C’è un momento, nelle interviste televisive, in cui l’eloquio tradisce più delle parole. Pause troppo lunghe, sguardi che cercano appigli fuori campo, labbra che tremano mentre il pensiero arranca. È in quel territorio, più che nei contenuti dichiarati, che si è consumata l’ultima apparizione di Leonardo Maria Del Vecchio a Otto e mezzo. Un’intervista che avrebbe dovuto consacrare il profilo dell’imprenditore-editore consapevole e che invece ha restituito l’immagine di un erede ancora in cerca di una postura, prima ancora che di un progetto.
Alla prima domanda di Lilli Gruber sull’eredità miliardaria del fondatore di Luxottica, Del Vecchio junior reagisce rifugiandosi in una distinzione giuridica che sa di autoassoluzione morale: lui ha accettato l’eredità “in maniera nuda, cruda e pura”, altri no. Il sottotesto è chiaro: responsabilità individuale contro viltà altrui. Peccato che il racconto si inceppi proprio lì, perché l’eroismo che l’intervistato si affretta a negare è evocato con una tale insistenza da sembrare, paradossalmente, cercato. Non ci si sente eroi, certo. Ma lo si dice. Più volte. E lo si fa sapere.
Quando la conversazione scivola sull’editoria, l’inconsistenza diventa strutturale. Del Vecchio dichiara di credere nell’“informazione vera”, contrapposta a quella dei tiktoker, come se il problema del giornalismo contemporaneo fosse una questione generazionale e non industriale, economica, culturale. L’editoria, nella sua visione, appare più come una missione pedagogica privata che come un bene pubblico regolato da equilibri delicatissimi. L’argomento decisivo, non a caso, è la figlia: l’informazione serve affinché lei, un giorno, possa leggere firme autorevoli. Il pluralismo diventa così un fatto domestico, quasi affettivo, più che un principio costituzionale.
Ancora più rivelatore è il passaggio sulle testate possedute o ambite. Alla domanda, legittima, sulla convivenza tra Repubblica e Il Giornale, Del Vecchio risponde rifugiandosi nel calendario delle trattative e nei budget. Nessuna visione editoriale, nessuna idea di linea culturale, nessuna riflessione sul conflitto tra identità politiche radicalmente diverse. Il pluralismo viene evocato come formula salvifica, ma senza mai spiegare come si governi davvero una pluralità di voci senza ridurla a somma aritmetica di quote.
La citazione di Indro Montanelli, poi, suona come un passe-partout fuori tempo massimo. Un richiamo rituale, quasi obbligato, che evita accuratamente di interrogarsi su cosa sia oggi Il Giornale, su come si sia trasformato e su quale ruolo giochi nel panorama mediatico attuale. Montanelli viene usato come una reliquia laica, buona per tutte le stagioni, capace di nobilitare qualsiasi operazione, anche la più opaca.
Sul piano politico, Del Vecchio offre un’autobiografia elettorale disinvolta: Renzi, Meloni, stabilità, fiducia negli investimenti. Tutto scorre con la leggerezza di chi attraversa la politica come un ambiente favorevole, non come uno spazio di conflitto. L’elogio del governo Meloni è prudente ma chiaro, così come l’entusiasmo per un’Italia “stabile”. Stabilità che, curiosamente, non sembra richiedere né contraddittorio né autocritica. Quanto all’Europa, Del Vecchio si dichiara “super pro-Europa” subito dopo aver precisato di non esserlo davvero: una contraddizione risolta con uno slogan, più che con un pensiero.
Infine, l’incidente. Qui l’intervista tocca il suo punto più fragile. Di fronte a un’indagine per sostituzione di persona e omissione di soccorso, l’imprenditore si aggrappa alle parole: “indagato non è la parola giusta”. È una difesa tutta formale, notarile, che ignora il dato politico e simbolico della vicenda. Non conta tanto l’esito giudiziario, quanto l’immagine di un uomo che, dopo un incidente ad alta velocità su una tangenziale urbana, sente il bisogno di precisare che aveva un impegno di lavoro e che l’autista non era una guardia del corpo. Dettagli che non alleggeriscono, ma appesantiscono.
Il risultato complessivo è quello di un personaggio che rivendica autonomia ma comunica dipendenza, che invoca responsabilità ma rifugge il peso pubblico delle proprie azioni, che parla di informazione senza dimostrare di comprenderne fino in fondo la complessità. L’eredità, quella vera, non è solo economica o societaria. È culturale, simbolica, politica. E per ora, più che amministrarla, Leonardo Maria Del Vecchio sembra ancora impegnato a spiegarci perché non dovrebbe essere giudicato per come appare.
Un diritto legittimo, certo. Ma non necessariamente convincente.
