Marsigliese del pensiero economico italiano, Luigino Bruni è l’autore più scomodo della sua generazione: irrita la Chiesa gerarchica senza mai uscirne, disturba il mercato senza predicarne l’abolizione, e ha fatto della sovversione non un gesto ma un metodo. È laico dentro, cattolico fuori , o forse il contrario.

Un ascolano che non si capisce dove mettere

Nato ad Ascoli Piceno il 30 maggio 1966, figlio di una generazione che non aveva ideali da sprecare, Luigino Bruni è arrivato dove è arrivato per una di quelle traiettorie che l’Italia provinciale produceva e non sapeva riconoscere. Laurea in discipline economiche, poi dottorato, poi anni di studio all’estero , la formazione è quella standard dell’economista italiano che vuole contare qualcosa, Sen, Boston, le traiettorie anglosassoni. Ma a un certo punto la traiettoria devia in una direzione che nessun board accademico avrebbe consigliato: Bruni comincia a studiare la Bibbia come se fosse un testo economico. E i testi economici come se fossero testi biblici.

Il risultato è una voce anomala nel panorama italiano, dove economisti e teologi non si parlano se non in convegni formali e dove chi studia entrambi viene accolto con sospetto da entrambi i campi. Bruni non è né l’uno né l’altro, o è entrambi in un modo che disturba. La Scuola di Economia Civile (SEC), che fonda insieme a Stefano Zamagni nel 2013 a Loppiano , dentro la cittadella dei Focolari, scelta non casuale e immediatamente contestata, è il segno di questa collocazione scomoda: nasce in un luogo spirituale, ma si presenta con un linguaggio da politecnico. Parla di felicità pubblica, di cura, di vulnerabilità, di stima sociale , parole che un docente di economia ortodossa liquiderebbe come vaghe, e che un teologo tradizionale giudicherebbe troppo secolari.

L’uomo contro

Tre passaggi del suo percorso intellettuale esemplificano la sua radicalità silenziosa.

Primo: la Chiesa non è la Chiesa dei vescovi. In un editoriale poi diventato un piccolo caso (raccolto in La parola rimasta senza parole, edito da Città Nuova), Bruni identifica tre errori storici della Chiesa istituzionale: la Controriforma, la lotta al modernismo e l’accoglienza del consumismo. È una sentenza teologica forte, pronunciata da un cattolico che non esce dalla Chiesa , anzi, vuole che la Chiesa sia più fedele a se stessa. La gerarchia non l’ha premiata con carezze. C’è chi l’ha letto come un attacco, chi come un tradimento. È una delle voci più ascoltate su Avvenire , il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana , ma proprio per questo, ogni sua uscita diventa misurata con bilancia ostile: deve piacere alla base dei lettori e non deve irritare troppo le curie. Il vincolo è stretto. Bruni lo accetta e lo usa.

Secondo: il capitalismo non è protestante. Pubblicato nel 2019 da Marsilio, Capitalismo meridiano è forse il suo libro più sovversivo, perché opera con calma chirurgica uno spostamento che nessun mainstream economico ha fatto: smonta la tesi weberiana classica che lega capitalismo ed etica protestante, e mostra l’esistenza storica di un capitalismo meridionale, mediterraneo, cattolico, fondato su reciprocità, dono, reputazione, non sul calcolo individuale. È un’operazione storiografica ed economica che permette a un’Italia svantaggiata nelle proprie narrative , sempre periferia nella grande storia del Nord capitalistico , di rientrare con un’identità propria. Il libro ha fatto arrabbiare i sostenitori della modernizzazione a senso unico. Ha fatto anche arrabbiare molti teologi, perché restituiva alla Chiesa una tradizione di imprenditorialità che la narrazione progressista le aveva negato.

Terzo: merito è una trappola. Sulla meritocrazia Bruni ha scritto pagine fulminanti, raccolte e poi sistematizzate nell’editoriale per Avvenire Nessun governo dei migliori può includere tutti, scritto in occasione dell’uscita del pamphlet di Luca Ricolfi La rivoluzione del merito (Rizzoli 2023). La tesi è tagliente: la meritocrazia, nella sua versione politica contemporanea, non è uno strumento di promozione sociale ma un dispositivo di classificazione morale. Distingue i meritevoli dai demeritevoli, e stabilisce una gerarchia di dignità che è esattamente il contrario di una tradizione ebraico-cristiana dell’elezione gratuita. Il concetto stesso di “capitale umano” , ripreso dalla teoria economica standard , è, per Bruni, un errore antropologico: l’umano non è un capitale. È una ferita che può essere accolta o ignorata.

