Di Daniela Piesco Direttore Responsabile 

Rivedendo Sandokan in televisione in queste sere, mentre il suo corpo si tende nello scatto dell’assalto e la sciabola disegna nell’aria il gesto della ribellione, ho pensato a un libro ricevuto in dono qualche tempo fa: Euthymios, primo romanzo di Nicola Sguera, pubblicato da Bolis. Un accostamento improbabile, persino arbitrario. Eppure, quanto più rivedevo le gesta della Tigre di Mompracem, tanto più il volto di Euthymios mi si sovrapponeva a quello di Sandokan, come in un negativo fotografico dell’eroismo. Entrambi stranieri per scelta, entrambi ribelli al potere, entrambi condannati ad amare donne che portano il segno di un’altra vita. Ma dove Sandokan grida vendetta, Euthymios cura. Dove uno combatte per vincere, l’altro combatte per testimoniare.

Perché certi personaggi, quando sono autentici, si richiamano da soli, al di là dei secoli e dei generi se si osserva il punto esatto in cui nasce l’eroe: nel momento in cui sceglie di non obbedire.

Sandokan ed Euthymios condividono innanzitutto un rapporto radicale con il corpo. Il corpo di Sandokan è arma, forza, resistenza. È il luogo della sfida. Il corpo di Euthymios è cura, ferita, limite. È il luogo della responsabilità. Ma entrambi fanno del proprio corpo uno strumento di opposizione al potere: l’uno esponendolo al combattimento, l’altro alla condivisione del dolore altrui. Nessuno dei due si protegge. Nessuno dei due si sottrae.

Entrambi sono uomini in esilio permanente. Sandokan è un principe senza regno, costretto a vivere sull’acqua, in un eterno movimento che è già condanna. Euthymios è un greco che sceglie di restare in una terra che non gli appartiene, fino a rinunciare a ogni ritorno possibile. L’esilio, per entrambi, non è una perdita accidentale: è una condizione assunta, una forma di libertà che costa tutto.

Nicola Sguera costruisce il suo protagonista come un uomo che vive contro il tempo. Sandokan combatte per recuperare ciò che gli è stato tolto, per raddrizzare una storia che sente ingiusta. Euthymios, invece, attraversa la storia sapendo che non potrà correggerla. Incontra Gesù, ne assiste alla morte, ne seppellisce il corpo. Vede nascere una fede e insieme la sua frattura originaria. Non agisce per cambiare il corso degli eventi, ma per non esserne travolto moralmente.

Il romanzo lavora in profondità sul tema della testimonianza. Sandokan lascia dietro di sé una leggenda, un racconto destinato a essere ripetuto. Euthymios lascia un esempio, più fragile e più scomodo. Non chiede di essere ricordato, non costruisce un mito. Vive, ama, cura, e alla fine sale a Masada, consapevole che non ci sarà alcun racconto a salvarlo. La sua memoria è affidata solo a chi saprà leggerne il senso.

Masada e Mompracem diventano così due luoghi opposti e speculari. Mompracem è una base, un punto da cui si riparte. Masada è un punto di arrivo, un luogo che non prevede ritorni. Sandokan abita uno spazio che prolunga la lotta; Euthymios uno spazio che la chiude. Ma entrambi fanno di quei luoghi un gesto politico ed esistenziale, un modo di dire al potere: non avrai tutto di me.

Sandokan ci ha insegnato a sognare la ribellione. Euthymios ci costringe a guardare in faccia il suo esito più duro. Entrambi, però, ci parlano della stessa cosa: il coraggio come forma suprema di libertà. Non quella che garantisce la vittoria, ma quella che impedisce il tradimento di sé.

La scrittura di Sguera, asciutta e attraversata da una vena poetica mai ornamentale, accompagna questo movimento verso la fine senza cercare salvezze narrative. Il romanzo interroga la distanza fra il Gesù della storia e il Cristo della fede, ma soprattutto interroga il lettore sul valore della coerenza quando ogni esito è già scritto. In questo senso, Euthymios non è un romanzo religioso, ma un romanzo sul limite.

Sandokan combatte sapendo che il mito lo terrà in vita. Euthymios vive sapendo che nulla lo farà tornare indietro. Ed è proprio questa consapevolezza che li rende fratelli. Il loro coraggio non sta nel risultato, ma nel gesto. Non nella vittoria, ma nella scelta.

In un tempo che celebra solo chi resiste per vincere, Nicola Sguera ha scritto un romanzo necessario: la storia di un uomo che resiste per non tradirsi. Sandokan ci ha insegnato a immaginare la libertà come sfida. Euthymios ci costringe a riconoscerla come responsabilità.

Sandokan è il mito che ci fa sognare.
Euthymios è la verità che ci fa tremare.

Uno corre verso l’orizzonte.
L’altro lo attraversa fino a scomparire.

 

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