Di Carlo di Stanislao

“Addio, addio! Ricordati di me.”

— Il Fantasma del Padre ad Amleto (Atto I, Scena V)

 

​Per secoli, la storia della letteratura ha confinato Anne Hathaway nel ruolo di una nota a piè di pagina: la donna più anziana rimasta a Stratford con i figli mentre il marito, il genio William, conquistava Londra. Tuttavia, nel romanzo “Nel nome del figlio” (edito da Guanda), l’autrice Maggie O’Farrell sposta lo sguardo dalle luci del Globe Theatre verso le campagne del Warwickshire, svelando una verità più profonda e viscerale. Dietro la creazione di Hamlet, non c’è solo l’ingegno di un poeta, ma lo strazio di una madre e l’assenza colpevole di un padre.

​Agnes: la forza della natura

​Nel romanzo, la moglie di Shakespeare riprende il suo nome di battesimo, Agnes. O’Farrell la sottrae ai cliché storici di “moglie problematica” per restituirle una natura selvatica e quasi sciamanica. Agnes è una donna che cammina nei boschi con un falco sul polso, che conosce il segreto delle erbe e sente la vita pulsare sotto la pelle.

​Mentre William — che nel libro rimane quasi sempre una figura senza nome, definito dal suo ruolo di marito o scrittore — abita il mondo delle parole e dell’immaginazione a Londra, Agnes è la custode della realtà. È lei che affronta il quotidiano, che cresce le figlie Susanna e Judith e il piccolo Hamnet. Ed è lei che, nel silenzio della campagna inglese, vede la peste bussare alla porta.

​Il simbolismo della peste: un destino inesorabile

​Uno degli aspetti più magistrali del romanzo di O’Farrell è la ricostruzione del viaggio della peste. Il morbo non è solo una sventura biologica, ma un personaggio invisibile e inarrestabile. Attraverso una narrazione che segue il percorso di una pulce su un abito prezioso, l’autrice mostra come il destino di un bambino a Stratford sia legato ai commerci globali e alla vanità umana.

​La peste rappresenta l’intrusione del caos nel giardino protetto di Agnes. È il simbolo dell’impotenza della conoscenza naturale di fronte alla furia della morte nera. Agnes, che sa leggere l’anima delle persone attraverso il palmo della mano, non può fermare l’avanzata di questo nemico invisibile che sceglie le sue vittime con una casualità crudele, colpendo Hamnet proprio quando sembrava che la sorella Judith fosse la destinata a morire.

​L’impotenza e la solitudine

​Il cuore pulsante del libro è la tragedia dell’impotenza. Agnes, che possiede il dono di curare e prevedere, si ritrova disarmata davanti alla malattia del figlio. La descrizione della sua solitudine è straziante: mentre William è a Londra, distante fisicamente e mentalmente, Agnes vede Hamnet spegnersi.

​Il dolore di questa madre non cerca metafore; è un peso fisico, un vuoto che scardina il tempo. La morte di Hamnet lacera il legame gemellare con la sorella Judith e distrugge l’equilibrio della casa. In questo contesto, il “padre distante” appare come un estraneo al dolore carnale, qualcuno che ha barattato la presenza fisica con la gloria delle scene, lasciando la moglie sola a testimoniare la fine di una vita.

​La redenzione attraverso l’inchiostro

​Quando William torna a Stratford per il funerale, il divario tra i due coniugi sembra incolmabile. Eppure, O’Farrell suggerisce che la scrittura dell’ Amleto sia stata l’unica risposta possibile al lutto. Pochi anni dopo la scomparsa del bambino, William compone la sua opera più celebre. Per Agnes, quel titolo che richiama così da vicino il nome di suo figlio è inizialmente un sacrilegio, una ferita riaperta.

​Il finale: il perdono sul palcoscenico

​Il finale del romanzo è una delle vette emotive più alte della letteratura contemporanea. Agnes viaggia fino a Londra, spinta dal desiderio di affrontare il marito per quel furto del nome del figlio. Entra nel teatro, carica di risentimento, ma quello che vede sul palco cambia tutto.

​Vede il marito recitare la parte dello spettro del padre. Comprende che William non ha semplicemente usato il nome di Hamnet, ma ha preso su di sé la morte. Invertendo i ruoli — rendendo il padre un fantasma e il figlio colui che resta a ricordarlo — lo scrittore ha cercato di espiare la propria assenza. Il teatro diventa così il ponte tra la vita spezzata di un bambino e l’eternità di un archetipo. Agnes riconosce nel gesto dell’attore-scrittore una supplica di perdono e una dichiarazione d’amore disperata.

​Un nuovo sguardo sulla storia

​Questa narrazione ci costringe a riconsiderare il mito del Bardo. Grazie alla penna di O’Farrell, Shakespeare non è più solo un monumento della cultura, ma un uomo che ha mancato l’appuntamento con l’ultimo respiro di suo figlio e ha cercato di rimediare attraverso la finzione.

​Allo stesso tempo, Agnes emerge come la vera eroina. La sua capacità di restare, di abitare il dolore senza trasformarlo subito in parole, è la base su cui poggia tutta la grandezza del marito. “Nel nome del figlio” rende giustizia a chi è rimasto nell’ombra, ricordandoci che ogni capolavoro nasce da una perdita e che, a volte, l’arte è l’unico modo che abbiamo per dire a chi non c’è più che non è stato dimenticato.

pH Wikipedia

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