L‘ editoriale del Direttore Daniela Piesco

 

lo dico senza il minimo gusto per l’eufemismo: basta con la pornografia civile del caso Roggero. Basta con questa coazione nazionale a trasformare ogni singola vicenda penale ad alto tasso emotivo in un rosario infinito di indignazione, identificazione e propaganda. Il fatto è avvenuto, è stato ricostruito, è stato processato, è stato giudicato. La Cassazione ha confermato in via definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi; i giudici hanno escluso la legittima difesa perché, al momento degli spari, i rapinatori stavano già fuggendo e dunque non sussisteva più l’attualità del pericolo richiesta dall’articolo 52 del codice penale. Fine. In uno Stato di diritto, a un certo punto, il diritto parla e il circo dovrebbe smontare il tendone.

E’  intellettualmente disonesto che un caso già definito nelle sue coordinate giudiziarie venga rimesso in vetrina all’infinito come se da lì passasse il destino morale del Paese. No: da lì passa, semmai, la nostra incapacità di distinguere tra ciò che colpisce i nervi e ciò che determina la vita materiale di milioni di persone. Perché mentre l’opinione pubblica viene narcotizzata dall’ennesima replica del dramma penale, l’Italia reale continua a perdere salario, stabilità, potere contrattuale e fiducia elementare nel futuro. E questa non è un’impressione: è una fotografia statistica.

Perche’  accettare  la gerarchia falsata delle urgenze.?

L’OCSE certifica che all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021: il calo peggiore tra le grandi economie dell’area. Nello stesso documento si legge che i salari nominali dovrebbero crescere del 2,6% nel 2025 e del 2,2% nel 2026, cioè abbastanza per produrre solo recuperi modesti, non per cancellare la ferita aperta. E Istat rincara: nel 2025 le retribuzioni in Italia restano inferiori del 3,5% rispetto al 2019; dalla fine del 2019 alla fine del 2025 l’inflazione è salita del 23,0%, mentre le retribuzioni si sono fermate al 13,2%. Io non so in quale laboratorio della propaganda questa dovrebbe chiamarsi ripresa.

Nel Paese normale si chiamerebbe impoverimento da lavoro.

E allora mi chiedo: davvero dovrei credere che la priorità nazionale sia il culto mediatico di un caso giudiziario, mentre il lavoro dipendente perde sostanza sotto i nostri occhi? Davvero dovrei fingere che il problema decisivo dell’Italia sia l’ennesima guerra simbolica sulla legittima difesa, mentre una quota crescente di persone lavora senza riuscire a trasformare il lavoro in sicurezza?

I numeri sono brutali: nel 2024 il 7,9% delle famiglie con persona di riferimento occupata viveva in povertà assoluta; nel 2025 il 22,4% delle persone dichiarava di arrivare a fine mese con difficoltà o con grande difficoltà; il 47,7% non era riuscito a risparmiare nulla nell’ultimo anno. Altro che “Paese distratto”: io vedo un Paese addestrato a guardare dove fa più rumore, per non guardare dove fa più male. Istat Il punto, per me, è precisamente questo: il caso Roggero non viene discusso, viene consumato.

Non viene collocato nel suo perimetro giuridico, viene estratto dal contesto e gonfiato fino a diventare un totem emotivo. È il meccanismo perfetto della distrazione di massa: un episodio tragico, moralmente divisivo, visivamente potente, capace di polarizzare in tempo reale e di convertire ogni cittadino in tifoso. Ma quando la politica e i media si nutrono di questo schema, il risultato non è chiarezza: è occultamento. Perché nello spazio occupato dall’ennesima disputa morale non entrano più i salari stagnanti, l’insicurezza contrattuale, la debolezza dei servizi, la fatica sociale di lungo periodo.

Guardo ai giovani e vedo il fallimento più nitido. Istat dice che nel 2025 il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni in Italia è al 62,5%, ben 8,5 punti sotto la media UE del 71,0%. Ma il dato davvero tossico è la forma dell’ingresso nel lavoro: tra il 2024 e il 2025 il 67,8% dei giovani è entrato nell’occupazione con un contratto a termine. Non è un incidente statistico: è un modello. E infatti l’Italia presenta anche un part-time involontario pari all’8% degli occupati, contro una media europea del 3%. In altre parole, non siamo soltanto un Paese che offre meno lavoro: siamo un Paese che troppo spesso offre lavoro più debole, più intermittente, più ricattabile. E poi ci stupiamo se il futuro appare a molti come una sala d’attesa senza chiamata.Io non sopporto più la retorica paternalista dei bonus, degli sgravi, degli incentivi a gettone, venduti come terapia quando sono spesso solo analgesici. La precarietà italiana non è un malinteso: è una struttura. Istat segnala che circa 4 milioni di persone, il 17% degli occupati, si trovano in posizioni lavorative “vulnerabili”, cioè temporanee o a part-time involontario; tra le donne la quota sale al 23%. E quando un sistema economico normalizza la vulnerabilità come condizione ordinaria, non sta modernizzando il mercato del lavoro: sta redistribuendo il rischio verso il basso e chiamandolo flessibilità.

È un trucco lessicale, prima ancora che politico.

Lo stesso vale per i servizi pubblici, a partire dalla sanità. Se vogliamo parlare del Paese reale, io parto da qui: nel 2024 il 9,9% delle persone, pari a 5,8 milioni di individui, ha dichiarato di aver rinunciato a curarsi per liste d’attesa, difficoltà economiche o scomodità delle strutture; la causa principale sono proprio le liste d’attesa, indicate dal 6,8% della popolazione, in forte aumento rispetto al 4,5% del 2023 e al 2,8% del 2019. Nello stesso quadro, i medici di medicina generale sono scesi a 37.173 nel 2024, 810 in meno dell’anno precedente e 7.764 in meno rispetto a dieci anni prima; oltre la metà ha più di 1.500 assistiti. Questo non è un dettaglio amministrativo: è la misura concreta di uno Stato che arretra proprio dove dovrebbe proteggere.

Per questo rifiuto la recita nazionale che pretende di farmi credere che la vera frattura italiana stia tutta nel confine tra paura, pistola e sentenza. No. Quella è una vicenda tragica e chiusa giudiziariamente. La frattura vera è un’altra: è tra il rumore che monopolizza la scena e la materia che decide le esistenze. È tra il caso simbolico e la crisi strutturale. È tra la cronaca nera che incendia i talk e il lavoro povero che spegne lentamente una generazione.Io non sto minimizzando il dramma umano del caso Roggero. Sto facendo una cosa più scomoda: sto rimettendo le proporzioni al loro posto. Per me la giustizia penale non può diventare l’alibi emotivo di un sistema politico-mediatico che evita di nominare l’essenziale. L’essenziale è che i salari hanno perso forza, che l’occupazione italiana resta in coda all’Europa, che i giovani entrano nel lavoro dalla porta girevole della provvisorietà, che milioni di persone rinunciano perfino a curarsi. Questo è il baricentro del Paese. Il resto, troppo spesso, è scenografia.Io, da editorialista, scelgo di non farmi ipnotizzare dal caso esemplare mentre la realtà sociale si deteriora a bassa voce. Il gioielliere è un caso giudiziario.

La povertà salariale, la precarietà cronica, il lavoro vulnerabile e la rinuncia alle cure sono una crisi nazionale. E io sto dalla parte delle crisi vere, non dei feticci che servono a non guardarle.

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