Ho scelto di parlare di magistratura indipendente perché il tema non riguarda una corporazione chiusa, ma il cuore stesso della credibilità democratica della giustizia. Nell’intervista a Francesco Lupia, giudice del Tribunale di Tivoli e candidato al rinnovo del CSM nel Collegio 2, emerge con chiarezza che il problema non si esaurisce con il No al referendum: il correntismo, l’opacità nelle nomine, l’eccessiva discrezionalità e la distanza tra autogoverno e cittadini restano nodi aperti, che incidono direttamente sulla qualità del servizio giustizia. Parlare di magistratura indipendente, allora, significa difendere l’autonomia della funzione giudiziaria, ma anche pretendere responsabilità, trasparenza e una vera assunzione di metodo contro ogni logica di appartenenza.
L’ intervista
Dottor Lupia, nella precedente intervista lei aveva espresso una posizione molto critica sulla riforma costituzionale della giustizia, pur prendendo le distanze anche dal sistema correntizio della magistratura. Dopo la vittoria del No al referendum, il problema può dirsi chiuso?
No, assolutamente. La vittoria del No ha impedito, a mio avviso, l’approvazione di una riforma costituzionale sbagliata, ma non può essere interpretata come un’assoluzione del sistema delle degenerazioni correntizie.
Questo è un punto sul quale credo sia necessario essere molto chiari: il fatto che soluzione fosse errata non significa che il problema sia inesistente.
Il tema del correntismo esiste. Esiste il problema dell’eccessiva discrezionalità del Consiglio superiore della magistratura, soprattutto nelle nomine degli incarichi direttivi e semidirettivi. Esiste il problema della scarsa prevedibilità di molte decisioni consiliari. Esiste il problema della percezione, talvolta fondata, talvolta enfatizzata, di un sistema nel quale l’appartenenza, la prossimità associativa o la capacità di collocarsi dentro determinati circuiti relazionali possono pesare più della qualità del percorso professionale.
Negare tutto questo sarebbe miope. Sarebbe anche controproducente, perché lascerebbe campo libero a chi propone soluzioni semplici, radicali e spesso tecnicamente inadeguate a problemi che invece richiedono studio, equilibrio e conoscenza concreta dell’ordinamento giudiziario, delle dinamiche interne delle correnti e delle motivazioni che muovono le condotte dei singoli magistrati (eletti ed elettori).
La mia posizione è questa: il correntismo non si combatte consegnando il CSM alla politica, né indebolendo l’autonomia della magistratura. Si combatte riducendo gli spazi opachi di discrezionalità, rendendo più controllabili le decisioni, costruendo criteri più rigorosi, valorizzando il merito effettivo e restituendo centralità al voto come atto di responsabilità individuale dei magistrati.
Per questa ragione la vittoria del No, se vuole avere un senso istituzionale, deve aprire una fase nuova. Non una fase di restaurazione, ma una fase di autoriforma seria. Se la magistratura pensa di avere semplicemente respinto un attacco e di potersi fermare lì, sbaglia. Il referendum ha chiuso una vicenda costituzionale, ma non ha chiuso la questione del c.d. autogoverno.
Molti cittadini potrebbero chiedersi perché le elezioni per il rinnovo del Consiglio superiore della magistratura dovrebbero interessare anche i non addetti ai lavori. Non è una vicenda interna alla magistratura?
No, non è affatto una vicenda soltanto interna alla magistratura. Questa è una delle principali incomprensioni che circondano il tema dell’autogoverno.
Il Consiglio superiore della magistratura non si occupa soltanto della carriera dei magistrati. Incide, direttamente o indirettamente, sul funzionamento concreto degli uffici giudiziari e, quindi, sulla qualità del servizio giustizia reso ai cittadini.Quando il CSM decide chi deve dirigere un tribunale, una procura, una sezione o un ufficio giudiziario, non compie una scelta neutra o meramente interna. Sceglie figure che avranno un impatto sull’organizzazione del lavoro, sulla distribuzione delle risorse, sulla gestione dei ritardi, sulla capacità di valorizzare i magistrati, il personale amministrativo e gli strumenti disponibili. Un buon dirigente può migliorare sensibilmente il funzionamento di un ufficio, così come un dirigente inadeguato può aggravare inefficienze già esistenti.
