L‘ editoriale del Direttore Responsabile Daniela Piesco
La premier non ha alcuna intenzione di lasciare Palazzo Chigi per una sconfitta. Lo ha dimostrato a marzo 2026, quando dopo il referendum sulla giustizia ha sacrificato i suoi ministri (Delmastro, Santanchè) pur di restare al timone.
Ma il marzo 2027 è un’altra storia.
Secondo il retroscena de La Repubblica, Meloni starebbe valutando di rassegnare le dimissioni subito dopo il Consiglio europeo straordinario a Roma per i 70 anni dei Trattati, per poi andare al voto anticipato il 16 maggio o a inizio giugno.
L’obiettivo è chiaro: accorpare le politiche alle amministrative, costringere gli alleati a chiudere subito la partita dei candidati e sfruttare le divisioni nel centrosinistra.
È un compromesso con il Colle: Mattarella concede lo scioglimento anticipato, il governo in cambio garantisce l’election day.
Non è un passo indietro.
È un gioco di anticipo.
E delle proteste, delle piazze, dei segnali che arrivano dal mondo, a Meloni , spudoratamente , non importa nulla. Continua a fare il suo gioco, con lucidità cinica e freddezza chirurgica.
Ma mentre Meloni calcola, Lula vince, Belgrado trema e a Benevento si rivendica la dignita’ tradita
Sotto al primo turno, contro il candidato dell’erede Bolsonaro, con il 51,8% e un margine di 4,3 milioni di voti. La sua rimonta è stata costruita con una campagna digitale gigantesca, l’“Esercito di Lula”, dieci milioni di militanti porta a porta. Ma il vero messaggio è un altro: la sinistra vince quando torna a parlare alla pancia del popolo, quando non si chiude nei salotti buoni. Lula avrà un Parlamento ostile e un Paese spaccato a metà, ma la sua vittoria dimostra che la speranza, quando è incarnata, batte la rassegnazione.
In Serbia non c’è un leader carismatico. C’è un movimento studentesco nato dal dolore per il crollo di una pensilina a Novi Sad, sedici morti che gridavano corruzione. Da quella rabbia, i giovani hanno costruito una lista civica senza capi, con plenum e assemblee ovunque. Hanno spazzato via quattordici anni di potere di Vučić: 138 seggi contro 104, un’affluenza del 70%, la più alta dal 1992. È la dimostrazione che i giovani non sono indifferenti: sono schifati da chi li ha traditi e, quando trovano una casa credibile, la riempiono.
A Benevento, l’opposizione scende in piazza e chiede le dimissioni di Mastella. Non è un capriccio: è la reazione a un’inchiesta giudiziaria che ha decapitato la macchina amministrativa, ma anche a dieci anni di governo cittadino sotto esame. Mastella rifiuta e dice che andrà avanti fino alla fine del mandato. La piazza è piccola, ma il segnale è grande: la credibilità è un bene pubblico che, una volta rotto, non si aggiusta con un comunicato.
Meloni ha capito una cosa che Lula, gli studenti serbi e i cittadini di Benevento urlano da piazze diverse: la politica che non ascolta muore.
Ma la sua risposta non è l’ascolto.
È l’accelerazione.
Il calcolo.
La mossa anticipata per arrivare prima che il malcontento si organizzi. È una strategia intelligente, forse vincente. Ma è anche la prova che la destra italiana ha smesso di credere nella pazienza della democrazia e ha scelto la velocità del potere. Il 2027 dirà se aveva ragione. La storia, però, non assolve chi ignora le crepe. Le crepe, prima o poi, diventano voragini.
La premier conta i voti. Il popolo conta le bugie. E a marzo il conto arriva.
Chi governa ignorando le piazze non cade per elezione, cade per disprezzo.
Ph pixabay senza royality
