Hanno afferrato Lina Attalah, l’hanno sollevata di peso e trascinata fuori dall’aula. Non è una scena di un regime di altri tempi: è accaduta ieri, al Cairo, a una giornalista colpevole di fare il suo mestiere. Dirige Mada Masr, una delle ultime voci libere d’Egitto. Per tacitarla è bastato un cavillo osceno: gestire un sito senza licenza, quella licenza che lo Stato stesso ha lasciato senza risposta dal 2023.
Si legga bene, perché è un capolavoro di cinismo giuridico. Il potere non nega l’autorizzazione: la ignora. Poi condanna chi ha osato vivere senza. Il silenzio dell’amministrazione diventa il reato, la sua omissione diventa la prova della colpa. Pena massima, tre milioni di sterline, chiusura della testata. Sesto procedimento in sei anni, il primo portato fino in fondo. Non è giustizia: è un metodo, applicato con pazienza da chi sa di non avere fretta, perché nessuno lo fermerà.
Ventisei giornalisti sono oggi in carcere in Egitto per il loro lavoro. Ventisei. E il Cairo resta un partner prezioso, corteggiato, ricevuto, finanziato, perché serve sui flussi migratori, sul gas, sugli equilibri del Mediterraneo. È questa la verità che l’Europa non vuole sentirsi dire: la libertà di stampa è un principio che proclamiamo nei discorsi e svendiamo nei trattati. Si predica ai cittadini, si baratta con i dittatori.
E intanto l’Occidente guarda altrove. Guarda gli scrutini, le percentuali, le dichiarazioni dei potenti, il teatro delle alleanze. La cronaca elettorale è doverosa, ma una gerarchia delle notizie che seppellisce una giornalista arrestata sotto il rumore del giorno è già una forma di complicità. Ciò che non fa audience non esiste, ciò che irrita un alleato si dimentica. Questo non è giornalismo: è convenienza con il tesserino.
Ci dicano i governi europei quanto vale, in euro, una cronista portata via a forza. Ci dicano quante cene di Stato, quante strette di mano, quanti contratti sopravviveranno a questo arresto. Il loro silenzio non è prudenza diplomatica: è un’abdicazione. Chi tace davanti a un giornalista incatenato non è neutrale, è già dalla parte di chi ha la chiave.
L’Eco del Sannio è con Lina Attalah, senza riserve e senza diplomazia. Ne chiede l’immediata liberazione, la revoca della chiusura di Mada Masr e atti concreti da Roma e da Bruxelles, non comunicati di rito. Perché la libertà di stampa non è un affare egiziano: ogni testimone zittito altrove è un pezzo di verità che perdiamo anche qui.
Il giornalismo non si misura da quanto è comodo, ma da quanto costa. Lina Attalah lo sta pagando per tutti noi. A noi, almeno, tocca non voltarci.
Daniela Piesco
Direttore Responsabile, L’Eco del Sannio
