Per il caso Pucci, Giorgia Meloni non ha avuto esitazioni. In meno di un’ora , quarantotto minuti per la precisione , la presidente del Consiglio ha sentito il dovere di intervenire pubblicamente, esprimendo “preoccupazione” per una presunta deriva illiberale della sinistra. Il motivo? La rinuncia di Pucci a partecipare al Festival di Sanremo, scelta personale, legittima, priva di qualsiasi atto censorio formale, trasformata in poche decine di minuti in un caso politico nazionale.
Nessun divieto, nessuna interdizione, nessun provvedimento pubblico. Solo una decisione individuale. Eppure tanto è bastato per evocare scenari da regime, allarmi democratici, difesa della libertà di espressione. Un’accelerazione degna di un’emergenza costituzionale.
Poi c’è l’altro cronometro. Quello che si ferma.
Davanti a Daniela Santanchè, Ministra della Repubblica con un carico giudiziario che non può essere liquidato come una distrazione mediatica, la stessa solerzia scompare. Qui Giorgia Meloni tace. Non una parola, non una presa di distanza, non un richiamo al decoro istituzionale. E il silenzio, in politica, non è mai neutro.
Parliamo di una Ministra indagata per bancarotta nel caso Bioera, indagata per bancarotta anche per il crack di Ki Group Srl, già a processo per falso in bilancio nella vicenda Visibilia e chiamata a rispondere di truffa aggravata all’Inps per la gestione della cassa integrazione nel periodo Covid. Non sospetti vaghi, non chiacchiere da bar, ma procedimenti formalmente iscritti, atti giudiziari, udienze.
Qualche settimana fa, per completare il quadro, Santanchè è stata anche salvata in Giunta al Senato da una denuncia per diffamazione. Un salvataggio trasversale, che ha visto il contributo determinante anche del Partito Democratico. Un altro capitolo che meriterebbe una riflessione seria, ma che per ora viene archiviato nel grande faldone dell’ipocrisia bipartisan.
Eppure, su tutto questo, la presidente del Consiglio non prova alcuna “preoccupazione”. Nessun allarme democratico, nessuna difesa dell’immagine delle istituzioni, nessuna richiesta di chiarimento. Nulla. Come se il problema non esistesse.
Ed è qui che il cortocircuito diventa politico, non giudiziario. Perché Giorgia Meloni ha costruito una parte consistente della propria carriera  invocando dimissioni immediate per casi analoghi, spesso per vicende molto meno strutturate e meno gravi. Oggi, però, il principio cambia: la severità vale solo quando serve a colpire l’avversario.
Non si cercano polemiche facili, non si inseguono like, non si strizza l’occhio all’indignazione social. Si denuncia un fatto semplice: l’uso selettivo dell’indignazione istituzionale. La libertà di espressione diventa un’arma retorica quando conviene, mentre il decoro della funzione pubblica diventa un dettaglio sacrificabile quando tocca i propri.
Nel frattempo, il conto lo pagano i cittadini. Decine di migliaia di euro al mese per stipendi, indennità e apparati, mentre il messaggio che passa è devastante: esistono scandali di serie A e silenzi di serie A.
E questa non è propaganda, non è tifo, non è faziosità. È una questione di credibilità. Quando il potere parla troppo per il nulla e tace sull’essenziale, non difende la democrazia: la svuota.

 

pH Wikipedia

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