L’ editoriale del Direttore Daniela Piesco

A Benevento non si decide soltanto una piazza. Si decide se il potere pubblico debba governare la città o continuare a subirne la cattiva abitudine.

Non siamo davanti a una semplice operazione di arredo urbano, né a un maquillage amministrativo da fine consiliatura. Qui il punto è più profondo: decidere se il cuore simbolico di una città debba restare subordinato all’automobile, al disordine sedimentato, alla pigrizia di decenni, oppure essere restituito a una forma di civiltà urbana degna del suo nome.

L’ordine del giorno del Consiglio del 24 luglio è inequivoco: approvazione del progetto di fattibilità tecnico-economica, vincolo preordinato all’esproprio, dichiarazione di pubblica utilità. Dunque non retorica, ma potere che si assume il peso delle conseguenze.

La prima verità, perciò, va detta senza tremori: pedonalizzare l’area del Duomo è giusto. È giusto urbanisticamente, simbolicamente e politicamente. Urbanisticamente, perché un luogo che per storia, stratificazione e densità identitaria appartiene alla rappresentazione alta della città non può essere degradato a funzione ancillare di sosta.

Simbolicamente, perché il rapporto fra il monumento e lo spazio che lo introduce è parte del monumento stesso: non esiste neutralità nel modo in cui una comunità incornicia i propri segni maggiori.

Politicamente, perché lasciare tutto com’è non è prudenza; è viltà amministrativa elevata a metodo. Le cronache e i documenti preparatori descrivono con chiarezza la finalità dell’intervento: migliore fruibilità culturale e turistica, pedonalizzazione integrale, continuità materica con Corso Garibaldi, riorganizzazione dell’asse viario, superamento definitivo dell’uso improprio di quell’area come parcheggio.

Chi continua a difendere il parcheggio davanti al Duomo in nome del “realismo” dovrebbe avere almeno l’onestà di chiamare le cose con il loro nome: non sta difendendo l’economia della città, ma la sua inerzia; non sta proteggendo il commercio, ma un assetto misero e casuale dello spazio pubblico.

La letteratura internazionale sulla pedonalizzazione, pur con tutte le cautele che impongono i contesti locali, mostra che la riduzione del traffico privato nei centri urbani storici non coincide affatto, in modo meccanico, con una caduta della vitalità commerciale. Nel caso di Siviglia, uno studio empirico ha registrato un aumento della frequenza di visita, dei consumi in zona e della percezione di vivacità urbana dopo la pedonalizzazione. Il punto non è che ogni piazza pedonale diventi automaticamente prospera; il punto è che l’equazione “meno auto uguale morte del commercio” è spesso una superstizione politica, utile soltanto a conservare il degrado. )Habitat International / Universidad de Sevilla )

Tuttavia, proprio perché la scelta di fondo è corretta, sarebbe imperdonabile assolvere il progetto per partito preso. Una decisione giusta può essere eseguita male, e in Italia questo accade con desolante regolarità.

Qui si annida la seconda verità: la maggioranza ha ragione sul principio, ma deve ancora dimostrare di saper governare fino in fondo le implicazioni concrete della propria scelta. Le cifre parlano di un intervento da 2,242 milioni di euro, con 1,558 milioni derivanti da rinvenienze PICS-POR e 684 mila euro da mutuo; inoltre, l’operazione tocca aree private riconducibili a 87 eredi, dunque attraversa la materia sensibile dell’esproprio.

Non siamo davanti a una passeggiata estetica, ma a un esercizio duro del potere pubblico, che richiede precisione giuridica, trasparenza assoluta e una credibilità amministrativa che non si costruisce con gli slogan.

Il tema degli espropri, in particolare, separerà la politica dalla propaganda. Quando lo Stato, o il Comune nel suo nome, entra nella sfera della proprietà privata invocando l’interesse generale, non può permettersi opacità, leggerezza o furbizie lessicali. Deve dimostrare che l’interesse pubblico è reale, proporzionato, motivato e amministrato con rigore. Deve spiegare criteri, tempi, indennizzi, interlocuzioni, margini di componimento.

