Il progetto politico governativo svela la sua vera natura in un convegno dell’Ance, davanti a una platea di costruttori edili ,il l 12 febbraio scorso.Non in Parlamento, non in un dibattito pubblico con insegnanti e famiglie, ma davanti agli imprenditori. È lì che il ministro Giuseppe Valditara ha pronunciato le parole che suonano come una condanna a morte per la scuola della Costituzione: “Penso a un privato che gestisce tutti i servizi della scuola per un periodo lungo, tipo 20 anni, con un contributo del pubblico che sia minoritario”.
Ventanni. Una generazione intera di studenti che crescerà in edifici di proprietà privata, gestiti secondo logiche di profitto, dove ogni servizio sarà misurato non sulla base del diritto all’istruzione ma del ritorno economico.
Ventanni in cui il preside diventerà un inquilino in casa propria, costretto a chiedere il permesso a una società privata per aprire un’aula, accendere il riscaldamento fuori orario, organizzare un’assemblea. Ventanni in cui la scuola pubblica, già devastata da tagli sistematici e precarietà endemica, verrà definitivamente trasformata in una piattaforma commerciale.
La strategia è cristallina e spietata: prima si affama il sistema pubblico, poi lo si dichiara inefficiente, infine lo si consegna ai privati come soluzione inevitabile. È lo stesso copione applicato alla sanità, ai trasporti, ai servizi essenziali. Solo che qui non si tratta di un’azienda municipalizzata o di un ospedale: qui si parla della formazione delle coscienze, del luogo dove si costruisce la cittadinanza democratica.
Perché non facciamoci illusioni: quando il privato gestisce una scuola per ventanni, non si limita a pulire i pavimenti. Decide quali laboratori attrezzare e quali no. Decide se la mensa sarà accessibile a tutti o solo a chi può permettersi tariffe maggiorate. Decide se investire in una zona popolare o concentrarsi dove le famiglie possono pagare servizi extra. E soprattutto, stabilisce che la scuola non è più uno spazio pubblico neutrale, ma un ambiente commerciale dove vige la legge del mercato.
Valditara parla di “efficienza” e “modernizzazione”, ma in realtà sta compiendo un’operazione ideologica profonda: sta normalizzando l’idea che l’istruzione non sia un diritto garantito dallo Stato ma un servizio erogato da privati, che lo Stato si limita a finanziare marginalmente. È la stessa logica che ha portato alla desertificazione industriale, alla svendita del patrimonio pubblico, alla precarizzazione del lavoro. Applicata alla scuola.
E mentre si spalancano le porte ai costruttori edili, il ministro si preoccupa di controllare cosa si insegna e cosa si pensa nelle aule. La circolare che vieta di parlare di Gaza nelle scuole non è un incidente di percorso: è parte integrante del progetto. Perché una scuola privatizzata ha bisogno di studenti conformi, non critici. Ha bisogno di consumatori, non di cittadini. Ha bisogno di teste vuote da riempire con la narrazione del governo, non di menti libere capaci di mettere in discussione il potere.
Il caso di Crotone è emblematico: in una scuola si vieta di ricordare i 94 morti della strage di Cutro perché mancherebbe “il contraddittorio”. Il contraddittorio con chi, esattamente? Con la Guardia Costiera che non è intervenuta? Con il governo che ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero? Con gli scafisti? È il delirio di chi ha smarrito il senso stesso della scuola come luogo di elaborazione critica della realtà.
Piero Calamandrei, uno dei padri costituenti che più si batté per la scuola pubblica, aveva visto tutto con decenni di anticipo. Nel suo celebre discorso sulla scuola del 1950 disse:
“La scuola è aperta a tutti. Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma soltanto allora, sarà un bene che forze private collaborino con lo Stato”.
Prima la scuola pubblica forte, poi l’eventuale integrazione privata. Non il contrario.
Calamandrei sapeva che senza una scuola pubblica solida, gratuita e universale, la democrazia stessa è a rischio. Perché una società in cui l’istruzione è condizionata dal censo è una società feudale, dove i diritti si comprano e si vendono al mercato. È esattamente quello che sta costruendo questo governo: una scuola a due velocità, dove chi può pagare avrà laboratori all’avanguardia, mense di qualità, spazi attrezzati, e chi non può si accontenterà del servizio base. Esattamente come già accade nella sanità privatizzata.
Ma c’è un particolare che Valditara sembra ignorare: l’articolo 33 della Costituzione, quello che recita “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Senza oneri per lo Stato. Eppure il ministro propone project financing con contributo pubblico, sia pure “minoritario”. Perché in Italia il privato vuole gestire il pubblico, ma a spese del pubblico.
La domanda allora è semplice: Valditara conosce la Costituzione? O forse la conosce fin troppo bene, e sta lavorando metodicamente per smontarla pezzo dopo pezzo?
Perché quello che sta accadendo alla scuola pubblica è parte di un disegno più ampio: la distruzione dello Stato sociale, la cancellazione dei diritti collettivi, la trasformazione dei cittadini in clienti. Una volta che la scuola sarà nelle mani dei privati, sarà troppo tardi per tornare indietro. I contratti saranno firmati, le concessioni ventennali blindate, le generazioni future condannate a pagare per servizi che i loro nonni ricevevano gratuitamente.
E un giorno i nostri figli si siederanno su banchi sponsorizzati da multinazionali, mangeranno in mense gestite da catering privati, studieranno in edifici di proprietà di fondi di investimento. E non ricorderanno nemmeno che un tempo la scuola apparteneva a tutti, perché era di tutti. Perché era la casa comune della democrazia.
Calamandrei ci aveva avvertiti. Noi non possiamo dire che non sapevamo.
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