Lo stesso vale per le scoperture di organico. Se un ufficio giudiziario è gravemente sguarnito e un altro lo è meno, la scelta su dove destinare i magistrati non è una questione astratta. Significa decidere dove i processi potranno essere trattati più rapidamente e dove, invece, continueranno ad accumularsi ritardi. Se queste decisioni vengono assunte sulla base di criteri oggettivi, trasparenti e razionali, il sistema può funzionare meglio. Se invece vengono condizionate da rapporti di forza, equilibri interni, logiche di appartenenza o valutazioni poco comprensibili, a pagarne il prezzo non sono i magistrati, ma i cittadini.
Il lavoratore ingiustamente licenziato, l’impresa che ha bisogno di recuperare celermente un proprio credito, la persona offesa e l’imputato che attendono risposta nel processo penale: tutti subiscono le conseguenze di un autogoverno inefficiente o opaco.
Per questo le elezioni del CSM interessano anche i non addetti ai lavori. Perché un CSM che funziona male contribuisce a produrre una giustizia diseguale, disomogenea, a velocità diverse, impattando tanto sull’economia, quanto sulle libertà individuali. Ci sono territori nei quali la risposta giudiziaria arriva in tempi accettabili e territori nei quali arriva troppo tardi. Naturalmente le cause sono molteplici e non dipendono solo dal CSM: pesano le risorse, l’organico amministrativo, le piante organiche, il numero complessivo di magistrati italiani professionali ed onorari, l’edilizia giudiziaria e la legislazione processuale. Ma sarebbe sbagliato negare che il CSM abbia una responsabilità rilevante nella gestione complessiva della magistratura.
Un autogoverno opaco genera sfiducia. Un autogoverno inefficiente genera disservizi.
Ecco perché il rinnovo del CSM non dovrebbe interessare solo i magistrati. In gioco non c’è la carriera di questo o quel collega. In gioco c’è anche il modo in cui viene amministrata una parte decisiva del servizio giustizia.
È anche da questa esigenza di riforma interna che nasce la sua candidatura indipendente al CSM?
Sì. La mia candidatura nasce esattamente da qui: dall’idea che non basti criticare ciò che non funziona, ma occorra provare a portare dentro il Consiglio superiore della magistratura un metodo diverso.
Non mi candido per rappresentare una corrente alternativa alle correnti, né per costruire una posizione di pura testimonianza. Mi candido perché ritengo che l’indipendenza abbia senso solo se è accompagnata da studio, conoscenza tecnica e capacità di proposta e di monitoraggio tecnico dell’attività consiliare.
Da anni studio l’ordinamento giudiziario, la normativa consiliare, il modo in cui essa viene concretamente applicata e le possibili modifiche per migliorare le condizioni di lavoro dei magistrati e la qualità del servizio reso ai cittadini.
Carichi di lavoro, organici scoperti, tutela delle situazioni personali e familiari, trasferimenti, applicazioni, sedi disagiate, nomine direttive, non sono temi astratti, ma questioni che incidono ogni giorno sulla vita professionale dei magistrati e, indirettamente, sulla vita concreta delle persone che attendono una risposta di giustizia.
Essere consiglieri del CSM indipendenti non significa semplicemente non avere vincoli di appartenenza che condizionino il giudizio, ma anche assumersi la responsabilità di indicare soluzioni concrete. In caso contrario, l’indipendenza rischia di diventare una formula elegante, ma vuota.Io penso che oggi il CSM abbia bisogno di magistrati che conoscano davvero le sue funzioni, i suoi limiti, i suoi poteri e le sue distorsioni. Magistrati capaci di leggere i fascicoli, di valutare i percorsi professionali senza automatismi, di spiegare le decisioni, di autolimitare la discrezionalità e di resistere alla tentazione delle appartenenze precostituite.La mia candidatura non nasce quindi contro qualcuno, ma per qualcosa: per un autogoverno più tecnico, più leggibile, più responsabile e meno dipendente dalle logiche di gruppo.
Lei usa spesso una formula: “una tutela diversa è possibile”. Che cosa intende?
