Ragione e sentimento (2026), regia di Georgia Oakley, sceneggiatura di Diana Reid, con Daisy Edgar-Jones e Esmé Creed-Miles. 132 minuti, girato in 35mm da Arnaud Potier, in sala in Italia dal 22 ottobre.
Il momento più felice del film è un trasferimento di proprietà. Edward, diseredato dalla famiglia, riceve dal colonnello Brandon una parrocchia e solo allora può sposare Elinor. Prima di lì il denaro ha già fatto tutto: Norland passa a John Dashwood, Fanny convince il marito a ridurre il sostegno alle sorellastre a un’elemosina, Lucy Steele abbandona Edward appena diventa povero e sposa il fratello Robert, che ne ha ereditato il posto. Tre diseredazioni e un beneficio: non è un romanzo di formazione, è un libro contabile. La sceneggiatura di Reid lo sa. La critica che ha parlato di film “accogliente”, da serata tra amiche, ha descritto l’involucro e non la merce.
L’invenzione che conta davvero è una pistola. Nel romanzo non c’è duello: qui Brandon caccia di casa Willoughby ubriaco, lo sfida, Willoughby sbaglia e Brandon spara deliberatamente in aria. In un libro costruito su ciò che non si dice, la sola frase nuova del film è un colpo esploso per mancare il bersaglio. Le donne guardano dalla finestra, e Marianne si preoccupa soltanto dell’incolumità di Brandon. Austen affidava la propria etica al non detto; il film la affida alla balistica. Il colpo a vuoto è il silenzio di Elinor, con la polvere da sparo dentro.
Anche la malattia di Marianne è una questione immobiliare: si ammala per aver camminato sotto la pioggia fino alla casa di Willoughby, e quasi muore di architettura. La distorsione alla caviglia, spostata dalla collina alla spiaggia, dice la stessa cosa: qui la natura è litoranea, un bordo, e le donne vi restano a guardare edifici che non saranno mai loro. Elinor, dal canto suo, compie un gesto che nel romanzo non esiste: rifiuta Edward perché lo crede disonesto. Meglio restare in perdita che accettare moneta falsa.
La critica si è divisa: cinque stelle sul Telegraph, tre sul Guardian, che lamenta una certa mancanza di sentimento, e un 78% su Rotten Tomatoes. Molti hanno letto un’indecisione tra film in costume e rilettura contemporanea. Io credo invece che il film abbia una tesi sola: Oakley ha trasferito la ragione dai personaggi alla macchina da presa. La sua compostezza (campi fissi, mani al lavoro, grana del 35mm) non giudica mai. Questa tenerezza agisce da solvente: scioglie il giudizio, proprio come il calore di una casa serve a non parlare di soldi a tavola. Si perde così l’ironia più feroce di Austen, quella di un narratore che era la persona più cattiva della stanza. Qui la cinepresa è la più educata.
Resta una cosa che riguarda noi. Il film di Ang Lee, nel 1995, ci aveva venduto l’idea che vince il sentimento; questo ci dice che il sentimento è una linea di credito e che chi non ha capitale negozia con i nervi. La sola libertà concessa è scegliere dove non sparare. Che è, a conti fatti, la definizione di educazione.

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