Per centoquattro minuti, Massimiliano Caiazzo non canta. Le canzoni hanno la voce di Pino. È una scelta dichiarata, nobile nelle intenzioni , non volevano «un esercizio di imitazione fine a se stesso» Ma chiamiamo le cose: è playback. Un playback elegantissimo, curato, rispettoso. E il cinema italiano che affronta un mito ammette, in silenzio, di non poterlo recitare. Può solo prestargli un corpo giovane.

E quel corpo sorride. Sempre. Sorriso fermo, quasi fissato sul viso, come se qualcuno gli avesse detto di stare buono . Da quel sorriso esce la voce di un uomo che sta urlando. Dolcezza in faccia, rabbia nella gola. Se il regista l’avesse voluto, sarebbe stato un film sul mascheramento. Non l’ha voluto. Resta un’immagine che ti resta addosso, in un film che ogni tanto si distrae.

Il vero inedito non è Pino. È Gennaro.

Il film nasce dal libro del figlio Alessandro: non è una biografia, è una memoria di famiglia. E il padre , Giovanni Ludeno, il migliore del cast , è un uomo mellifluo, violento, giocatore, che non fa mai ridere e non fa mai pena. Ti fa schifo e ti fa compassione nello stesso secondo. Intorno, due zie che tirano su un bambino regalato, Truppo e Nappo, tenere e dure come il cemento dei bassi. Un’infanzia con due madri e nessun padre. Pino viene dato via, poi sostituito, e passa la vita a sostituire: la musica al posto del padre, il palco al posto della casa, duecentomila persone al posto di una carezza. È l’idea più forte del film. Il film non lo sa.

Poi il colpo basso, e non è nel film: è nel film che manca.

Si ferma il 19 settembre 1981, a ventisei anni, sul concerto di Piazza del Plebiscito. Il momento in cui Pinotto diventa, parole di Prosatore, una «semi-divinità». Scelta legittima. Anche comoda. Perché dopo arriva tutto il resto: la band che si sfalda, le separazioni, una famiglia lasciata per fondarne un’altra, e un uomo di cinquantanove anni che se ne va troppo presto. Il film celebra il ragazzo per non dover processare l’adulto. Non è un biopic: è un atto primo. E lodare l’innocenza di chi non ha ancora scelto è il modo più elegante di non fare i conti.

Nel finale succede la cosa più onesta e più tragica: il film licenzia il suo attore e passa alle immagini vere di Pino. Nel momento in cui l’uomo diventa mito, la finzione si toglie. C’è anche una ragione tecnica , le torri di ripresa di quel concerto furono smontate per sicurezza, l’archivio è meno di quanto si creda.

Ma il senso è un altro: davanti al vero, il falso si scansa.

Trenta secondi, però, salvano tutto. Al provino di ‘ je so pazz’ il verso originale «e oggi voglio sparare» diventa «e oggi voglio parlare» . La censura che ti entra dentro e diventa mestiere. Trenta secondi valgono il film intero. Un film su quella frattura sarebbe stato più piccolo e più grande.

E Napoli? Prosatore dice la cosa giusta: Pino è stato il grande anti-stereotipo, mentre oggi il racconto della città è merce rassicurante. Diagnosi perfetta, mai applicata a se stesso. Perché sullo schermo arrivano i vicoli, il porto, i bassi, la solita luce livida di una città madre e matrigna. La seconda parte scivola nella fiction televisiva, e si sente.

Je so’ pazzo è il miglior biopic musicale italiano degli ultimi anni e non è un bel film. Le due cose stanno insieme senza scontrarsi. Ha un attore che non imita ma abita, un padre finalmente tragico, un finale che ammette di non poter filmare il proprio oggetto.

Gli manca una cosa sola, e non è il talento. Gli manca il coraggio di guardare il conto.

Perché quella voce che senti per due ore non esce da quel corpo. Esce dal passato. E ti dice, senza addolcire niente, la verità che nessuno voleva mettere in scena: Pino Daniele è già altrove. Noi siamo qui, in una sala buia, a sentire una voce registrata uscire dalla bocca di un ragazzo che sorride.

Je so’ pazzo, sì. Ma il pazzo, alla fine, è chi crede che basti fermarsi a ventisei anni per non morire mai.

Si chiude con duecentomila persone e una dedica a chi è «nero a metà: il blues non l’ha importato, l’ha trovato già in casa, in una città che aveva imparato l’americano prima di sapere l’italiano.Metà non era il suo limite: era la distanza che serviva perché due suoni si sentissero.Dalla gola di un napoletano usciva un lamento che non aveva imparato da nessuno.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA ImageChange Image

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.