all’unanimità la risoluzione contro le MGF, su iniziativa di un gruppo di Stati africani Wikipedia, Gariwo.

Nessuna piazza, nessuna foto simbolo: una norma con un numero.

E nel 1993 aveva fondato con Pannella Non c’è pace senza giustizia, la macchina giuridico-diplomatica costruita per un unico obiettivo: la Corte penale internazionale, lo Statuto di Roma

La giustizia internazionale è una questione di diritto scritto , Bonino lo capì prima e meglio di quasi tutti.

Poi c’ e’ ‘ Il rifiuto del per sempre’

E qui comincia la parte che i necrologi non sanno raccontare, perché non è una battaglia: è una biografia. Emma Bonino non si sposò, non ebbe figli. Non per caso, per principio: «Figli non ne ho mai voluti avere. Sono incapace di accettare il per sempre»

«Un figlio è per sempre e io per sempre non me lo so dire su nessuna cosa» . Negli anni Settanta ebbe in affidamento due bambine, Aurora e Rugiada, e ne parlò come di «un’esperienza meravigliosa» , senza mai trasformarla in una rivendicazione . «Ero una contadina rotonda», disse di sé . E ancora: «Il personale è politico, il privato non è pubblico» Una formula che sembra uno slogan e invece è una sentenza: la sua vita privata non fu mai esposta, e proprio per questo il suo corpo , l’unica cosa che le apparteneva davvero , poté diventare uno strumento politico senza mai diventare un simbolo.

L’amore più grande fu Roberto Cicciomessere: «L’ho amato davvero molto, credevo che saremmo invecchiati insieme. Ma dopo dieci anni se n’è andato» . Con Marco Pannella, il rapporto fu un’altra cosa: «Per generazioni e gusti sessuali io e Pannella non ci siamo sentiti attratti. Ma a modo nostro è comunque amore» . Poi, all’improvviso, la rottura: «una rottura unilaterale, inspiegabile», per cui soffrì molto , «a volte mi manca la sua creatività» Soffriva di ansia: «Soffro spesso di ansia. Ero in ansia anche prima di venire qua» . Fumava, e non smise mai: «Non vi ci mettete tutti quanti. Io non smetto di fumare» Andava a immergersi per combattere una forma di depressione . Dal 2001 aveva una casa al Cairo, dalle cui finestre si vedeva il Nilo. Viveva a Roma in una mansarda con terrazza, l’ex appartamento del portiere di un palazzo del centro, dove le piante , disse , l’avevano «letteralmente salvata»

Si , il corpo come avversario

Il 12 gennaio 2015, in diretta su Radio Radicale, annunciò: «Recentemente mi sono sottoposta a dei controlli medici che hanno evidenziato la presenza di un tumore al polmone sinistro… Non sono intenzionata a interrompere le mie attività perché da una passione politica non ci si può dimettere» . Era un microcitoma, il carcinoma polmonare a piccole cellule, la forma più aggressiva Lo chiamò «un ospite indesiderato» . Durante la chemioterapia portò turbanti colorati . E disse la frase che Umberto Veronesi volle citare come una summa: «Io non sono il mio tumore e voi non siete la vostra malattia. Siamo persone e dobbiamo sforzarci di vivere liberi fino alla fine»

Notate la coerenza: per tutta la vita aveva usato il corpo , il suo e quello degli altri , come prova da tradurre in legge. Quando il corpo divenne il suo avversario, rifiutò la traduzione. Non accettò di diventare il proprio tumore, come non aveva mai accettato di diventare un simbolo. «Non voglio prediche, voglio vivere così» .

Nel maggio 2015 annunciò la remissione; nell’ottobre 2023, a Belve, la guarigione dopo otto anni . Poi la rottura del femore, la sedia a rotelle, e la scena che la riassume: arrivò spinta per tutta la sala a una convention, in tempo per vedere i leader del centrosinistra sotto il vessillo di +Europa .

Nel 2024 papa Francesco andò a trovarla a casa: «Lei è un esempio di libertà e resistenza», le disse; e poi, con la sua ironia: «tieni duro, perché poi l’erba cattiva non muore mai» L’ultima volta, il 7 settembre 2026, il codice rosso e l’ospedale Santo Spirito. Quattro giorni dopo è morta .

Infine , la resistenza come durata

Ecco il paradosso che nessuno ha mai saputo nominare. Emma Bonino diceva di essere incapace di accettare il per sempre e ha trascorso cinquant’anni a persistere. Ha rifiutato i figli perché «un figlio è per sempre», e ha dedicato un decennio alla campagna contro le mutilazioni, otto anni al tumore, anni alla Corte penale internazionale. La sua resistenza non è mai stata il gesto eroico, il corpo esposto, il digiuno: è stata la durata. «Per le libertà e i diritti conquistati è come andare in bicicletta: se non pedali, cadi» .

L’unico per sempre che accettò fu quello che non aveva scelto: la passione. «Da una passione politica non ci si può dimettere»

Si può essere stati suoi avversari su quasi tutto , l’aborto, le droghe, il fine vita: la sua agenda fu divisiva per definizione, e lei non chiese mai di essere amata. Anzi: «Amatemi meno, votatemi di più», diceva. Ma ciò che resta misurabile non appartiene a nessuno schieramento: la capacità di trasformare la sofferenza del mondo , e la propria , in documenti, risoluzioni, articoli di trattato.

Una competenza, non un’ideologia.

È morta di venerdì, l’undici settembre, nel giorno in cui il mondo ricordava altro. Non le sarebbe dispiaciuto. Le date non le interessavano: le interessava ciò che le date contengono : i corpi, i fatti, le norme. Il suo corpo, alla fine, ha fatto ciò che lei gli aveva sempre chiesto: ha testimoniato, e poi si è ritirato. Senza prediche. «Io non sono il mio tumore» e infatti, alla fine, non lo è stato.

Ph wikipedia

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