Di Daniela Piesco Direttore Responsabile 

Dopo il concerto di ieri in piazza Santa Sofia, dentro il cartellone di Benevento Città Spettacolo, il ritratto di un artista che ha trasformato la questione meridionale in una questione musicale  e la sua vita in una lunga resistenza.

Non è un cantautore. È un uomo che ha deciso, da ragazzo borghese con una laurea in fisica in tasca, di farsi discepolo di un contadino con una chitarra battente. Da quel gesto , la discesa , è nato tutto il resto: un gruppo che ha restituito il canto campano con la severità di un archivista, una rivolta che ha messo in musica il brigante, un movimento che ha ribaltato il segno della taranta.La sua tesi è una sola, e la ripete da cinquant’anni: vi hanno detto che le note sono sette. Il resto , il Sud, il suo canto, le sue streghe , è ciò che il canone ha escluso per costruire la nazione. La questione meridionale, per lui, non è una statistica: è una scala musicale amputata. E il suo lavoro è stato ricostruire le note mancanti.Non chiedetegli l’innocenza. La filologia è sempre un’operazione dall’alto; il rito diventa spettacolo; il “power” sfiora lo slogan. E il Mediterraneo che canta , il mare comune, le sponde uguali , è anche il mare che affonda le barche. La sua utopia è bella proprio perché è una scommessa contro l’evidenza.Ma ecco cosa resta, dopo il concerto in piazza, sotto il cielo del Sannio: un uomo di quasi ottant’anni che canta ancora le note proibite, a ingresso libero, per chiunque voglia ascoltarle. Non è il Sud che si commemora. È il Sud che non si è mai arreso all’archivio. Il brigante del presente è questo: la memoria che rifiuta la pensione.

«Briganti del presente»

Così si chiamava la serata di ieri in piazza Santa Sofia a Benevento, dentro il cartellone di Benevento Città Spettacolo, a ingresso libero. Chi c’era ha capito subito che non si trattava di una rievocazione. Era una tesi, sostenuta in pubblico, davanti a una piazza, da un uomo di 78 anni: il brigante non è il residuo di una storia chiusa, è una figura del presente. Il Sud non è un ritardo da colmare, è una memoria che si rifiuta di essere archiviata.

Questa è la tesi che Eugenio Bennato canta da mezzo secolo. E la cosa più difficile, per chi lo ascolta, è accorgersi che non è mai cambiata: non è una moda, è un sistema. Nato a Napoli il 16 marzo 1948, figlio della borghesia colta, fratello di Edoardo, laureato in fisica alla Federico II dopo il liceo classico, avrebbe potuto fare mille altre cose. Ha scelto la più scomoda: imparare il canto del Sud come si impara una lingua, e non come si colleziona un repertorio.

Il gesto fondativo non è la fondazione di un gruppo, ma un apprendistato. Dopo l’esperienza della Nuova Compagnia di Canto Popolare , nata nel 1967 con Carlo D’Angiò, Roberto De Simone e Giovanni Mauriello , Bennato si mette al seguito di Andrea Sacco e della sua chitarra battente. È la differenza tra il folklorista e l’etnografo: non si raccoglie un canto, si impara una mano. Il popolare non è un oggetto da mettere in vetrina, è una tecnica del corpo, una lingua viva. Da lì nascono gli album del primo quinquennio , da «Lo Guarracino» (1972) a «Tarantella ca nun va ‘bbona» (1975) , che non sono folklore da salotto, ma un’operazione filologica: il dialetto come lingua di sistema, non come colore locale.

Poi viene la rottura. Nel 1976, con Carlo D’Angiò, fonda i Musicanova. E nel 1980 firma la colonna sonora di «Brigante se more», dallo sceneggiato televisivo «L’eredità della priora» di Anton Giulio Majano. Qui Bennato compie la scelta più originale: il brigantaggio , la contro-storia del Risorgimento, la resistenza armata del Sud all’unificazione , diventa il primo nome di quella resistenza che ancora oggi sta cantando. Non lo celebra come eroe romantico. Lo restituisce come memoria esclusa: ciò che la storia ufficiale ha dovuto cancellare per costruire la nazione. Il brigante è il primo «escluso dalle note».

