C’è una forma di economia sommersa di cui non si parla nei convegni, non compare nei report dell’ISTAT e non indigna i talk show: è quella delle prestazioni professionali richieste con entusiasmo e liquidate con un sorriso. Una zona grigia dove il lavoro diventa “visibilità”, la competenza si trasforma in “collaborazione”, e la parcella si dissolve nella più poetica delle espressioni: “ci veniamo incontro”.
Accade nel giornalismo, nella consulenza, nel diritto, nell’arte. Accade ovunque il prodotto del lavoro non sia un oggetto, ma un sapere. E il sapere, si sa, per molti è aria: non occupa spazio, non sporca le mani, non si vede. Dunque, perché pagarlo?
Eppure nessuno si sognerebbe di entrare in un ristorante e proporre allo chef una retribuzione in “opportunità”. Nessuno chiederebbe a un idraulico di sistemare una perdita in cambio di “un’ottima referenza”. Ma quando il lavoro consiste nello scrivere un articolo, predisporre un parere legale, progettare una strategia comunicativa o redigere un bilancio, la magia semantica è pronta: non è più lavoro, è “passione”.
La passione, in questo Paese, è diventata l’alibi perfetto per comprimere il valore economico delle competenze. Se ami ciò che fai, dovresti farlo quasi per gratitudine. Se hai studiato anni, ti sei formato, hai investito tempo e risorse, dovresti essere lieto che qualcuno ti “dia spazio”. Lo spazio, però, non paga l’affitto. E la visibilità, salvo rari casi, non salda le fatture.
Il punto non è mercificare ogni relazione. È ristabilire un principio elementare: la professionalità ha un costo perché produce valore. Un valore misurabile in termini di qualità, responsabilità, affidabilità. Ogni prestazione intellettuale implica un’assunzione di rischio, una firma, una reputazione. Quando si chiede a un professionista di lavorare gratuitamente, si sta implicitamente affermando che quel valore non esiste o, peggio, che è fungibile.
C’è poi un effetto sistemico. La normalizzazione del lavoro non retribuito altera il mercato, abbassa gli standard, penalizza chi rifiuta di svendersi e premia chi può permettersi di lavorare gratis perché sostenuto altrove. Non è meritocrazia: è selezione per rendita. E il risultato è un ecosistema fragile, dove la qualità arretra e il dilettantismo avanza travestito da entusiasmo.
Nel giornalismo, questo fenomeno è stato raccontato mille volte e altrettante ignorato. Si parla di crisi dell’editoria, di calo delle vendite, di transizione digitale. Tutto vero. Ma raramente si affronta la questione più scomoda: se l’informazione è un bene pubblico, come può essere sostenuta da lavoro gratuito? La risposta, spesso, è un silenzio imbarazzato.
La retorica del “lo facciamo per la comunità” merita rispetto quando è autentica e consapevole. Il volontariato esiste, ed è nobile, quando è scelto e non imposto per mancanza di alternative. Ma altra cosa è il volontariato coatto, quello che si insinua nei contesti professionali strutturati, dove il budget c’è, ma si preferisce allocarlo altrove.
Forse il nodo è culturale. In Italia la competenza è spesso percepita come un’opinione qualificata, non come un servizio. E ciò che appare opinabile sembra anche negoziabile all’infinito, fino ad azzerarsi. È una distorsione che impoverisce tutti: chi offre e chi riceve.
Riconoscere il valore economico di una prestazione non significa ridurre tutto al denaro. Significa affermare che il tempo ha un peso, che la preparazione ha un prezzo, che la responsabilità non è un hobby. Significa, in definitiva, difendere la dignità del lavoro intellettuale.
Forse non servono proclami. Basterebbe una domanda semplice, ogni volta che si formula una richiesta: se questa attività fosse svolta da me, accetterei di non essere pagato? Se la risposta è no, allora il problema non è il professionista. È l’idea che abbiamo del suo lavoro.
Tanto dovevo
Daniela Piesco