Intendo dire che molti colleghi, a mio avviso, votano il candidato di un gruppo non per ottenere un vantaggio ingiusto, ma per non subire un male ingiusto.Questo è un aspetto della psicologia dei magistrati essenziale e che veniva completamente obliterato dalla riforma costituzionale proposta. Sarebbe troppo semplice rappresentare ogni voto dato a candidati di corrente come voto clientelare o opportunistico. Io credo che, in molti casi, la logica sia diversa. Dentro un sistema nel quale le regole sono spesso incerte, gli orientamenti possono mutare e le decisioni consiliari non sempre appaiono prevedibili, il magistrato cerca protezione.Può cercarla nella corrente come nella politica. Non necessariamente per ricevere un trattamento privilegiato, ma spesso per evitare di subirne uno deteriore. Per questo la riforma non avrebbe risolto alcun problema. In un sistema di regole opache, un magistrato sorteggiato ex lege a consigliere si sarebbe comportato esattamente come un magistrato-elettore: avrebbe cercato protezione in un gruppo. Ed in quel sistema generato dalla riforma gli unici gruppi esistenti sarebbero stati quelli politici. Pertanto, come ho già detto, il problema non sarebbe stato risolto, ma solo spostato.
Ciò detto e tornando all’attuale assetto ordinamentale, bisogna riconoscere come questa sia una dinamica psicologica comprensibile, ma anche pericolosa. Perché quella tutela ricercata nelle correnti tramite il voto resta incerta, mutevole e soggettiva. Dipende dalle mediazioni tra gruppi, dagli equilibri interni al Consiglio, dalla forza relativa delle appartenenze, dalla capacità del singolo gruppo di incidere su una specifica decisione.
Io propongo una tutela diversa: non una tutela di appartenenza, ma una tutela di metodo.
La tutela di appartenenza dice “vota chi appartiene a una struttura, perché quella struttura potrà proteggerti”.
La tutela di metodo dice invece “costruiamo un CSM nel quale le regole siano applicate nello stesso modo a tutti, nel quale le decisioni siano motivate in modo coerente, nel quale le disparità siano visibili, nel quale ogni scelta opaca diventi difficile da sostenere”.
È una tutela forse meno rassicurante sul piano psicologico, ma molto più giusta ed efficiente sul piano istituzionale. Perché non protegge il singolo in quanto vicino a qualcuno. Protegge tutti in quanto soggetti alle medesime regole.
Ma un consigliere indipendente, se eletto, non rischia di essere solo e quindi inefficace?
È la prima obiezione che mi viene rivolta. Ed è un’obiezione seria.
È vero: un consigliere indipendente, da solo, non può cambiare le circolari, introducendo gli autovincoli necessari per rendere i criteri più oggettivi, può solo portare quelle proposte tecniche in seno al Consiglio. Sarà la maggioranza dei consiglieri a decidere. E aggiungo che è giusto che sia così. Il CSM decide collegialmente e nessuno può pensare di sostituire la volontà dell’organo con quella di un singolo.
Ma un consigliere indipendente, anche da solo, può fare un’altra cosa, a mio avviso ancora più importante: può contribuire a garantire che le circolari esistenti siano applicate a tutti i colleghi e a tutti gli uffici giudiziari nello stesso modo. E lo stesso vale per il codice disciplinare. Può riuscire in quest’opera, purchè possieda alcune specifiche qualità.
Se infatti il consigliere oltre che solo è anche impreparato, la sua inefficacia è pressoché certa. Ma se conosce molto bene le circolari, la normativa primaria ed il quadro costituzionale e se possiede una solida memoria storica del modo in cui le delibere precedenti hanno applicato quelle regole, allora può rilevare ogni incoerenza, ogni opacità, ogni disparità di trattamento.
Può chiedere conto delle differenze. Può far verbalizzare le ragioni del dissenso. Può costringere l’organo a spiegare perché in un caso si applica un criterio e in un altro caso un criterio diverso. Può comunicare all’esterno (ai mass media come ai magistrati-elettori), nei limiti consentiti, le linee problematiche ed i profili di illegittimità di ogni singola decisione opaca o frutto di intermediazione impropria.
In sintesi, può rendere “politicamente” troppo costosa per essere sostenuta ogni scelta incoerente, opaca o diseguale: una sentinella tecnica all’interno del CSM.
In questo senso, anche un solo consigliere indipendente può incidere in modo sostanziale. Non attraverso la forza numerica di un gruppo, ma attraverso la forza tecnica del metodo, della memoria istituzionale, della conoscenza delle regole e della capacità di rendere visibili le incoerenze.
Che cosa significa, concretamente, essere un candidato indipendente alle elezioni del CSM?
