Di Carlo di Stanislao 

​”Il cinema è un nastro di sogni. Ma è anche un nastro di specchi, e Orson Welles ha passato la vita a infrangerli per cercare di vedere cosa ci fosse dietro la letteratura.”

— Jorge Luis Borges

 

​Il cinema non è mai stato soltanto una questione di immagini in movimento, almeno non per chi, come Orson Welles, lo ha abitato come un territorio di conquista intellettuale. All’inizio del ventunesimo secolo, mentre il panorama audiovisivo sembra frammentarsi tra algoritmi e produzioni istantanee, la figura del regista di Kenosha emerge dalle nebbie del passato non solo come un fantasma del cinema classico, ma come un prisma attraverso cui rileggere l’identità culturale dell’Occidente. Lo spunto per questa riflessione ci arriva dal recente studio di Gabriele Gimmelli, American: Orson Welles, il mito, la letteratura, un testo che scava nel rapporto viscerale, quasi ossessivo, che il regista ha intrattenuto con la parola scritta.

​Il paradosso Welles: troppo per tutti

​Welles è sempre stato un uomo di confini, o meglio, un uomo che i confini li ha calpestati sistematicamente. Gimmelli riprende definizioni celebri che descrivono perfettamente l’impasse critica in cui il regista è stato spesso confinato: definito da Jonathan Rosenbaum “troppo popolare per l’establishment intellettuale e troppo artista per il grande pubblico”. Questa terra di nessuno è lo spazio in cui Welles ha costruito il suo impero di ombre.

​Se André Bazin lo vedeva come un realista per la sua capacità di catturare la profondità di campo, e altri lo tacciavano di manierismo barocco, la verità risiede forse nella capacità di Welles di essere, allo stesso tempo, l’anima più europea d’America e l’occhio più americano d’Europa. Essere un “classico americano” come Welles significa incarnare il termine nella sua accezione più pura e contraddittoria, spogliando i personaggi della loro identità individuale per elevarli a simboli di una nazione intera.

​American: il titolo ritrovato della nazione

​Pochi ricordano che il titolo originale pensato da Welles per il suo capolavoro, Citizen Kane, era semplicemente American. Una scelta che avrebbe cambiato radicalmente la percezione del film. Gimmelli analizza come Welles, pur nutrendosi della grande cultura europea — da Shakespeare a Kafka — abbia saputo introiettare lo spirito degli Stati Uniti con tutte le sue ferite aperte: i suoi eroi faustiani, l’idealizzazione della madre, la rimozione traumatica del padre e quella radicale messa in discussione del potere maschile che oggi appare di una modernità sconcertante.

​Nel suo saggio, l’autore non si limita a una monografia filmica. Al contrario, esplora il Welles laterale, quello che si confronta con il teatro di Moby Dick – Rehearsed o con gli inediti come Bright Lucifer. È qui che emerge il Welles lettore, colui che non adatta semplicemente un libro, ma lo sventra per trovarne il nucleo mitopoietico. Non è un caso che molti dei suoi progetti più ambiziosi siano rimasti sulla carta o siano stati completati solo postumi: la letteratura, per Welles, era un orizzonte troppo vasto per essere contenuto in una singola pellicola.

​La letteratura come architettura del cinema

​Il rapporto tra Welles e la letteratura non è mai stato di servitù. Per lui, il libro era un’impalcatura, un punto di partenza per una decostruzione visiva. Si pensi a La signora di Shanghai o a L’infernale Quinlan: opere tratte da romanzi spesso considerati di genere o minori, che Welles trasforma in riflessioni metafisiche sul male, l’identità e il destino.

​L’attenzione ai progetti incompiuti o postumi, come The Other Side of the Wind, rappresenta il testamento definitivo del regista. È un metacinema che parla di letteratura, di tramonto dei miti e della fine di un’epoca. Gimmelli invita a guardare a Welles non come a un autore di film falliti, ma come a un artista che vedeva nel frammento e nell’incompiutezza la vera forma della modernità. In un’epoca dominata dalla dittatura del contenuto finito e pronto al consumo, il labirinto wellesiano ci ricorda che l’arte è un processo di ricerca perenne, un’opera aperta che non accetta mai la parola fine.

​L’attualità di un mito sospeso nel tempo

​Perché tornare a parlare di Orson Welles in un’epoca di trasformazioni digitali così radicali? Perché Welles ci insegna l’importanza dell’impronta umana, dell’errore generativo e della profondità intellettuale. Egli rimane l’ultimo dei classici proprio perché oscilla tra il pathos romantico del gesto grandioso e il distanziamento critico di chi sa guardare dall’alto le proprie macerie.

