”L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione racchiude il mondo, stimolando ostruendo il tempo, facendo nascere l’evoluzione.”
— Albert Einstein
Ogni grande viaggio intrapreso dall’essere umano, sia esso tra le onde tempestose del Mediterraneo o tra le righe di un foglio di carta nella penombra di una stanza isolata, rappresenta un tentativo radicale di ridefinire la nostra libertà. Esiste un filo rosso invisibile ma sterile alle mode del tempo che unisce le peregrinazioni millenarie di Ulisse alle silenziose e furiose ribellioni poetiche di Emily Brontë. Entrambi, in modi apparentemente opposti, incarnano la lotta dell’individuo contro i limiti imposti dal destino, dalla società e dalla natura, trovando nella narrazione e nell’immaginazione l’unica vera Itaca possibile.
Dal libro allo schermo: la metamorfosi dell’eroe omerico
Nato oltre duemilasettecento anni fa dalle pagine immortali dell’Odissea, la figura di Ulisse continua a navigare attraverso i secoli, sbarcando continuamente sui moli del cinema e della televisione. Quello dell’eroe greco è un mito plastico, capace di mutare forma per adattarsi alle ansie e alle speranze di ogni epoca.
Mentre l’eroe cantato da Omero era l’emblema della mètis — quell’intelligenza scaltra e pratica capace di prevalere sulla forza bruta —, il cinema e la televisione ne hanno progressivamente interiorizzato le tappe del viaggio. Da esploratore geografico, l’Ulisse moderno è diventato un esploratore dell’animo umano.
L’Ulisse di Kirk Douglas: il pioniere del cinema muscolare e astuto
Prima dello sceneggiato televisivo e dei kolossal moderni, la prima vera grande incarnazione cinematografica dell’eroe omerico nel dopoguerra è stata quella di Kirk Douglas nel film Ulisse del 1954, diretto da Mario Camerini. Questa pellicola rappresenta una pietra miliare, poiché fonde per la prima volta la fisicità hollywoodiana con la tradizione classica europea.
Douglas porta sullo schermo un Ulisse estremamente vitale, atletico e vigoroso, ma mai privo di quell’astuzia ironica che lo caratterizza nel poema. Il suo è un eroe profondamente umano, che soffre per la nostalgia della patria ma è allo stesso tempo irresistibilmente attratto dall’ignoto e dalla sfida intellettuale. La sua interpretazione ha definito lo standard dell’eroe d’avventura per i decenni a venire, mostrando un uomo che combatte i mostri con la spada ma li sconfigge, prima di tutto, con la propria intelligenza strategica.
Lo sceneggiato Rai del 1968: il volto dell’epica classica
Per intere generazioni di italiani, il volto di Ulisse coincide invece con quello fiero e tormentato di Bekim Fehmiu nello storico sceneggiato diretto da Franco Rossi. Prodotto in un’epoca in cui la televisione pubblica aveva una profonda missione pedagogica, questo adattamento scelse la via del rigore e della solennità teatrale.
L’Ulisse del 1968 non è un superuomo d’azione, ma un uomo paziente, nostalgico, legato a un profondo senso del dovere e della casa. Di conseguenza, le tappe del viaggio (il Ciclope, Circe, le Sirene) non sono semplici attrazioni spettacolari, ma personificazioni delle tentazioni e degli ostacoli morali che ogni essere umano incontra lungo il cammino della vita.
L’Ulisse di Troy: il disincanto della modernità
Nel 2004, il regista Wolfgang Petersen firma Troy, un kolossal che sceglie di eliminare del tutto l’elemento divino e soprannaturale. Qui, l’Ulisse interpretato da Sean Bean subisce una mutazione radicale:
- Diventa un politico lucido, un diplomatico pragmatico e un fine stratega militare.
- La sua intuizione del cavallo di Troia non è guidata da un’ispirazione divina, ma da una profonda conoscenza delle debolezze umane.
- Senza la protezione o l’ostilità degli dèi, questo Ulisse si muove in un mondo dominato esclusivamente dalla cinica e disarmante volontà degli uomini.
La rivoluzione del Novecento: l’Ulisse interiore di James Joyce
Prima che il cinema del tardo Novecento e del ventunesimo secolo ne cannibalizzasse le forme, la più grande e radicale decostruzione del mito di Ulisse avviene sulla pagina scritta per mano di James Joyce. Con il suo monumentale romanzo Ulisse (Ulysses), pubblicato nel 1922, lo scrittore irlandese compie un’operazione rivoluzionaria: traspone l’intera, immensa epopea del re di Itaca all’interno di una sola, apparentemente ordinaria giornata a Dublino, il 16 giugno 1904.
- Leopold Bloom come nuovo eroe: L’Ulisse moderno non è più un re, un guerriero o un navigatore leggendario. È Leopold Bloom, un modesto impiegato pubblicitario di origine ebraica, un uomo comune che cammina per le strade di una città grigia.
- Il viaggio nel flusso di coscienza: Il tempestoso mare aperto di Omero si trasforma nel mare magnum della mente umana. Attraverso la tecnica del flusso di coscienza (stream of consciousness), Joyce registra i pensieri disordinati, le pulsioni, i ricordi e le associazioni mentali del suo protagonista.
