Il governo è stato costretto a fare marcia indietro su uno dei punti più contestati della manovra previdenziale, ma lo ha fatto solo a metà, lasciando intatta la struttura che garantisce i maggiori risparmi di bilancio e che continua a penalizzare chi va in pensione anticipata. La correzione riguarda infatti il riscatto della laurea, mentre resta in piedi l’allungamento delle cosiddette finestre mobili, cioè il tempo che intercorre tra l’uscita dal lavoro e l’effettivo pagamento dell’assegno pensionistico.

Dopo giorni di proteste, in particolare da parte dei sindacati dei medici e delle categorie più qualificate, l’esecutivo ha deciso di eliminare la penalizzazione che avrebbe fatto slittare in avanti l’età pensionabile per chi aveva riscattato gli anni di studio universitari. La modifica tutela sia chi ha già completato il riscatto sia chi lo ha avviato e sta ancora pagando le rate, rivendicando il principio dei cosiddetti diritti acquisiti. Per il futuro, però, il messaggio cambia radicalmente: il riscatto della laurea non servirà più ad anticipare l’uscita dal lavoro, ma solo ad aumentare l’importo della pensione, secondo una logica puramente contributiva e assicurativa, molto simile a quella dei fondi pensione integrativi.

È una scelta che ha un doppio significato politico. Da un lato il governo disinnesca una bomba sociale che stava esplodendo, dall’altro spinge in modo esplicito verso la previdenza complementare privata, indicata apertamente come uno dei pilastri della manovra. Una strategia coerente con l’impostazione del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha minimizzato l’impatto delle nuove regole presentandole come una semplice messa in sicurezza tecnica dei conti pubblici, ribadendo che non c’è l’intenzione di aumentare l’età pensionabile.

Ma è proprio qui che si apre la contraddizione. Se è vero che la penalizzazione sul riscatto della laurea viene cancellata, resta invariata la misura più incisiva dal punto di vista finanziario: l’allungamento progressivo delle finestre di attesa per le pensioni anticipate. Nei prossimi anni il periodo tra la maturazione dei requisiti e l’arrivo del primo assegno si estenderà fino a sei mesi, producendo risparmi stimati in oltre un miliardo di euro a regime. In altre parole, si esce dal lavoro allo stesso momento, ma si resta più a lungo senza reddito.

Su questo punto la maggioranza è tutt’altro che compatta. La Lega, che pure rivendica il correttivo sul riscatto della laurea, considera insufficiente l’intervento e chiede di mettere mano anche alle finestre, per evitare che resti anche solo il sospetto di un innalzamento mascherato dell’età pensionabile. Da qui lo stallo in commissione Bilancio al Senato e le riunioni convulse tra governo, gruppi di maggioranza e opposizioni, con il calendario parlamentare ormai al limite.

Le opposizioni attaccano frontalmente l’esecutivo, accusandolo di incoerenza e di aver tradito le promesse elettorali sulla cancellazione della legge Fornero e sull’abbassamento dell’età pensionabile. Secondo Pd e Alleanza Verdi e Sinistra, la correzione è solo una toppa che non cambia la sostanza del provvedimento e lascia intatto un impianto che scarica i costi dell’aggiustamento dei conti pubblici su lavoratori e lavoratrici. Viene inoltre contestato il metodo, con modifiche introdotte senza una nuova relazione tecnica ufficiale, alimentando dubbi sulla reale copertura finanziaria delle scelte adottate.

Il risultato è una manovra che evita lo scontro frontale su uno dei simboli più impopolari, il riscatto della laurea, ma continua a muoversi nella direzione di un progressivo irrigidimento dell’accesso alla pensione e di un rafforzamento della previdenza privata. Una mediazione fragile, che tiene insieme esigenze di bilancio, tensioni politiche interne e una crescente distanza tra le promesse di riforma e le scelte concrete che incidono sulla vita di milioni di lavoratori.

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