Perché, ed è qui il cuore teorico dell’opera, la questione meridionale per Bennato non è una statistica. È una scala musicale amputata. Lo dice in modo esplicito nell’album «Questione meridionale» (2011): «Noi che ci hanno detto che le note sono sette / Noi che ci hanno vietato le altre note maledette / Noi che deriviamo da formule di streghe». La tesi è originale e discutibile: il sistema eptatonico occidentale, la scala a sette note, è il canone con cui il centro ha normalizzato la periferia, escludendo i modi, i microtoni, il Mediterraneo. Il Sud diventa il luogo delle note proibite: non un deficit, ma un sistema alternativo di produzione di senso. È una delle poche operazioni di questo genere che regge il confronto con la letteratura specialistica sulla questione meridionale.

Il secondo esempio è un’inversione antropologica. Nel 1998 Bennato fonda il movimento Taranta Power, e l’anno dopo esce l’album omonimo. Il gesto è un rovesciamento di segno rispetto a Ernesto De Martino, che nel 1959 era sceso in Salento e aveva letto il tarantismo come «crisi della presenza», il fondamento della sua «Terra del rimorso». Bennato ribalta la prospettiva: la taranta non è più il male da curare, ma una potenza da rivendicare. «Power» è la parola chiave: il folklore diventa contro-potere. La storiografia ha riconosciuto in questo il nodo del revival meridionale, la riappropriazione della pizzica come discorso identitario del Mezzogiorno, fino alla Notte della Taranta. E le ricerche di Diego Carpitella e di De Martino restano la base scientifica di tutto il fenomeno.

Il terzo esempio è la geografia. In «Che il Mediterraneo sia» (2002), Bennato canta: «Andare, andare, simme tutt’eguale affacciati alle sponde dello stesso mare». La vera patria non è la nazione, ma il mare comune: contro la geografia degli Stati, la geografia degli scambi. Nel 2011, accanto a «Questione meridionale», scrive una «Suite per orchestra e voci popolari». La coerenza è totale: la filologia della Nuova Compagnia, la rivolta dei Musicanova, l’inversione di Taranta Power, la geografia mediterranea. Un unico sistema, non una serie di mode.

Ma un editoriale non deve cedere alla celebrazione. E ci sono tre obiezioni che un lettore attento ha il diritto di fare.

La prima è la museificazione. Il revival rischia di trasformare il rito in merce: la pizzica da «crisi della presenza» diventa prodotto del festival, la taranta da pratica viva diventa marchio. La Notte della Taranta è oggi un’industria culturale, e il «power» sfiora lo slogan. La tensione tra la severità filologica e l’amplificazione pop non è mai stata risolta — e forse non è risolvibile.

La seconda è il paradosso della filologia. La ricostruzione del popolare è sempre un’operazione dall’alto: è un laureato in fisica, figlio della borghesia, che restituisce il canto dei contadini. L’«autentico» è una costruzione. Questo non invalida l’opera, ma ne fissa il limite: il popolare che Bennato restituisce è un popolare pensato, mediato, scelto.

La terza è la più tagliente. Il Mediterraneo di Bennato ,la nave che va da sola, le sponde dello stesso mare , è un’utopia generosa. Ma il Mediterraneo reale è anche il cimitero dei migranti. Il «brigante del presente», oggi, è anche chi attraversa il mare che uccide. La questione meridionale si è spostata: non è più solo il Sud d’Italia, è il Sud del mondo che bussa alle sponde. La canzone testimonia, ma la testimonianza non è la soluzione. E l’estetizzazione della resistenza può diventare la sua consolazione.

Eppure, ed è qui che l’editoriale torna all’inizio, ieri sera in piazza Santa Sofia è successo qualcosa che le obiezioni non spiegano. Un uomo di quasi ottant’anni ha cantato le note proibite, a ingresso libero, per chiunque volesse ascoltarle. Non era il Sud che si commemora. Era il Sud che non si è mai arreso all’archivio. Il brigante del presente è questo: la memoria che rifiuta la pensione. E finché qualcuno la canta in una piazza, la resistenza del Sud non è una categoria della storiografia. È una voce. E ieri sera, a Benevento, quella voce c’era.

Ph Dario Masone

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