Dire che “la pace è vicina” è oggi una formula retorica svuotata, ripetuta con una regolarità quasi liturgica che non ha più nulla a che fare con la realtà dei conflitti ma molto con le esigenze politiche di chi la pronuncia e di chi finge di crederle. Ucraina e Gaza, due guerre diverse per storia, natura e attori, vengono appiattite nello stesso racconto salvifico: l’idea che basti una mediazione americana, un tavolo negoziale, qualche concessione tecnica, per chiudere dossier che invece toccano nodi strutturali dell’ordine internazionale. È proprio questo scarto tra la complessità reale e la semplicità annunciata a rendere necessario interrogarsi non tanto sulla pace in sé, quanto sull’uso politico dell’annuncio di pace.
Nel caso ucraino, la retorica della “pace vicina” serve anzitutto a mascherare una convergenza che esiste da tempo e che raramente viene detta in modo esplicito: la sostanziale compatibilità tra le proposte statunitensi e le richieste russe sul punto decisivo, cioè la neutralizzazione strategica dell’Ucraina. Dietro linguaggi diversi, entrambi gli attori maggiori hanno sempre considerato impraticabile una piena integrazione di Kiev nel sistema euroatlantico. La Russia lo ha detto apertamente con la forza; gli Stati Uniti lo hanno praticato nei fatti, rinviando, condizionando, subordinando. Quando oggi si parla di “cessate il fuoco realistico”, di “congelamento delle linee”, di “garanzie di sicurezza multilaterali”, si sta descrivendo una soluzione che non restituisce sovranità piena all’Ucraina ma la colloca stabilmente in una zona grigia, esattamente ciò che Mosca chiedeva prima e dopo l’invasione.
Che una parte significativa del Parlamento italiano, come di altri parlamenti europei, si allinei a questa prospettiva non è un incidente ma il riflesso di una subalternità politica e culturale che dura da decenni. L’Europa non costruisce una propria idea di pace perché non ha costruito una propria idea di potenza. Accetta dunque come “inevitabile” ciò che le viene presentato come tale dalla potenza egemone, anche quando questo significa archiviare il principio dell’inviolabilità territoriale come un lusso teorico. Dire che la pace è vicina diventa, in questo contesto, un modo per preparare l’opinione pubblica a una resa semantica prima ancora che politica: non si parla più di vittoria o sconfitta, di diritto violato o ristabilito, ma di stanchezza, pragmatismo, realismo.
A Gaza la dinamica è diversa ma la funzione del racconto è sorprendentemente simile. Anche qui la pace annunciata non coincide con una soluzione del conflitto, bensì con una sua gestione compatibile con gli interessi strategici di chi conta davvero. I cessate il fuoco presentati come “inizio di pace” non toccano le cause strutturali della violenza: l’occupazione, l’assedio, la negazione di diritti politici fondamentali ai palestinesi. Servono piuttosto a ricollocare Israele in una cornice di legittimità internazionale dopo fasi di distruzione che diventano difficili da difendere persino per i suoi alleati storici. Anche in questo caso, l’annuncio di pace precede e sostituisce la giustizia, trasformando una tregua armata in una narrazione di normalizzazione.
Chi trae vantaggio da questo uso inflazionato della parola “pace” non sono le popolazioni coinvolte, ma i sistemi politici che hanno bisogno di abbassare il costo interno della guerra senza modificarne gli assetti di fondo. Negli Stati Uniti, la promessa di una pace rapida serve a disinnescare l’opposizione di un’opinione pubblica sempre meno disposta a finanziare conflitti lontani e sempre più costosi. In Europa, consente ai governi di evitare un dibattito serio su autonomia strategica, riarmo, diplomazia indipendente. In Medio Oriente, permette di rinviare ancora una volta la questione palestinese a un futuro indefinito, coprendola con il linguaggio umanitario delle pause e delle ricostruzioni.
C’è poi un elemento ulteriore, spesso sottovalutato: la pace annunciata funziona come strumento di disciplinamento del discorso pubblico. Se la pace è “a un passo”, chi insiste nel denunciare le responsabilità, le asimmetrie di potere, i crimini, viene facilmente dipinto come ideologico, estremista, nemico del compromesso. Il lessico della moderazione diventa così un’arma retorica che neutralizza il conflitto politico prima ancora di quello militare. Non è un caso che gli annunci più ottimistici arrivino proprio quando le trattative sono più fragili: servono a creare un clima emotivo che renda accettabili soluzioni al ribasso.
Dire che la pace è vicina, in questo scenario, non è una previsione ma una performazione. Non descrive la realtà, tenta di costruirla, orientando aspettative, abbassando soglie di indignazione, preparando concessioni. Il problema non è desiderare la pace, ma confondere la pace con la stabilizzazione di rapporti di forza ingiusti. Finché le trattative continueranno a essere concepite come estroflessioni imperiali della potenza egemone, e non come processi realmente multilaterali fondati sul diritto e sull’autodeterminazione, la pace resterà uno slogan utile ai potenti e inservibile per chi vive sotto le bombe.
In questo senso, lo scetticismo crescente dell’opinione pubblica non è cinismo ma lucidità. Non si smette di credere nella pace; si smette di credere a chi la evoca come un trucco retorico, mentre prepara l’ennesima archiviazione delle cause profonde del conflitto. La vera domanda, allora, non è se la pace sia vicina, ma se qualcuno abbia davvero interesse a costruirla, anziché limitarsi a dichiararla.
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