Significa, anzitutto, non essere espressione di una corrente. Ma questa è solo la parte negativa della definizione. È importante, ma non basta.
Una candidatura indipendente, se vuole essere seria, non può limitarsi a dire: “non appartengo”. Deve dire anche che cosa intende fare, con quale metodo, con quali strumenti, dentro quali limiti istituzionali.
Il CSM non è il Parlamento della magistratura. Non può modificare disposizioni di rango primario, non può risolvere da solo la carenza di organico amministrativo e non può sostituirsi al Ministero della Giustizia. Però può fare molto dentro il perimetro delle proprie attribuzioni.
Può decidere meglio sulle nomine. Può motivare meglio le proprie scelte. Può ridurre gli spazi di discrezionalità non governata che sfociano nell’arbitrio. Può costruire criteri più stabili e prevedibili. Può vigilare più efficacemente sull’organizzazione degli uffici. Può valorizzare le buone pratiche. Può evitare che la geografia giudiziaria italiana continui a produrre uffici di serie A e uffici di serie B.
In questo senso, l’indipendenza non è una bandiera da sventolare. È una responsabilità. Il candidato indipendente non ha una struttura alle spalle che gli prepara la linea, gli organizza il consenso e gli costruisce un’identità collettiva. Proprio per questo deve essere ancora più attrezzato. Deve studiare di più. Deve spiegare di più. Deve dimostrare di più.
Io non credo nell’indipendenza improvvisata. Credo nell’indipendenza costruita sul lavoro, sull’approfondimento, sulla conoscenza delle questioni e sulla capacità di assumere decisioni senza dover rispondere a un gruppo di appartenenza.
Per questo, nella mia campagna, ho scelto di non limitarmi a slogan o formule generiche. Ho predisposto schede di lavoro, analisi, proposte, riflessioni sui testi vigenti e sulle possibili modifiche. Non chiedo a nessuno di fidarsi della mia parola. Chiedo, più semplicemente, di verificare se ho davvero “fatto i compiti a casa”.
Lei insiste spesso sulla differenza tra indipendenza e semplice anticorrentismo. Perché questa distinzione è così importante?
Perché l’anticorrentismo, da solo, può diventare una forma di populismo giudiziario. E il populismo, anche quando nasce da una critica giusta, finisce spesso per produrre risposte sbagliate.
Le correnti della magistratura hanno avuto una storia complessa. Sarebbe intellettualmente disonesto ridurle soltanto a centri di potere. Hanno rappresentato anche luoghi di elaborazione culturale, confronto ideale e partecipazione associativa. Il problema nasce quando l’appartenenza diventa criterio prevalente di selezione, riconoscibilità e protezione. Quando la qualità delle proposte passa in secondo piano rispetto alla forza dell’organizzazione. Quando il magistrato-elettore non sceglie più una persona o un programma, ma si limita a seguire un’appartenenza.
In quel momento l’autogoverno si impoverisce. E si impoverisce anche la responsabilità individuale del magistrato-elettore.
Io non propongo una guerra ideologica alle correnti. Propongo di ridurre il loro peso improprio attraverso meccanismi tecnici: criteri più oggettivi, motivazioni più rigorose, maggiore trasparenza, autolimiti alla discrezionalità, valutazioni più leggibili, attenzione reale alle esigenze degli uffici.
Se una corrente sostiene una proposta valida, quella proposta resta valida. Se un candidato indipendente sostiene una proposta inefficiente, quella proposta resta inefficiente. Il punto non può essere solo l’etichetta. Il punto deve essere il contenuto.
Per questo dico che l’indipendenza non basta. Bisogna sapere che cosa fare.
Qual è, secondo lei, il nodo più delicato dell’attuale funzionamento del CSM?
Il nodo più delicato è la discrezionalità. Il CSM dispone di spazi di valutazione molto ampi, soprattutto nelle nomine degli incarichi direttivi e semidirettivi. La discrezionalità non è di per sé un male. In alcuni casi è necessaria, perché le situazioni professionali non sono tutte identiche e non possono essere valutate con automatismi ciechi.
Il problema nasce quando la discrezionalità non è sufficientemente governata. Se i criteri sono troppo elastici, se le motivazioni non sono realmente selettive, se a fronte di situazioni identiche o assimilabili gli stessi elementi vengono valorizzati in un caso e svalutati in un altro, la decisione perde oggettività e trasparenza. E quando una decisione perde leggibilità, aumenta inevitabilmente il sospetto che siano entrati in gioco fattori estranei al merito.
