Di Carlo di Stanislao 

«Il diritto di avere diritti è il primo diritto umano.» — Hannah Arendt

Sánchez rappresenta oggi una delle voci più significative di un’Europa che sembra aver smarrito il coraggio di discutere il proprio futuro senza trasformare ogni problema in una guerra identitaria. Per comprenderne il significato politico, conviene partire dall’Italia, dalle dichiarazioni di Giorgia Meloni sui migranti e da un confronto che non riguarda soltanto le politiche di frontiera, ma due modi diversi di concepire il rapporto fra Stato, società e dignità umana.

Quando Meloni interviene sul tema migratorio, il dibattito italiano torna frequentemente a concentrarsi sulla difesa dei confini, sui rimpatri, sulla sicurezza e sulla necessità di contrastare l’immigrazione irregolare. Sono questioni reali, sulle quali ogni governo ha il dovere di assumersi responsabilità concrete. Il problema nasce quando la complessità del fenomeno viene compressa in una contrapposizione permanente fra chi appartiene alla comunità nazionale e chi ne rimane fuori, come se l’identità di un Paese potesse essere difesa soltanto attraverso la delimitazione di un confine.

Governare le migrazioni non significa scegliere fra sicurezza e umanità. Significa riconoscere che entrambe sono responsabilità pubbliche, che il controllo delle frontiere deve accompagnarsi a procedure efficaci e che l’integrazione non può essere ridotta né a una concessione benevola né a uno slogan elettorale. È proprio su questo terreno che l’esperienza spagnola di Pedro Sánchez offre un’alternativa politica degna di attenzione.

Il presidente del governo spagnolo ha scelto di difendere una concezione dell’immigrazione nella quale legalità, lavoro, diritti e doveri devono concorrere alla costruzione della convivenza. Il 30 giugno 2026 ha presentato il Piano di integrazione e cittadinanza, dotato di oltre 500 milioni di euro nel primo anno e articolato in sedici misure. L’iniziativa punta a favorire l’inclusione, ampliare le opportunità formative e professionali, rafforzare i servizi pubblici e contrastare la discriminazione. Il governo spagnolo ha inoltre sostenuto la regolarizzazione amministrativa di persone straniere già presenti nel Paese, collegandola alla possibilità di accedere al lavoro regolare e a un percorso di integrazione.

Non si tratta di affermare che la Spagna abbia risolto ogni difficoltà o che il modello di Sánchez sia immune da contraddizioni. Si tratta, piuttosto, di riconoscere la differenza fra una politica che si limita a rappresentare il problema e una politica che tenta di governarlo attraverso strumenti amministrativi, economici e sociali. Il piano spagnolo, con i suoi obiettivi e le sue risorse, costituisce una scelta concreta, sottoposta naturalmente alla verifica dei risultati. La sua impostazione parte da un presupposto importante: le persone che arrivano non sono soltanto una questione di ordine pubblico, ma anche una realtà umana, demografica e produttiva con cui le istituzioni devono confrontarsi.

In un’Europa che invecchia, dove numerosi settori economici soffrono la mancanza di lavoratori e molte comunità locali rischiano lo spopolamento, ignorare questa dimensione sarebbe un errore. L’immigrazione non è una soluzione automatica ai problemi demografici, né elimina la necessità di politiche per la natalità, la formazione e la qualità del lavoro. Tuttavia, quando viene gestita attraverso canali regolari e accompagnata da investimenti nell’integrazione, può contribuire alla sostenibilità del sistema produttivo e del welfare. È questa la prospettiva che Sánchez ha voluto porre al centro della propria azione.

La differenza con Meloni non va dunque cercata nella formula semplicistica secondo cui un governo sarebbe favorevole alla sicurezza e l’altro contrario. Entrambi devono confrontarsi con la necessità di controllare gli ingressi irregolari e contrastare le organizzazioni criminali che sfruttano le persone. La divergenza più significativa riguarda il linguaggio politico, le priorità e il modo di rappresentare la comunità nazionale. Da una parte, il rischio di fare della frontiera il simbolo dominante dell’identità politica; dall’altra, il tentativo di integrare il controllo dei flussi con una strategia di inclusione e partecipazione.

Questa impostazione richiede risorse, capacità amministrativa e consenso sociale. Non basta dichiararsi accoglienti: occorre evitare che l’arrivo di nuove persone si traduca in precarietà, sfruttamento lavorativo, segregazione scolastica o pressione incontrollata sui servizi. Ma non basta neppure evocare la sicurezza: occorre dimostrare che le misure adottate riducano effettivamente l’irregolarità, funzionino sul piano operativo e rispettino il diritto. La serietà di una politica si misura nella sua capacità di affrontare entrambe le esigenze senza trasformare le difficoltà in un alibi permanente.

