Di Daniela Piesco Direttore Responsabile
La fotografia politica che oggi pesa più di mille conferenze stampa: da una parte il manifesto che proclama, senza esitazioni, “Benevento non ha più sete”, dall’altra, la cronaca di queste ore: ordinanza restrittiva, usi solo essenziali fino a settembre, appello a non sprecare acqua, sanzioni per chi usa la rete potabile per scopi non indispensabili.
Il problema non è soltanto la contraddizione comunicativa. Il problema è che, quando si parla di acqua, la propaganda non è un peccato veniale: è una forma di irresponsabilità pubblica.
Dire oggi che la colpa è tutta del caldo sarebbe comodo, ma falso. Scientificamente falso, prima ancora che politicamente comodo. Il caldo aumenta i consumi, accresce l’evapotraspirazione, mette sotto stress reti e serbatoi: questo è vero. Ma gli organismi tecnici che monitorano la severità idrica ci dicono anche un’altra cosa, decisiva: il dato climatico da solo non basta a spiegare le crisi locali, perché la tenuta del sistema dipende da portate, invasi, falde, interconnessioni e soprattutto infrastrutture.
E infatti, per la Campania, le criticità richiamate nelle fonti ufficiali sono in larga misura infrastrutturali: perdite, rotture, vetustà. In altre parole: il caldo accende la miccia, ma il materiale infiammabile era già lì.
Ed è qui che comincia la responsabilità politica vera.
Perché se una città convive con dispersioni altissime, se dipende da equilibri delicati tra fonti diverse, se deve tenere il sistema in “massimo esercizio”, allora non può permettersi il lusso di dichiarare vittoria. Può parlare di passi avanti, di lavori avviati, di soluzioni in costruzione. Ma non può raccontare ai cittadini che il problema è sostanzialmente superato. I numeri, purtroppo, smentiscono quella narrazione: in Campania la dispersione media è già enorme; a Benevento, secondo i dati riportati da ANSA su base Istat, è ancora peggiore.
E dove oltre metà dell’acqua immessa in rete non arriva efficacemente all’utente finale, la parola “emergenza” non descrive un incidente: descrive un modello.
Va detto con chiarezza, senza faziosità: le grandi opere servono, eccome. La diga di Campolattaro può rappresentare una svolta strategica per il Sannio e per una parte importante della Campania. Ma una grande opera promessa non è la stessa cosa di una grande opera disponibile. Una infrastruttura in corso non è una rete efficiente. Un finanziamento stanziato non è acqua che esce oggi dai rubinetti senza interruzioni.
Usare il futuro per certificare il presente è un trucco retorico vecchissimo: funziona nei manifesti, non nella gestione del servizio idrico.
C’è poi una verità che la politica tende sempre a rimuovere: chiedere sacrifici ai cittadini è legittimo solo dopo avere dimostrato di avere fatto fino in fondo il proprio dovere.
Certo, riempire piscine, lavare piazzali e sprecare acqua potabile in piena estate è sbagliato. Certo, un uso responsabile della risorsa è necessario.
Ma il cittadino non può diventare il capro espiatorio di un sistema che perde acqua per strada, che soffre per la vetustà della rete e che resta vulnerabile ogni volta che le portate esterne diminuiscono. La responsabilità individuale esiste; quella pubblica viene prima.
Anche il tema delle fonti alternative va trattato con onestà. Negli anni scorsi è stato spiegato che l’acqua di Pezzapiana era controllata e potabile, ma la stessa comunicazione del gestore ammetteva che Benevento non poteva fare a meno di quella risorsa perché il Biferno non bastava ad alimentare tutta la città.
Questa non è una colpa in sé; diventa però un elemento di verità politica: una città che non può fare a meno di ogni singola fonte disponibile non è una città “senza più sete”. È una città ancora fragile, che regge finché tutto funziona insieme e che torna in allarme quando una variabile peggiora.
Per questo, il punto non è cercare un colpevole unico.
Le responsabilità sono distribuite: nella lentezza storica degli investimenti, nella frammentazione delle decisioni, nella vulnerabilità del sistema regionale, nella gestione materiale delle reti, ma anche nella scelta politica di trasformare un miglioramento parziale in una vittoria definitiva.
E qui il giudizio deve essere severo: chi governa ha il dovere di rassicurare solo quando i dati consentono di farlo. Prima di allora deve spiegare, rendicontare, misurare, correggere. Non celebrare.
La verità, allora, è semplice e scomoda. Benevento non è vittima soltanto del clima: è vittima della distanza fra annunci e resilienza reale. E la responsabilità più grave, oggi, non è aver affrontato un’estate difficile. È aver raccontato troppo presto che la battaglia era già vinta. Nell’acqua, come nella sanità o nei trasporti, la prova della politica non è la frase stampata sul manifesto. È la continuità del servizio quando arriva il momento più duro. Se in quel momento scattano divieti, paure e razionamenti di fatto, allora la città merita rispetto, non autocelebrazione. E il primo rispetto, in democrazia, si chiama verità.
