Il 4 novembre la presidente del Consiglio era all’Altare della Patria per la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Le è stato chiesto un parere sulle elezioni americane. La prima frase che le è uscita è questa: «Vedo che vi interessa molto la festa della Repubblica italiana, buona giornata» La festa della Repubblica è il 2 giugno. Il 4 novembre è un’altra cosa: è il Milite Ignoto, è Vittorio Veneto, è la giornata delle Forze Armate.
La cosa più significativa è che si è corretta subito dopo: «adesso è la festa delle Forze Armate». Prima è affiorata la data sbagliata, poi la lezione al giornalista. In mezzo, nessuna esitazione: il calendario della Nazione non è un oggetto che si consulta, è un riflesso. E il riflesso, davanti alla ricorrenza che riguarda l’Italia unita, ha prodotto il nome di un’altra festa.
Non è un lapsus isolato, è una carriera. Nel 2018 propose di eleggere il 4 novembre a festa nazionale principale, definendo il 25 aprile e il 2 giugno «due feste più divisive» . Poi, in questa legislatura, la maggioranza ha depositato disegni di legge per ripristinare il 4 novembre come giorno festivo: e il testo unico, dopo l’esame in commissione, ha rinunciato alla festa per ragioni di copertura finanziaria, riducendola a una «Giornata» che «non determina gli effetti civili» . Prima si declassa la festa che esiste, poi si svuota quella che si voleva mettere al suo posto: resta la retorica, cade il calendario.
L’ignoranza, in politica, non è non sapere: è non ritenere necessario sapere.
Ma il capolavoro è la settimana appena trascorsa. A inizio anno auspicava di poter conferire a Donald Trump il Nobel per la pace; a febbraio il suo ministro degli Esteri si è fatto fotografare con il cappellino MAGA in mano alla prima riunione del Board of Peace; il 4 novembre, a urne americane chiuse, quel ministro ha annunciato che «non siamo mai stati trumpiani» e che «Meloni non è una Maga»(fonte ANSA). Lei, nello stesso pomeriggio, ha tagliato corto: «Di America parliamo in un altro momento» . Un cambio di versione ogni volta che cambia il vento, con la stessa sicurezza in ogni versione.
È qui il punto non è morale: è tecnico. Chi ritratta tutto non ha bisogno di conoscere nulla, perché nessuna affermazione è destinata a durare più del consenso che la sostiene.
Il 4 novembre resta la prova più elegante di questo metodo: la festa dell’unità nazionale pronunciata con il nome sbagliato, la correzione pronta, e la faccia di chi sta spiegando qualcosa a qualcuno.
Non è stato un incidente: è l’esito di un voto che ha preferito la voce al merito. Chi l’ha scelta si tenga la voce e la confusione che si porta dietro.
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