È in questa prospettiva che Sánchez appare oggi un protagonista politico particolarmente interessante. Non perché ogni sua scelta sia necessariamente giusta, ma perché insiste sulla possibilità di sottrarre temi decisivi alla semplificazione populista e di ricondurli nell’ambito delle politiche pubbliche. In tempi nei quali la competizione elettorale tende a premiare le risposte immediate e le contrapposizioni emotive, tentare di collegare migrazione, lavoro, cittadinanza e servizi pubblici significa assumersi il rischio di una discussione più complessa.

Naturalmente, la sua leadership deve essere valutata anche alla luce delle controversie che la circondano. La vicenda giudiziaria relativa alla moglie, Begoña Gómez, ha alimentato un confronto politico particolarmente aspro. Sánchez ha difeso la propria famiglia dalle accuse e dalle polemiche, mentre la vicenda è rimasta oggetto di attenzione pubblica e giudiziaria. È essenziale, tuttavia, distinguere le dichiarazioni dei protagonisti dalle contestazioni formulate nei loro confronti e, soprattutto, non confondere un’indagine o una controversia con una responsabilità definitivamente accertata.

La tutela della vita privata non può diventare uno strumento per sottrarre chi esercita il potere al controllo pubblico; allo stesso tempo, il legame familiare con un capo di governo non può trasformarsi, da solo, in una prova di colpevolezza. Il criterio deve essere uguale per tutti: trasparenza, rispetto delle procedure e presunzione d’innocenza. Sánchez ha il dovere di rispondere alle domande legittime che riguardano il proprio operato e quello del suo governo, ma anche il diritto di contestare ciò che ritiene ingiusto. La qualità di una democrazia si vede proprio nella capacità di mantenere questa distinzione, anche quando la polemica politica diventa feroce.

Le difficoltà personali e politiche di un leader non cancellano automaticamente il valore delle sue scelte pubbliche, così come una politica condivisibile non può costituire uno scudo contro le verifiche e le responsabilità. È una distinzione fondamentale, spesso trascurata da chi considera la politica una competizione fra persone da assolvere o condannare in blocco. Sánchez va giudicato per i risultati del suo governo, per la coerenza delle sue decisioni e per il rispetto delle istituzioni, non attraverso l’alternativa artificiale fra adesione incondizionata e delegittimazione totale.

Il suo profilo acquista rilievo anche nel contesto europeo. Di fronte alla crescita delle forze nazionaliste, alla pressione sulle istituzioni democratiche e alla difficoltà di costruire politiche comuni, la Spagna propone una linea che cerca di tenere insieme crescita economica, protezione sociale e integrazione. Questa linea può essere discussa, corretta e persino contestata nei suoi singoli provvedimenti. Ciò che merita attenzione è la scelta di non considerare inevitabile la contrapposizione fra apertura e ordine, fra diritti e responsabilità, fra identità nazionale e cooperazione internazionale.

Dire che Sánchez è l’unico politico oggi degno di nota sarebbe, in senso letterale, un giudizio troppo assoluto: la scena europea è attraversata da esperienze differenti e nessun leader possiede il monopolio della qualità politica. Ma come giudizio editoriale, l’affermazione esprime una preferenza comprensibile per chi tenta di opporsi alla riduzione della politica a paura, risentimento e propaganda. Sánchez merita attenzione perché propone una visione nella quale il governo non si limita a indicare un nemico, ma cerca di costruire strumenti per affrontare un problema reale.

La questione, in definitiva, non è stabilire chi pronunci le parole più rassicuranti, bensì chi riesca a trasformarle in risultati verificabili. Sull’immigrazione servono confini governati, canali legali, lotta allo sfruttamento, servizi adeguati e integrazione effettiva. Sulla trasparenza istituzionale servono regole uguali per tutti, senza privilegi né condanne preventive. Sulla democrazia serve la capacità di discutere senza ridurre l’avversario a un nemico da abbattere.

È qui che il confronto fra Sánchez e Meloni supera la contingenza delle dichiarazioni e assume un significato più profondo. Due governi possono riconoscere gli stessi problemi e scegliere di raccontarli in modi diversi; ma il giudizio definitivo deve dipendere dalle conseguenze delle loro politiche, dalla loro efficacia e dal rispetto dei principi democratici.

La politica degna di questo nome non promette che il mondo sarà semplice: dimostra di saperlo governare senza rinunciare alla complessità e alla dignità delle persone. In questa prospettiva, Pedro Sánchez è oggi una figura che merita di essere osservata con particolare interesse. Non un uomo da sottrarre alla critica, non un modello perfetto da celebrare, ma un leader che, almeno su alcuni dei grandi temi del nostro tempo, ricorda all’Europa che la responsabilità pubblica può ancora significare qualcosa di più della ricerca del consenso immediato.

 

 

Ph wikipedia

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