Il caso Signorini mi ha fatto schifo.
Non per il gossip, non per l’effetto scandalo, ma per il silenzio assordante che lo ha circondato. Un silenzio complice, vigliacco, interessato.
Se L’Eco del Sannio non ne ha parlato non è stato per paura né per sudditanza. È stato perché, da giorni, racconto una deriva ben più grave: un potere che non governa più, ma domina; un clima autoritario che si normalizza mentre tutti guardano altrove. Ma oggi una riflessione è inevitabile. Su cosa è diventato il giornalismo.
Di fronte a un racconto pubblico di presunta violenza, emerso in un prodotto mediatico visto da milioni di persone, il giornalismo italiano ha scelto di voltarsi dall’altra parte. Talk show muti. Conduttori afoni. Direttori allineati. Redazioni inginocchiate agli interessi aziendali. Non per prudenza deontologica, ma per obbedienza.
Questo non è garantismo. È codardia.
Non è verifica delle fonti. È censura selettiva.
Non è pluralismo. È scuderia.
Oggi non è in crisi un personaggio televisivo.
Oggi è stato stuprato , sì, uso questa parola , il giornalismo italiano.
E quando l’informazione diventa tutta schierata, tutta di parte, tutta muta davanti al potere, allora bisogna avere il coraggio di dirlo:il cane da guardia e’ diventato un cane da compagnia del potere e da quel momento non informa più, legittima lo schifo.
Se non si vuol disturbare il padrone, si diventa solo arredamento del potere, carta straccia con il microfono acceso.
E un giornalismo complice non merita fiducia, non merita rispetto, non merita nemmeno il suo nome.Nessuno chiede di infangare qualcuno. Il giornalismo vero non infanga: indaga, verifica, pone domande e usa tutte le cautele del caso.
Proprio per questo il silenzio è inaccettabile. Qui non siamo davanti a pettegolezzi, ma a una presunta violenza raccontata pubblicamente, davanti alle telecamere. In questi casi il dovere dell’informazione non è tacere, ma contestualizzare, approfondire, dare spazio alle versioni, fare domande.
Personalmente non amo Fabrizio Corona e non ho mai letto Chi: per me appartengono allo stesso sistema mediatico. Ma questo è irrilevante. Il punto non è chi parla, è ciò che viene detto.
Negli ultimi giorni Alfonso Signorini è stato ospite di due trasmissioni televisive di primo piano. Giornalisti in studio, conduttori esperti, prime serate. Non è stata posta neanche una domanda, nemmeno con le dovute formule di garanzia e prudenza.
Questo cosa significa? Significa che non è prudenza deontologica, ma una scelta editoriale. E quando il giornalismo sceglie di non chiedere, smette di fare il suo lavoro.
Tacere non tutela la verità. La indebolisce
Il Direttore Responsabile
Daniela Piesco
