Di Daniela Piesco

Il P.I.C. ( Premio Internazionale della Cultura) non è un premio dello Stato, del Comune, di un’accademia, di un ministero, di un ateneo. È un’iniziativa privata , ideata dall’editore Alessandro Gian Maria Ferri (Edizioni &100 Group) insieme a Silvestro Mucillo, seconda edizione, presentata in Campidoglio nel 2025.

Non lo conferisce Roma Capitale.

Non esiste un albo di giurati noti.

Non esiste un criterio pubblico.

Esiste un organizzatore che sceglie, invita, premia e mette gli ospiti nella sala più solenne di Roma.

E qui sta il punto che nessuno scrive nel titolo: l’editore che assegna il premio premia le autrici che quell’editore presenta e promuove. I libri delle due premiate ( Vendere… cara la pelle e La verità è che io cucino così ) risultano presentati e pubblicizzati proprio da Edizioni &100, la casa editrice dell’ideatore del riconoscimento: lo dicono i suoi stessi canali social, con le locandine “100 EDIZIONI PRESENTANO” e i post dell’editore con le due autrici.

Non è uno scandalo occulto: è un circuito. Fabbrica il libro, fabbrica il premio, prende in affitto la sala che dà al premio l’aria di essere istituzionale. Il “Premio Internazionale della Cultura” è l’ultima riga del catalogo: non premia la cultura, la mercifica .

E nessuno dei premiati ha mai vinto niente, prima: non un premio letterario, non una recensione critica, non una menzione. La prima certificazione culturale di questi due libri è un attestato firmato da chi li vende.

La Sala della Protomoteca non è un locale qualunque: è la sala delle occasioni solenni della città. Chi la concede non dà un favore a un editore: dà in prestito il sigillo dello Stato a un’operazione privata.

Il consigliere Dario Nanni ha ammesso di aver chiesto la sala senza sapere chi sarebbe salito sul palco ( “se lo avessi saputo non avrei mai sostenuto la richiesta”.)

Virginia Raggi l’ha definita “davvero surreale”.

FdI ha chiesto di chiarire le procedure.

Tre schieramenti opposti d’accordo su una cosa sola: quel palco non doveva essere concesso a scatola chiusa.

Un’istituzione che affitta il proprio nome senza sapere a chi non è complice: è assente. Ma l’assenza, sul fondo di una foto, si legge come avallo. Ed è esattamente per questo che il premio privato voleva quella sala.

4 marzo 2009, Cassazione, sentenza definitiva: associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata. Nove anni e sei mesi a Wanna Marchi, nove anni e quattro mesi e nove giorni a Stefania Nobile. Non sospetti, non indagini, non rinvii: condanna definitiva, scontata , Nobile fino al 2013, Marchi fino al 2015.

Poi, ottobre 2025: Stefania Nobile patteggia tre anni nella vicenda della “Gintoneria” milanese , autoriciclaggio, favoreggiamento, sfruttamento della prostituzione, droga secondo le contestazioni , e quella pena la sta ancora espiando, con i lavori di pubblica utilità.

Cioè: la persona premiata “per la cultura” il 23 settembre 2026 stava, in quel momento, scontando una condanna. Non un passato remoto. Un presente amministrativo.

E allora diciamolo senza i guanti.. Nessuno chiede che vengano cancellate , chiediamo che non vengano incoronate. Perché le truffe di quelle televendite non sono state un incidente di percorso: sono state il mestiere. Hanno costruito la fama vendendo speranza a gente disperata, e quella fama è oggi la stessa merce che l’editore rivende in Campidoglio. Il cerchio è perfetto: vendere, cara la pelle , anche la credibilità di un’istituzione.

E la frase che le condanna da sole l’ha pronunciata la premiata: “Da una cella in galera e poi ti ritrovi in Campidoglio osannata. Il Campidoglio non è per tutti.” Ha ragione. Il Campidoglio non è per tutti: ed è per questo che chi lo apre deve sapere chi ci fa entrare.

E qui viene il punto che interessa me : perché i giornali non lo mettono nel titolo?

Qui la risposta è meno nobile di quanto sembri.

Il dettaglio “è privato” c’è, ma è sepolto. Repubblica, Il Giornale, Oggi, Tgcom lo scrivono al settimo, ottavo, dodicesimo paragrafo.

Il titolo, quello che il 90% dei lettori legge, dice: “A Wanna Marchi e Stefania Nobile il Premio Internazionale della Cultura in Campidoglio”. Il privato sparisce, il pubblico resta.

“Premio Internazionale della Cultura” è riportato come se fosse un nome proprio, non una descrizione da verificare. Nessuna testata ha aperto il cofano per chiedersi chi sia il giurato, quale sia il criterio, quanti premi assegni a stagione. Nessuna ha scritto la cosa più ovvia: l’editore premia le proprie autrici.

La macchina del consenso si nutre di “social infuriati”, “reazioni contrastanti”, “è polemica”. La polemica è una reazione; il conflitto di interessi è un fatto.

Il primo è cliccabile in tre secondi, il secondo richiede venti minuti di verifica. Il primo vince sempre.

E c’è l’effetto-cornice. Un evento che si autodefinisce “dedicato alla promozione della cultura e delle eccellenze italiane” viene ricopiato dai comunicati degli organizzatori: “un’occasione per valorizzare persone e progetti che contribuiscono alla crescita culturale del Paese”. Quella frase non è giornalismo: è ufficio stampa riciclato in cronaca.

Il risultato è che il lettore medio ha capito una cosa sola: Wanna Marchi ha ricevuto un premio della cultura in Campidoglio. Che è esattamente il messaggio che l’operazione voleva far passare. La stampa non ha mentito: ha fatto da cassa di risonanza senza fare domande.

Un premio privato creato da un editore per le proprie autrici, ospitato in una sala pubblica concessa senza controlli, assegnato a due truffatrici con sentenza definitiva , una delle quali sta ancora scontando una pena , e raccontato dai media con il “privato” fuori dal titolo, per non perdere il click.

Non è un premio alla cultura. È cultura in vendita, con lo sfondo di Roma in omaggio.

Il giornalismo conta i like, non i fatti e scende sotto il livello degli editori che pretende di raccontare.

Vergogna.

 

Ph Wikipedia

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA ImageChange Image

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.