Il regolamento impone l’uniforme e ne descrive ogni capo, copricapo compreso. Allora perché in strada il copricapo non c’è? Una segnalazione, una foto e qualche domanda scomoda a chi è pagato per far rispettare le regole

.di Dott. Mario Del Grosso

Chi arriva in una città non legge i bilanci, non consulta i piani urbanistici, non sfoglia i deliberati. Guarda. E in dieci minuti si fa un’idea. Guarda le strade se sono pulite, il verde se è curato, i cassonetti se sono stracolmi, gli angoli se sono diventati discariche abusive, i marciapiedi se si possono percorrere, l’asfalto se è un campo di crateri, i tombini se affiorano come trappole, le strisce pedonali se si vedono o sono sbiadite, le transenne se sono lì da mesi come arredo urbano dimenticato. E guarda il traffico: chi lo dirige, e come.È su quest’ultimo punto che mi permetto di fermarmi, perché è il più simbolico di tutti. Chi dirige il traffico non è un impiegato qualsiasi: è la faccia dello Stato in strada. È la persona alla quale il cittadino chiede conto del rispetto delle regole e che, per definizione, dovrebbe rispettarle per prima.E allora la domanda è semplice, e per questo scomoda: perché gli agenti della Polizia Locale di Benevento, durante il servizio, non indossano il copricapo?

Una segnalazione e una fotografia

Ho documentato con una fotografia una scena ordinaria: due agenti in servizio, impegnati a sanzionare un cittadino. Un’immagine che racconta due cose insieme. La prima è una sanzione che si sta elevando a un cittadino. La seconda, ed è quella che mi interessa, è un’uniforme incompleta.Non è un dettaglio da sartoria.

Il regolamento della Regione Campania 13 febbraio 2015, n. 1 , il testo che disciplina uniformi, gradi ed equipaggiamento della polizia locale , è chiarissimo su almeno tre punti:

art. 2, comma 2: «Gli appartenenti alla polizia locale hanno l’obbligo di rispettare le norme sull’uniforme e sono tenuti ad indossare capi di corredo conformi a quelli descritti nel presente Regolamento»;

art. 3, comma 2: «È obbligatorio l’uso dell’uniforme durante l’espletamento dei compiti di servizio nelle sedi della polizia locale, nelle strutture e luoghi in cui comunque essa opera»;

Allegato A: il berretto , UO14U per uomo, UO15D per donna , è parte del corredo, con tanto di descrizione tecnica, fregio, fascia e soggolo.

E poi c’è l’art. 3, comma 1, lettera d), che vieta di «alterare in tutto o in parte la foggia prevista per ciascuna uniforme».

Un’uniforme alla quale si toglie un capo previsto dal regolamento è, nel linguaggio della norma, una foggia alterata. Non serve altro per capire che quella fotografia non ritrae una questione di gusto personale o di caldo estivo: ritrae un’obbedienza a geometria variabile.Il punto non è il cappello. È il principio.

Qualcuno obietterà: è solo un copricapo. Ed è esattamente qui l’errore di prospettiva. Se la norma sull’uniforme è un obbligo, allora vale per tutti e sempre; se invece è un suggerimento, allora va detto con chiarezza ai cittadini, e non solo a loro.

C’è una domanda che nessuno ha ancora posto pubblicamente e che io pongo ora, in forma di quesito e non di accusa: l’inosservanza di queste prescrizioni da parte del personale in servizio produce conseguenze disciplinari, come avviene per qualunque altro dipendente pubblico?

Oppure esiste una deroga, una prassi, una tolleranza non scritta di cui il cittadino non è informato?

Perché se la risposta è la prima, allora ci si aspetta un’accertamento. Se la risposta è la seconda, allora il problema non è il berretto: è il principio di uguaglianza davanti alle regole, quello che l’art. 3 della Costituzione mette in apertura e che la letteratura popolare ha consegnato alla memoria collettiva con una formula lapidaria: la legge è uguale per tutti. Vale nei tribunali, e vale anche su un marciapiede di Benevento un martedì mattina.

Educazione, cortesia, rappresentanza

C’è un secondo profilo, che con il primo non c’entra nulla e che però lo completa. Nella scena che ho documentato, gli agenti si sono avvicinati al cittadino senza il gesto di cortesia istituzionale che il ruolo imporrebbe: un saluto, un cenno, la misura minima di rispetto tra chi rappresenta un’istituzione e chi a quell’istituzione si rivolge.Chi indossa un’uniforme non è un privato cittadino con una divisa addosso. È il volto dell’amministrazione. La divisa serve a questo: a rendere riconoscibile l’autorità, a rassicurare, a dare un riferimento. Quando quel volto arriva incompleto , senza il capo che il regolamento prevede, senza il gesto di cortesia che il ruolo suggerisce , il cittadino non riceve un servizio: riceve un segnale. E il segnale che passa è che le regole sono un esercizio che si applica agli altri

.Le domande che chiedo a chi ha la responsabilità

Non è mia intenzione trasformare una fotografia in un processo, né indicare colpe o colpevoli: non ne ho titolo, non ne ho gli strumenti, e questo non è il registro di un articolo di cronaca giudiziaria. Le domande, però, sono legittime, e le formulo come tali:

Quanti agenti, nel territorio comunale, prestano servizio senza copricapo, e con quale frequenza?

Esiste una direttiva, una circolare o una prassi del Comando che autorizzi questa modalità?

Il Comando ha mai contestato, in via disciplinare, l’inosservanza delle prescrizioni sull’uniforme?

E il decoro urbano di cui al primo paragrafo,  strade, verde, rifiuti, asfalto, marciapiedi, transenne , a quale punto della fila si trova rispetto a questa vicenda?

Le pongo senza retorica e con una sola ambizione: che non restino senza risposta. Perché una città che pretende decoro dai propri ospiti deve dimostrare di pretendere decoro, anzitutto, da chi è pagato per custodirlo.Il copricapo mancante non è un cappello in meno.

È una regola in meno.

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