​Le cifre che arrivano da Niscemi non sono semplici statistiche: sono il referto di una ferita profonda nel cuore della Sicilia. Quando il capo della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, evoca lo spettro del Vajont, non lo fa per inclinazione al sensazionalismo, ma per la cruda necessità di fornire una scala di grandezza a un evento che sfida la percezione comune. 350 milioni di metri cubi di terra in movimento. Per intenderci, è come se un’intera montagna avesse deciso di mettersi in cammino, superando di quasi 100 milioni la massa che nel 1963 cancellò Longarone.

​A Niscemi, fortunatamente, non piangiamo (ancora) i morti del ’63, ma assistiamo al funerale di una comunità urbana. Oltre 1.200 persone evacuate, una “zona rossa” che si mangia il centro città a ogni sussulto del terreno e la certezza amara che molti cittadini non varcheranno mai più la soglia di casa propria.

​La Geologia non Dimentica, l’Uomo Sì

​Dal punto di vista tecnico, la frana di Niscemi è un manuale a cielo aperto di dissesto idrogeologico. Il territorio siciliano, caratterizzato da un’alternanza complessa di argille e sabbie, è intrinsecamente fragile. Tuttavia, la natura raramente tradisce senza preavviso. Quello a cui assistiamo oggi è il collasso di un sistema che ha subito decenni di pressione antropica incontrollata, uniti a una manutenzione del territorio che definire “lacunosa” sarebbe un eufemismo.

​Il fenomeno della “retrogressiva” , ovvero il coronamento della frana che arretra mangiando il tessuto urbano , è il segnale che il versante ha perso ogni equilibrio meccanico. Quando una massa di tali proporzioni si muove, non esistono opere di ingegneria d’urgenza capaci di arrestarla. Siamo nel campo della gestione della catastrofe, non più della prevenzione.

​Il paradosso delle infrastrutture

​Mentre il dibattito politico nazionale si arena ciclicamente sulle “grandi opere” e sulle campate del Ponte sullo Stretto, il fango di Niscemi ci sbatte in faccia una realtà diversa: l’Italia sta perdendo i pezzi. È un paradosso tutto italiano quello di sognare l’ingegneria del futuro mentre le strade provinciali (come quella per Gela, letteralmente spezzata) si sgretolano sotto i piedi di chi le percorre ogni giorno.

​Il dissesto geologico non è una “fatalità meteorologica”, ma il risultato di una bancarotta di manutenzione. Ogni euro non speso nella messa in sicurezza dei versanti e nella regimazione delle acque superficiali si trasforma, anni dopo, in milioni di euro di danni, in case abbattute e in comunità sradicate.

​Una nuova identità (forzata)

​La proposta di una “re-localizzazione partecipata” avanzata da Ciciliano è l’unica strada razionale rimasta, ma nasconde una tragedia sociale immensa. Chiedere a un cittadino di partecipare alla “nuova identità” della città significa, in termini meno burocratici, chiedergli di accettare che la sua storia personale è stata sepolta dalla terra.

​Non basta spostare i residenti in zone sicure; bisogna chiedersi come sia stato possibile permettere che la “zona sicura” si riducesse così drasticamente nel tempo. Niscemi deve diventare il simbolo di un cambio di rotta: la protezione del suolo deve smettere di essere un capitolo marginale del bilancio dello Stato per diventare la priorità assoluta di sicurezza nazionale.

​Se non impareremo a rispettare la complessa architettura geologica della nostra penisola, continueremo a scrivere editoriali simili, cambiando solo il nome del comune sulla testata. Oggi è Niscemi, domani sarà un’altra ferita aperta in una terra che ci sta implorando di fermarci e ascoltare.

pH Wikipedia

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