Il Tribunale di Bari, con la condanna di dodici militanti di CasaPound per violazione della legge Scelba, ha riattualizzato un dispositivo giuridico che la coscienza civile italiana tende periodicamente a rimuovere: l’antifascismo non è una scelta ideologica, ma un vincolo costituzionale. La XII disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta espressamente la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Non si tratta di una clausola ornamentale o di un retaggio storico superato, ma di una norma precettiva, come ribadito dalla giurisprudenza costituzionale e ordinaria. La sua applicazione non configura una compressione della libertà di espressione, ma la delimitazione legittima di ciò che, in un ordinamento democratico, non può essere considerato opinione: la violenza politica sistematica, la propaganda razzista, l’apologia della sopraffazione.

In questo contesto, l’assenza di una presa di posizione pubblica da parte della presidente del Consiglio appare culturalmente e politicamente significativa. Non si tratta di rivendicare un obbligo di commento su ogni pronuncia giudiziaria, ma di rilevare una disparità di trattamento retorico che rivela una gerarchia implicita dei valori. A fronte di una sentenza che sancisce la natura antidemocratica di un’organizzazione politica, il silenzio istituzionale coincide con una rimozione simbolica. Parallelamente, l’intervento sulla vicenda del comico  Pucci, ritiratosi da Sanremo, ha attivato una semantica allarmistica: la “deriva illiberale della sinistra”. Una formula che, trasferita dal linguaggio politologico a quello polemico, evoca scenari di regressione democratica in assenza di qualsivoglia elemento fattuale.

È qui che si consuma lo scarto culturale. Il governo utilizza un lessico di allarme costituzionale per episodi di costume, mentre tace di fronte all’accertamento giudiziario di una condotta eversiva. Questo meccanismo selettivo non è accidentale, ma corrisponde a una precisa strategia di risemantizzazione del lessico politico. La libertà viene estratta dal suo contesto storico-giuridico e ricodificata come categoria puramente estetica: diventa performance identitaria, rivendicazione di appartenenza, rifiuto del politicamente corretto. Viene cioè depurata della sua genesi più autentica, quella che Norberto Bobbio definiva “libertà negativa”, intesa come sfera di non interferenza garantita da un ordinamento che proprio dall’antifascismo trae legittimazione.

La rimozione del fondamento antifascista della Repubblica non è necessariamente esplicita, né si manifesta attraverso atti formali di revisione costituzionale. È molto più efficacemente perseguita attraverso la rimozione culturale: il fascismo viene storicizzato come evento concluso, ridotto a macchietta o a nostalgico folklore, privato della sua carica di negazione radicale dello Stato di diritto. In questa cornice, persino una sentenza di condanna viene neutralizzata: diventa un fatto di cronaca giudiziaria, non un fatto politico-costituzionale. E chi tace contribuisce a questa neutralizzazione.

Il paradosso è che proprio una presidente del Consiglio proveniente da una tradizione politica post-fascista avrebbe l’autorità storica per compiere un gesto di chiarezza. Un riconoscimento pubblico della legittimità della sentenza, una parola non timida sul carattere anticostituzionale della violenza politica organizzata, rappresenterebbero non una concessione alla sinistra, ma un adempimento repubblicano. Il silenzio, al contrario, diventa anch’esso un fatto politico: non equivale a complicità, ma certamente a una mancata assunzione di responsabilità simbolica.

Piero Calamandrei, nella celebre lezione del 1955, ammoniva che la Costituzione non è una macchina che si mette in moto da sola: “La Costituzione è un programma, è un impegno che le generazioni passate hanno preso con le generazioni future”. Oggi quel programma vive anche in una sentenza di un tribunale di provincia, che non parla di ideologia ma di aggressioni reali, di manganelli, di volti sanguinanti. E il silenzio di chi presiede il Consiglio dei ministri non è un atto di prudenza, ma una rinuncia all’interpretazione autentica del patto repubblicano. Perché non si può invocare la libertà contro la satira e abbandonarla quando il fascismo torna a essere, agli occhi del giudice, un reato.

 

pH Pixabay senza royalty

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