Se questo passaggio sarà gestito come una seccatura tecnica o, peggio, come una prova muscolare, il progetto si trascinerà dietro una delegittimazione politica profonda. E avrebbe del grottesco: un intervento nato per restituire dignità a un luogo finirebbe per compromettere la dignità delle istituzioni che lo promuovono.

C’è poi una questione che la politica locale tratta ancora troppo spesso come accessoria e che invece è centrale: il clima. Una piazza liberata dalle auto ma abbandonata al sole feroce per mesi non è una conquista piena; è un’idea monca di spazio pubblico. Il dibattito sul verde e sulle alberature non può essere liquidato come sentimentalismo paesaggistico o come disturbo arrecato alla purezza della visuale monumentale.

Le evidenze richiamate dall’OMS sono nette: verde urbano e alberi stradali incidono su benessere, salute mentale, attività fisica, interazione sociale e adattamento climatico. Dunque, se si ritiene opportuno evitare alberature invasive davanti al Duomo per ragioni percettive e storico-architettoniche, allora l’obbligo politico è compensare con altre soluzioni microclimatiche credibili.

Una città adulta non sceglie tra monumentalità e vivibilità: le tiene insieme.

Anche l’opposizione, però, farebbe bene a non assolversi. In Italia le minoranze urbanistiche coltivano spesso il vizio della critica facile: denunciano ciò che si perde, raramente sanno definire ciò che si vuole guadagnare.

Difendere i posti auto come se fossero l’ultima trincea del commercio cittadino è una scorciatoia polemica, non una visione. Se si ritiene insufficiente o sbagliato il progetto, allora si porti una controproposta completa: mobilità alternativa, sosta sostitutiva, accessibilità, ombreggiamento, gestione dei flussi, sostenibilità economica.

In mancanza di questo, la contestazione resta politicamente sterile.

E una politica sterile, quando si misura con il destino del centro storico, non è vigilanza democratica: è soltanto l’altra faccia dell’inconcludenza.

In fondo, la vicenda del Duomo dice qualcosa di più generale sulla malattia delle città italiane intermedie. Da troppo tempo esse oscillano fra due caricature: da un lato la modernizzazione di facciata, fatta di rendering e annunci; dall’altro il tradizionalismo pigro, che scambia l’abitudine per identità e il disordine per vita.

La buona politica urbana sta altrove. Sta nella capacità di restituire gerarchia ai luoghi, funzione agli spazi, decoro senza sterilità, accessibilità senza servitù all’auto, tutela del patrimonio senza museificazione passiva.

È una politica più difficile perché impone decisione, conflitto, spiegazione e responsabilità. Ma è anche l’unica che meriti davvero questo nome.

Perciò il giudizio, se vuole essere onesto, deve essere netto e insieme esigente. Sì: Benevento fa bene a togliere le auto da quel fronte urbano e a rifiutare l’idea che il proprio Duomo debba convivere con un uso dimesso e indegno dello spazio circostante. No: l’amministrazione non ha ancora diritto alla celebrazione.

Se vuole trasformare una scelta corretta in una vera opera pubblica di qualità, dovrà dimostrare quattro cose: legalità impeccabile negli espropri, trasparenza integrale nei costi, serietà nella riorganizzazione della mobilità, intelligenza climatica nel disegno della nuova piazza.

Tutto il resto è letteratura di Palazzo.

E questa, a ben vedere, è la responsabilità finale di tutti. Della maggioranza, che non può rifugiarsi nell’autoelogio. Dell’opposizione, che non può limitarsi alla nostalgia dei parcheggi. Degli uffici, che non possono permettersi falle procedurali. Della città stessa, che deve scegliere se desidera davvero uno spazio pubblico all’altezza della propria storia o se preferisce continuare a venerare, sotto il nome rassicurante del pragmatismo, il proprio piccolo e tenace disordine.

 

 

ph wikipedia

 

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