Di Carlo di Stanislao 

“Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria, tutto ciò che è sacro viene profanato, e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con sguardo disincantato le loro condizioni di vita e i loro rapporti reciproci.”

— Karl Marx

 

​Il 1882 non è solo una data sul calendario, ma il perno di un’ucronia filosofica che Marcello Veneziani trasforma in realtà letteraria nel suo ultimo saggio, Marx e Nietzsche si davano la mano (Marsilio, 2025). Con la consueta perizia di chi maneggia le idee come materia viva, Veneziani ci conduce in una locanda dello spirito dove il “vecchio Moro” di Treviri e il profeta di Röcken si guardano negli occhi prima che il sipario del Novecento cali definitivamente sulle loro spoglie.

​Il valore dell’opera: una danza sul baratro della grandezza

​Bisogna dare atto a Veneziani di una dote rara nel panorama saggistico contemporaneo: la capacità di rendere la filosofia un’esperienza sensoriale e quasi carnale. Non siamo di fronte a un arido confronto accademico, ma a un caleidoscopio biografico dove i baffi cespugliosi di Marx e quelli spioventi di Nietzsche diventano i vessilli di due modi opposti, eppure speculari, di reagire alla modernità.

​L’autore eccelle nel tracciare il grembo romantico comune a entrambi: quella rivolta contro il grigiore borghese che ha generato, per vie asimmetriche, sia i sogni di palingenesi sociale sia i voli solitari verso l’Oltreuomo. Veneziani ha il merito di aver sollevato il velo di polvere da questi giganti, sottraendoli alle letture ideologiche “berciate” e restituendo loro la dignità di “maestri del sospetto” capaci ancora di parlarci in un’epoca definita con amara precisione come “desolata”. La prosa è, come sempre, melodiosa e fluente, capace di trasformare la storia delle idee in una narrazione avvincente che non sacrifica mai il rigore dei riferimenti bibliografici e storici.

​Luci e ombre: tra audacia interpretativa e rischi di proiezione

​Tuttavia, proprio la forza della prosa di Veneziani rischia talvolta di oscurare la coerenza storica a favore del fascino mitopoietico. Sebbene il saggio sia un’impresa titanica, ci sono nodi che restano parzialmente irrisolti o che si prestano a una discussione serrata, rendendo l’opera tanto stimolante quanto controversa.

  • L’eccesso di attualizzazione: Veneziani sostiene la tesi audace di un “trionfo del pensiero di Marx nell’Occidente odierno”. È una provocazione intellettuale affascinante, ma rischia di forzare troppo la mano. Se è vero che il materialismo ha vinto, esso è un materialismo edonistico, apolitico e consumistico che Marx avrebbe probabilmente detestato ancor più del capitalismo ottocentesco. Vedere un “successo” marxista nella dissoluzione dei legami sociali contemporanei appare più come un paradosso retorico che come un dato di fatto: Marx sognava la comunità, non l’atomizzazione del desiderio.
  • La “morbidezza” verso Nietzsche: Rispetto alla critica serrata e quasi chirurgica riservata al marxismo, le pagine su Nietzsche appaiono pervase da una certa indulgenza. Veneziani sembra quasi voler proteggere il filosofo della volontà di potenza dalle sue stesse derive storiche, relegandolo in una dimensione “solitaria e profetica” che a tratti ignora quanto quella stessa solitudine sia stata il propellente per i disastri estetico-politici del secolo scorso. Nietzsche viene trattato come un “biosofo” ferito, mentre Marx rimane il “pensatore decisivo” ma implacabile, creando uno squilibrio nell’empatia narrativa dell’autore.
  • L’artificio del dialogo come specchio: Sebbene l’espediente dell’incontro immaginario sia “ben riuscito”, in alcuni passaggi la voce di Veneziani sovrasta quella dei suoi protagonisti. Marx e Nietzsche diventano talvolta portavoce della Scontentezza (tema carissimo all’autore) più che di se stessi. Il rischio è che il lettore non veda i due filosofi discutere, ma veda Veneziani dialogare con le proprie ossessioni intellettuali attraverso due maschere d’eccezione.

​Un grido necessario nel deserto del pensiero

​Nonostante queste zone d’ombra — o forse proprio grazie ad esse, poiché stimolano quel conflitto di idee che il saggio stesso invoca — l’opera rimane grandiosa. In un panorama culturale segnato dall’oblio e dal conformismo, Veneziani compie un atto di resistenza pura.

​Mettere Marx e Nietzsche insieme, seduti uno di fronte all’altro, serve a ricordarci che il pensiero è, prima di tutto, rischio e incendio. Il suo invito finale, quel “Datevi la mano e aprite le menti”, non è un ingenuo appello all’armonia post-ideologica, ma la consapevolezza che solo attraverso la sintesi di queste due vette potremo forse trovare una via d’uscita dalla paralisi dello spirito contemporaneo. Un libro che non solo va letto, ma che merita di essere abitato e, in certi punti, fieramente contestato.

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