​Welles non è solo il regista che ha rivoluzionato il linguaggio con la profondità di campo, ma è lo studioso che ha capito come la cultura americana fosse fondata sulla rimozione e sul conflitto. Dagli stereotipi razziali alla misoginia apparente, ogni sua opera è un campo di battaglia dove la società si scontra con i propri demoni interiori. Egli ha saputo anticipare le dinamiche del potere mediatico e la fragilità della verità, temi che oggi risuonano più forti che mai.

​Il viaggio nel corpus wellesiano

​Lo studio di Gimmelli non è una biografia, è un viaggio che invita a non smettere mai di farsi domande. Nasce da una lunga gestazione che ha attraversato scoperte eccezionali e restituisce un autore capace ancora di interrogare, sorprendere e provocare. Welles rimane il mago che, pur sapendo che il trucco c’è, ci sfida a trovarlo, ricordandoci che il cinema, proprio come la grande letteratura, non serve a dare risposte rassicuranti, ma a rendere più affascinanti e necessari i nostri dubbi.

​L’eredità dell’incompiuto nel cinema contemporaneo

​L’eredità di Orson Welles non è un monumento statico, ma un organismo vivente che continua a influenzare il modo in cui pensiamo e costruiamo le storie. Per decenni, i progetti non finiti di Welles sono stati considerati come tragiche prove della sua presunta incapacità di gestire i budget o i rapporti con gli studios. Tuttavia, la sensibilità contemporanea ha ribaltato questa visione: l’incompiutezza wellesiana è diventata un canone estetico a cui attingono autori come Christopher Nolan, Paul Thomas Anderson o David Fincher.

​L’influenza del frammento wellesiano si manifesta oggi in tre direzioni principali. In primo luogo, il montaggio frenetico e multistrato: film come The Other Side of the Wind hanno anticipato di quarant’anni l’estetica del montaggio iper-veloce e documentaristico. Oggi, l’idea di mescolare diversi formati (pellicola, video, bianco e nero, colore) per creare una verità soggettiva è diventata la norma nel cinema d’autore. In secondo luogo, la narrazione a puzzle: la struttura non lineare di Quarto potere ha generato una discendenza che va da Pulp Fiction a Memento. Infine, il fascino del backstage: il cinema contemporaneo ha ereditato da Welles l’ossessione per il metacinema, trasformando il processo creativo stesso in un atto artistico autonomo.

​La spazialità teatrale riflessa nella regia

​Se il cinema di Welles appare così profondo, non è solo per l’uso tecnico delle lenti, ma per la sua profonda radice teatrale. Prima di essere un cineasta, Welles era un uomo di palcoscenico, e questa formazione ha dettato regole registiche rivoluzionarie.

​Welles concepiva l’inquadratura come un volume solido. La celebre profondità di campo non serviva solo a mostrare più cose, ma a ricreare l’esperienza dello spettatore teatrale che è libero di scegliere dove guardare sul palco. In film come L’orgoglio degli Amberson, gli attori si muovono in uno spazio che sembra continuare oltre i bordi della pellicola, proprio come se stessero recitando in un teatro dove le quinte sono state rimosse.

​Inoltre, Welles portò nel cinema l’esperienza della radio e del teatro radiofonico. Le voci dei suoi attori spesso si sovrappongono, creando un tappeto sonoro che dà tridimensionalità all’ambiente. In teatro, il suono deve riempire il vuoto; nel cinema di Welles, il suono definisce la distanza tra i corpi, diventando una vera e propria scenografia invisibile. Infine, la sua tecnica imponeva agli interpreti di relazionarsi con l’architettura: Welles non filmava volti, filmava figure inserite in contesti monumentali o labirintici. Questa è una lezione puramente shakespeariana: il personaggio non è separabile dal castello, dalla brughiera o dal tribunale in cui si muove.

​Un dialogo tra secoli

​In definitiva, l’incompiutezza e il teatro si fondono nel cinema di Welles per creare un’esperienza che sfida il tempo. Le sue opere interrotte sono diventate mappe per i navigatori del cinema digitale, mentre la sua spazialità teatrale ci ricorda che il cinema, pur essendo bidimensionale, deve aspirare a una densità intellettuale e fisica che solo la presenza dal vivo del teatro può suggerire.

​Concludendo questa rilettura, appare chiaro che Welles non appartiene solo alla storia del cinema, ma alla storia del pensiero. La sua eredità è un invito costante alla ribellione intellettuale, un monito a non accontentarsi della superficie delle cose e a cercare sempre, dietro ogni immagine, la parola che l’ha generata e il mito che la sostiene. Welles non ha mai smesso di girare, anche quando la cinepresa era spenta, perché la sua vera opera era la costruzione di un mito che oggi continua a generare nuove forme di racconto.

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