In un sistema sano, chi perde deve poter comprendere perché ha perso. Chi vince deve poter comprendere perché ha vinto. E i magistrati, l’avvocatura e i cittadini devono poter percepire che la decisione è frutto di una valutazione razionale, non di un equilibrio interno incomprensibile.
Questo vale per le nomine dei dirigenti, ma vale anche per molte altre scelte consiliari. Il CSM deve essere un organo di garanzia e amministrazione della giurisdizione, non un luogo nel quale la prevedibilità delle decisioni dipende dalla conoscenza delle dinamiche interne ai gruppi.
Per questo io insisto molto sull’introduzione di autolimiti nelle circolari, ma anche su un vaglio severo di coerenza tra delibere. Il CSM deve imparare ad autolimitare la propria discrezionalità. Non perché la discrezionalità debba essere cancellata, ma perché deve essere resa razionale, controllabile e coerente.
Può fare qualche esempio concreto delle proposte che porterebbe dentro il CSM?
La prima direttrice riguarda proprio le nomine. Occorre costruire criteri più rigorosi, più comprensibili e meno manipolabili. Non basta affermare genericamente che si valorizzano il merito, l’attitudine organizzativa o le esperienze pregresse. Bisogna spiegare in che modo questi elementi vengono pesati, perché in un caso prevale un profilo e in un altro caso ne prevale uno diverso.
La seconda direttrice riguarda la distribuzione dei magistrati sul territorio. Le scoperture di organico non sono tutte uguali. Ci sono uffici nei quali la carenza di magistrati produce effetti devastanti sui tempi della giustizia e altri nei quali l’impatto è meno grave. Le scelte consiliari dovrebbero essere orientate da indicatori il più possibile oggettivi. Tanto per fare qualche esempio: carichi di lavoro pro capite, scoperture effettive e tipologia delle funzioni esercitate.
La terza direttrice riguarda la tutela delle situazioni personali e familiari. Il magistrato non è una funzione astratta. È una persona che lavora in un determinato contesto, spesso con carichi elevati, difficoltà organizzative e situazioni familiari meritevoli di considerazione. Naturalmente la tutela individuale deve essere compatibile con le esigenze degli uffici, ma proprio per questo servono criteri chiari, prevedibili e uguali per tutti. La discrezionalità non governata produce insicurezza; la regola chiara produce affidamento.
La quarta direttrice riguarda la valutazione dei dirigenti. Se un presidente di tribunale, un procuratore, un presidente di sezione o un dirigente di altro ufficio incide concretamente sull’organizzazione del lavoro, allora la sua attività deve essere valutata in modo serio. Non basta verificare formalmente che abbia ricoperto un incarico. Bisogna comprendere come lo ha svolto, quali risultati ha prodotto e come li ha prodotti, se ha migliorato o peggiorato la situazione dell’ufficio, se ha valorizzato i magistrati o se ha creato disfunzioni.
La quinta direttrice riguarda il rapporto con l’avvocatura. L’avvocatura non deve essere considerata un soggetto esterno e fastidioso. È un osservatorio essenziale sul funzionamento quotidiano degli uffici giudiziari. Naturalmente le valutazioni dell’avvocatura devono essere raccolte con metodo, filtrate, oggettivate e sottratte a impressioni episodiche o conflitti personali. Però ignorarle sarebbe un errore.
La sesta direttrice riguarda la trasparenza. Non una trasparenza spettacolare o propagandistica, ma una trasparenza tecnica: decisioni leggibili, dati utilizzabili, criteri conoscibili, motivazioni coerenti. Il CSM non deve comunicare per fare marketing istituzionale. Deve rendere più comprensibile e verificabile il proprio modo di decidere.
Lei parla spesso di “metodo”. Non teme che questo linguaggio tecnico sia poco efficace in una campagna elettorale?
Può darsi che sia meno efficace degli slogan. Ma le funzioni di consigliere del CSM non si esercitano con gli slogan. La magistratura, i cittadini e l’avvocatura non hanno bisogno di slogan, ma di una buona amministrazione della giurisdizione, che si traduce in un buon servizio ed in buone condizioni di lavoro.
