Di Daniela Piesco Direttore Responsabile

In politica ,a volte,restare non è più fermezza, è solo paura travestita da responsabilità. Riconoscerlo è la differenza tra uno statista e un amministratore di condominio.

Pedro Sánchez lo ha riconosciuto. Venerdì il Congresso gli ha bocciato due decreti sulla casa , 178 no contro 172, 184 contro 166 , con i sette deputati di Junts decisivi nel far cadere testi che erano stati in parte negoziati. Non è un tradimento, è la fisiologia dei parlamentarismi frammentati: le alleanze non si possiedono, si affittano, e il prezzo si rinegozia a ogni voto. Sánchez avrebbe potuto tirare a campare fino al luglio 2027, elemosinando appoggi decreto per decreto, barattando la propria sopravvivenza con concessioni sempre più umilianti. Ha scelto l’opposto: sciogliere le Cortes e convocare il voto per il 29 novembre, rivendicando le sue ragioni , il blocco degli sfratti, lo stop ai fondi speculativi , e girando la palla a chi, in democrazia, quella palla la possiede davvero. È un azzardo, non una resa. Trasforma una sconfitta parlamentare in un appuntamento con il verdetto popolare, prima che il logoramento decida al posto suo. Non è un gesto eroico: è un calcolo lucido. Ed è, per questo, più ammirevole.

Giorgia Meloni ha scelto l’opposto, e lo vende come virtù. Assorbire le crisi, ricompattare, tirare dritto fino alla scadenza naturale del 2027: la premier ha fatto della resistenza la sua cifra, del «tenere» la sua ideologia. Ma tenere non è governare. Ogni crisi assorbita senza una resa dei conti è un’ipoteca sul futuro, ogni aggiustamento di governo è un rattoppo che sposta il problema di qualche mese, non lo risolve. Meloni non ha mai messo sul tavolo la propria testa perché ha paura di scoprire che il suo consenso è più fragile di quanto racconta. Governa come chi amministra un patrimonio ereditato e teme il giorno del bilancio: rimanda, tampona, sopravvive.

Il modello Sánchez insegna esattamente il contrario , il capitale politico si incassa quando è alto, non quando è già in saldo. Se i sondaggi dovessero indicare un deterioramento netto e duraturo, o se la maggioranza non riuscisse più a far passare le riforme che le stanno a cuore, restare fino al 2027 non sarebbe più prudenza: sarebbe la scommessa di chi confonde la resilienza con l’invulnerabilità, e il potere con la propria persona. Meglio un voto anticipato sul proprio terreno che un logoramento che ti consegna all’avversario già svuotato. Per ora quella soglia non è superata. Ma il calendario non è neutrale, e ogni mese che passa è consenso speso.

E poi c’è l’altro estremo, quello che di virtù non ne ha nessuna: Clemente Mastella. A Benevento il sindaco regge da dieci anni e da mesi l’inchiesta che ha portato all’arresto del suo ex capo di gabinetto e all’allargamento delle indagini a funzionari e dirigenti continua a sgretolare la credibilità dell’istituzione. L’opposizione ( Pd, Avs, civici )ne chiede le dimissioni; lui risponde invocando il garantismo e accusando il Pd di voler «sovvertire la volontà popolare» per via giudiziaria. Cronache del Sannio Il garantismo è una cosa seria, e Mastella lo usa come scudo. Nessuno è colpevole prima della sentenza , ma qui non si discute di colpe individuali, si discute di responsabilità politica e morale, quella che non ha bisogno di un avviso di garanzia per esistere. Un uomo che si è dimesso due volte in passato, da vicepresidente della Camera e da ministro della Giustizia, oggi si aggrappa alla poltrona mentre la sua macchina amministrativa finisce sotto la lente della Procura e i suoi dipendenti sono disorientati.

È l’esatto rovescio della lezione spagnola: lì si è scelto il verdetto degli elettori prima di subirlo, qui lo si teme e lo si rimanda. Mastella non governa più Benevento: occupa la poltrona. E una poltrona occupata per abitudine, non per mandato vivo, è il modo più sicuro di consegnare la città a chiunque altro.

Tre modi di stare davanti alla crisi. Sánchez la trasforma in un’occasione; Meloni la contiene per paura di affrontarla; Mastella la nega perché non ha più niente da offrire. Il primo rischia, e proprio per questo merita rispetto. La seconda sopravvive, e chiama prudenza ciò che è solo paura del giudizio. Il terzo non ha nemmeno la dignità dell’azzardo: gli resta solo la difesa d’ufficio. In politica, quando si sopravvive soltanto, di solito è già finita , resta solo da stabilire chi avrà il coraggio di dirlo per primo.

Ph wikipedia

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