- I mostri della quotidianità: La taverna di Barney Kiernan diventa la caverna del Ciclope, l’ufficio del giornale rappresenta l’antro di Eolo e il bordello di Bella Cohen si trasforma nella dimora della maga Circe.
L’epica joyciana non si misura più con le grandi imprese belliche o i mostri marini, ma con la straordinaria e tragica complessità della vita di tutti i giorni. L’eroismo di Bloom non sta nel vincere battaglie, ma nel sopravvivere con intelligenza, tolleranza e compassione alla sua personale e quotidiana odissea urbana.
La fortezza inviolabile di Emily Brontë
Se l’Ulisse di Joyce si disperde nel labirinto di Dublino per ritrovare la propria identità, Emily Brontë compie lo stesso identico tragitto senza mai muoversi dalla canonica di Haworth, sperduta tra le brughiere ventose del West Yorkshire. Nell’Inghilterra vittoriana del 1846, una donna della classe media era confinata in un destino già interamente tracciato: sottomissione domestica, decoro soffocante e un gelido pragmatismo imposto dall’avanzare della Rivoluzione Industriale.
Emily rifiuta categoricamente questa prigione sociale. E lo fa pubblicando le sue poesie sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell e componendo quel capolavoro di resistenza spirituale che è la lirica All’immaginazione (To Imagination).
Il mondo esterno è così desolato, il mondo interiore mi è due volte caro. Lì dove l’odio, l’inganno, il dubbio e il gelido sospetto non possono entrare, la poetessa e la sua immaginazione regnano libere e sovrane, senza alcuna discussione.
La fantasia come atto politico di secessione
Per l’autrice di Cime tempestose, l’immaginazione nuda non è un passatempo infantile o una debole fuga dalla realtà. Al contrario, è un’arma di difesa attiva. Nel suo mondo interiore, Emily stabilisce una sovranità assoluta condivisa solo con la propria mente e con il concetto stesso di Libertà.
Mentre la Ragione e la Verità vittoriane pretendono di calpestare i fiori della fantasia, giudicandoli inutili orpelli improduttivi, la poetessa inglese rivendica il valore sacro dell’illusione consapevole. Lei stessa confessa di non credere ciecamente alla “larva di eliso” (la phantom bliss, la felicità fantasma) creata dalla sua mente — un chiaro riferimento a Gondal, l’universo immaginario che continuò a coltivare fin quasi alla morte — ma sceglie deliberatamente di accoglierla come l’unico farmaco in grado di guarire il dolore del mondo reale.
L’incontro tra due mondi: l’ora placata della sera
Esiste un momento esatto in cui il viaggio per mare di Ulisse, il vagabondare urbano di Leopold Bloom e il viaggio immobile di Emily Brontë si sovrappongono. Questo momento è l’ora della sera, la soglia del tempio quotidiano in cui la realtà allenta la sua morsa.
Per Leopold Bloom, la sera rappresenta il ritorno a casa, a Eccles Street, dove si corica accanto a sua moglie Molly, concludendo la sua odissea in un silenzioso ma trionfale ritorno all’ordine e all’accettazione di sé.
Per Emily Brontë, la sera è il momento in cui, terminate le dure faccende domestiche della canonica (fare il pane, stirare, accudire la famiglia), può finalmente sedersi al tavolo di legno della cucina, accendere una candela e liberare i suoi demoni e le sue visioni.
Per Ulisse, l’eroe originario, l’ora della sera è l’approdo definitivo, il momento in cui finalmente ci si può riposare su un letto solido e inamovibile, costruito direttamente sulle radici e sulla viva chioma di un ulivo secolare. Un letto che non è stato edificato solo con il legno, ma con la determinazione di un patto d’amore. È qui, al riparo dal rumore dei flutti e dal ricordo delle spade, che l’eroe trova la pace accanto a una donna che lo ha atteso per venti lunghi anni. Penelope, con la sua silenziosa e titanica resistenza, non vede in quell’uomo stanco e segnato dalle cicatrici un relitto del tempo, ma riconosce ancora e sempre l’eroe che la vita non ha distrutto. In quel talamo vivente, che affonda le radici nella roccia di Itaca, il viaggio cessa di essere una condanna e diventa un’eterna riconciliazione.
Tutti loro ci insegnano una lezione di sconvolgente modernità: l’essere umano ha un disperato bisogno di coltivare uno spazio interiore selvaggio, integro e segreto. Che si tratti di solcare i mari dell’avventura per ritornare alle proprie radici, di perdersi nei pensieri della mente tra le strade di una metropoli o di erigere una fortezza mentale contro le oppressioni del quotidiano, l’immaginazione resta la nostra risorsa più preziosa.
In un’epoca contemporanea satura di connessioni digitali e stimoli incessanti, riscoprire l’Ulisse psicologico e la strenua difesa della solitudine di Emily Brontë significa ricordarsi che, non importa quanto il mondo esterno possa farsi freddo, tempestoso o desolato: dentro ognuno di noi risplende sempre un “cielo immacolato”, un regno in cui possiamo, finalmente, essere sovrani senza discussione.
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