Io capisco che in una campagna elettorale vi sia sempre la tentazione della formula breve, della contrapposizione semplice, dell’immagine immediata. Però le elezioni del CSM riguardano un organo tecnico e complesso. Chi si candida dovrebbe spiegare non solo da dove viene, ma anche che cosa sa fare e che metodo intende portare.
Il rischio è che la campagna si riduca a poche parole d’ordine: indipendenza, rinnovamento, anticorrentismo o associazionismo culturale, esperienza, rappresentanza. Sono parole che possono avere un valore, ma solo se vengono riempite di contenuto. Altrimenti diventano formule intercambiabili.
Io preferisco una comunicazione forse più faticosa, ma più onesta. Se dico che bisogna ridurre la discrezionalità, devo spiegare come. Se dico che bisogna valutare meglio i dirigenti, devo spiegare secondo quali criteri. Se dico che bisogna distribuire meglio i magistrati sul territorio, devo spiegare quali indicatori utilizzare. Se dico che bisogna superare le logiche di appartenenza, devo spiegare con quali strumenti.
La magistratura ha bisogno di meno retorica e di più soluzioni istituzionali. E le soluzioni istituzionali richiedono studio, pazienza, conoscenza tecnica e capacità di lavorare sui meccanismi, non soltanto sulle dichiarazioni di principio.
La sua candidatura si colloca dunque fuori dalle correnti. Ma una candidatura indipendente non rischia di restare isolata?
Il rischio esiste. Bisogna essere onesti. Le correnti hanno strutture, reti, abitudini di voto, riconoscibilità, capacità organizzativa. Un candidato indipendente parte normalmente in condizioni di svantaggio.
Ma questo non significa che una candidatura indipendente sia inutile. Anzi, proprio la difficoltà della candidatura indipendente dimostra quanto sia forte il problema che si vuole affrontare.
Se un magistrato non sostenuto da una corrente fatica a farsi conoscere, a far circolare le proprie proposte e a competere ad armi pari, vuol dire che il sistema tende ancora a privilegiare l’organizzazione rispetto al contenuto. Non sempre, naturalmente. Ma spesso.
Io però non vivo questa difficoltà come un alibi. La considero parte della sfida. Ho scelto di candidarmi sapendo di non avere alle spalle una struttura correntizia. Per questo ho cercato di costruire la mia candidatura sui contenuti: schede tecniche, riflessioni sull’ordinamento giudiziario, proposte sulle funzioni consiliari, confronto diretto con i colleghi.
Non chiedo un voto di appartenenza. Chiedo un voto di valutazione. È molto più difficile, ma anche molto più coerente con ciò che penso. Sono convinto che per persuadere i colleghi a cambiare occorre fornirgli un’alternativa reale, non meramente protestataria. E la mia candidatura vuole essere quella alternativa reale. Voglio dimostrare che tramite una buona preparazione ed una conoscenza dei problemi reali si può assicurare ai colleghi un tutela migliore di quella che cercano nelle correnti, perché equa e oggettiva.
In questo senso il magistrato-elettore è posto davanti a una responsabilità enorme. Perché una volta che una tutela trasparente viene offerta, se si continua a votare per un sistema opaco, di quel sistema poi non ci si può più dolere. Non può più essere invocato come giustificazione né davanti ai cittadini, né davanti alla classe forense. Il CSM non è un’entità astratta, ma il frutto di scelte elettorali consapevoli. E delle sue condotte risponde ogni singolo elettore.
Lei ha parlato anche di confronto diretto con i colleghi e con gli uffici giudiziari. Che ruolo dovrebbe avere questo ascolto?
Un ruolo centrale. Il CSM non può essere pensato come un luogo distante, nel quale pochi decidono su problemi che altri vivono quotidianamente.
Le condizioni degli uffici giudiziari sono molto diverse tra loro. Cambiano i carichi, le pendenze, le scoperture, le risorse amministrative, l’edilizia, la qualità dell’organizzazione interna, il rapporto con il territorio, il numero e la tipologia degli affari. Per questo non basta una proposta generale valida in astratto per tutti. Occorre conoscere le situazioni concrete.
Io vorrei che il confronto con i colleghi fosse il più possibile aderente alle condizioni reali degli uffici. Non mi interessa una campagna fatta soltanto di dichiarazioni generali. Mi interessa sapere quali criticità incontrano i colleghi, quali regole hanno prodotto effetti irragionevoli, quali prassi hanno creato disparità, quali uffici sono in maggiore sofferenza, quali soluzioni potrebbero funzionare davvero.
