Milano, 12 aprile 1973. La questura vieta il corteo. Il corteo parte lo stesso, guidato da Servello, Petronio e Ignazio La Russa, allora leader del Fronte della Gioventù milanese. In via Bellotti volano due bombe a mano. La seconda centra in pieno petto l’agente Antonio Marino. Ventidue anni. Muore lì, sull’asfalto. Altri dodici agenti restano feriti dalle schegge.

Cinquantatré anni dopo, la seconda carica dello Stato non risponde con i documenti. Risponde con l’avvocato. Contro la storica Michela Ponzani parte la minaccia di querela, accompagnata dal «monitoraggio» di chiunque altro osi parlare.

A sostegno, un argomento da far arrossire un praticante: dagli atti non risulterebbe la «manifestazione non autorizzata», perché il presidente del Senato «può vantare un certificato penale intonso».
Un certificato penale. Davanti a un ragazzo di ventidue anni dilaniato da una bomba, si agita il casellario.

Quel foglio dice una cosa sola: che il presidente del Senato non è stato condannato. Non dice che il corteo fosse autorizzato. Non cancella un divieto, che è un atto amministrativo e non un’opinione. Non restituisce la vita ad Antonio Marino. Usare l’assenza di condanna come prova dell’assenza dei fatti non è difesa dell’onore.

È un insulto all’intelligenza di chi legge e alla memoria di chi è morto.

Il bersaglio, poi, è sbagliato. Ponzani ha scritto che il procedimento 2278/73-A fu istruttorio, «non di condanna». Si querela una frase che l’autrice dice di non aver mai pronunciato. Non è giustizia: è rumore, scelto per spaventare.

E i soldi, che nessun certificato copre. L’MSI si dissociò a parole e promise cinque milioni a chi indicasse i colpevoli. Poi pagò ventidue milioni per i due imputati e ne offrì venti alla famiglia della vittima. Quei venti non arrivarono mai, tanto che la famiglia denunciò il partito.

Chi paga, di norma, ha capito cosa è successo.

I fatti giudiziari restano: diciannove anni a Murelli, diciotto a Loi, due ad Azzi per aver fornito gli ordigni.

Veniamo al «monitoraggio». È la parola che non può passare. Un ufficio stampa istituzionale compila l’elenco di chi parla e lo tiene sotto osservazione. Un presidente del Senato non sorveglia i cittadini, e i professori non li mette in lista. E la ciliegina: la querela cadrebbe se la professoressa «chiedesse immediatamente scusa».

Non si cerca la verità, si pretende una genuflessione. Quella non è tutela della reputazione: è intimidazione, da parte di chi ha il microfono più potente del Paese contro chi ha solo documenti e fonti.

Ponzani lo ha detto meglio di chiunque: «I titoli accademici non si ereditano come i titoli nobiliari». E davanti alle telecamere: «Cosa si vuol fare, mettere a tacere tutte le voci critiche?». La sua richiesta è l’unica degna di una democrazia: se la ricostruzione è sbagliata, la si confuti. Si producano atti, si confrontino le fonti.

Chi risponde con querele, elenchi e certificati penali esibiti come reliquie non sta difendendo la verità. Sta dimostrando di temerla. E chi occupa la seconda carica dello Stato dovrebbe sapere che il potere non si misura da chi riesce a zittire, ma da chi regge il confronto.

La querela appare sproporzionata e intimidatoria; le contestazioni istruttorie del 1973 non equivalgono a una condanna, così come l’assenza di condanna non cancella un corteo vietato.

Il confronto è già finito: da una parte le fonti, dall’altra un avvocato.

Un ragazzo di ventidue anni è morto in via Bellotti con una scheggia nel petto. La seconda carica dello Stato, per spiegare quella giornata, ha a disposizione una sola prova: la propria parola.

Contro un cadavere, è poco.

 

 

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