L’uomo che scrive sui giornali “sbagliati” e quelli “giusti”

Bruni è editorialista di Avvenire da decenni , Avvenire, il giornale dei vescovi italiani , una contraddizione solo apparente: è dalla posizione più interna possibile che può permettersi di essere più tagliente. Ma negli ultimi anni ha scelto di scrivere anche per Domani, quotidiano fondato da ex direttore di Repubblica e orientato a un pubblico laico-progressista: scelta che gli ha attirato accuse di erraticità ideologica da un lato, e di eccessiva prudenza dall’altro. Pochi altri intellettuali italiani hanno questa biografia editoriale: scrive per il giornale dei vescovi e per quello dei post-progressisti, e non è amato integralmente da nessuno dei due.

Non mancano gli attacchi diretti. In tv e sui social Bruni è stato bersaglio di accuse di moralismo, di clericalismo mascherato, di nostalgia corporativa, di populismo economico. È stato contestato per l’utilizzo del lessico religioso dentro l’economia , “ferita dell’altro”, “gratuità”, “dono” , che per molti economisti è solo fumo retorico. I critici più severi gli rimproverano di non abbandonare mai l’orizzonte cattolico anche quando teorizza in astratto: le sue categorie, scrivono, sono sempre già confessioniste. È un’accusa in parte fondata, in parte rivelatrice: chi la muove mostra di non avere capito che il punto di Bruni non è mimetizzarsi sotto categorie neutrali, ma rivendicare apertamente la provenienza del proprio pensiero.

La stima sociale, parola eversiva

Chi vuole capire Bruni deve partire da una parola che lui ha fatto sua ossessivamente: stima sociale. Stima è il riconoscimento che diamo all’altro come soggetto, non come strumento. Stima è la cura. È volontaria. È asimmetrica , si dà a chi non la può ricambiare in egual misura. Bruni ha dedicato a questo concetto saggi, conferenze, un’intera costruzione teorica. Quando lo declina nel campo economico, ottiene conseguenze dirompenti: la cura dei bambini, dei malati, degli anziani , che il mercato non sa monetizzare perché non genera profitto , è il settore economicamente più produttivo in assenza di profitto, perché produce stima, e la stima è il cemento della società. Trasferire la cura dentro il mercato è stato, per Bruni, il capolavoro di sottomissione del Novecento: i grandi numeri del Pil sono cresciuti a spese della invisibilità.

Quando parla di Economy of Francesco , l’iniziativa voluta da Papa Francesco nel 2019 , Bruni accetta una responsabilità pubblica enorme, e viene criticato da chi ritiene che l’economia civile sia un’operazione di facciata della Chiesa, una pantomima per dare credibilità morale a un sistema economico che non la merita. È un attacco pesante, e secondo alcuni giusto. Ma Bruni non arretra: porta avanti la cosa, accetta l’etichetta di “cattolico adulto” e dentro quel perimetro tiene la posizione.

Dove si vede chiaramente chi è

Il libro La ferita dell’altro (2019), dedicato al rapporto tra denaro e relazioni umane nel libro della Genesi, è forse il punto dove Bruni è più sé stesso. Rilegge la Bibbia come un documento di teoria economica: è il testo fondativo di una civiltà che ha organizzato la vita intorno alla vulnerabilità , non all’efficienza. Il fratello uccide il fratello, l’anziano tradisce il giovane, Dio si pente , la Bibbia non è una narrazione di ottimizzazione. È una grande mappa del disordine. E Bruni vi si muove dentro senza nessuna delle ipocrisie che i critici gli attribuiscono. Si legge la Bibbia e si vede un economista che ha fatto della teologia una pratica laica del pensiero.

Quando gli chiedono dove sta, Bruni risponde che sta sempre un po’ più in là rispetto a dove lo cercano: i cattolici lo trovano troppo secolare, i secolari troppo confessionale, gli economisti troppo etico, gli eticisti troppo tecnico. È una scomodità che non cerca di risolvere, perché sa che è la sua forza. Non ha una scuola , non ne ha mai voluta una , ma ha influenzato in profondità il modo in cui l’economia italiana ha ripreso a parlare di motivazioni, di cura, di reciprocità. È, per dirla con una formula che lui apprezzerebbe, un economista che sta fuori dal coro che lo ospita. E quando accetta il coro, è per ricordargli che cosa sta cantando.

 

 

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