Il buon autogoverno nasce anche da questo: dalla capacità di trasformare l’esperienza quotidiana degli uffici in conoscenza istituzionale.
Le regole consiliari non devono essere studiate soltanto nei testi, ma anche nei loro effetti concreti. Una circolare può apparire razionale sulla carta e produrre disfunzioni nella pratica. Al contrario, una buona prassi nata in un ufficio può essere valorizzata e diventare patrimonio comune.
Per questo credo molto in un metodo di ascolto strutturato, ufficio per ufficio, problema per problema. Non per promettere soluzioni facili, ma per costruire proposte fondate su dati, esperienze e bisogni reali.
Lei ha parlato di una magistratura che deve autoriformarsi. Che cosa dovrebbe cambiare anzitutto nella cultura interna dei magistrati?
Dovrebbe cambiare l’idea che l’autogoverno sia un affare di pochi. Per troppo tempo molti magistrati hanno vissuto il CSM come qualcosa di lontano, quasi estraneo alla loro vita professionale quotidiana. Questa distanza ha favorito le organizzazioni più strutturate, perché quando la maggioranza partecipa poco, decide chi partecipa molto e chi controlla meglio i canali di intermediazione.
Il magistrato deve tornare a percepire il CSM come un organo che incide sulla sua vita professionale, ma anche sulla qualità del servizio che egli stesso rende ai cittadini. Le nomine, le applicazioni, i trasferimenti, le scoperture, le valutazioni di professionalità, la dirigenza degli uffici non sono questioni astratte. Sono il modo concreto in cui la giurisdizione viene amministrata.
Serve poi una cultura meno deferente verso le appartenenze. Appartenere a un gruppo non è illegittimo. Però l’appartenenza non può sostituire il giudizio individuale. Il magistrato deve chiedersi se il candidato che vota sia davvero adatto alla funzione consiliare, se conosca i problemi, se abbia dato prova di autonomia, se abbia formulato proposte comprensibili.
Infine, serve una maggiore disponibilità alla critica interna. La magistratura non deve avere paura di riconoscere le proprie disfunzioni. Al contrario, dovrebbe essere la prima a farlo. Se non lo facciamo noi, lo faranno altri, spesso con intenti meno equilibrati e con strumenti peggiori.
La critica interna, quando è seria e documentata, non indebolisce la magistratura. La rafforza. Perché dimostra che l’autonomia non è privilegio, ma responsabilità.
Che rapporto dovrebbe avere il nuovo CSM con la politica dopo lo scontro referendario?
Un rapporto istituzionale, leale e fermo. La magistratura non può vivere in guerra permanente con la politica. Sarebbe sbagliato e dannoso. Ma non può neppure accettare che la propria autonomia venga progressivamente erosa attraverso riforme mal costruite o narrazioni semplificate.
La Costituzione prevede un equilibrio tra poteri. Questo equilibrio richiede rispetto reciproco, non sudditanza. Il CSM deve dialogare con le istituzioni, ma deve anche difendere con chiarezza l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Il punto è che la difesa dell’autonomia è tanto più credibile quanto più l’autogoverno è capace di correggere le proprie distorsioni. Se il CSM appare opaco, autoreferenziale o dominato da logiche di gruppo, diventa più facile per la politica proporre interventi invasivi presentandoli come necessari.
Per questo torno sempre allo stesso concetto: la migliore difesa dell’autonomia della magistratura è un autogoverno serio, trasparente, sobrio e tecnicamente credibile.
Non basta dire alla politica: non toccateci. Bisogna anche impedire che le debolezze interne diventino il pretesto per interventi esterni sbagliati.
Qual è il messaggio che vorrebbe rivolgere ai colleghi magistrati chiamati a votare?
Direi loro di non sprecare il voto.
Non lo dico in senso elettorale, ma in senso istituzionale. Il voto per il CSM non dovrebbe essere un gesto automatico, identitario o abitudinario. Dovrebbe essere una scelta consapevole.
Ogni magistrato dovrebbe chiedersi quale CSM desidera e di quale autogoverno vuole essere responsabile. Un CSM che riproduca equilibri già conosciuti o un CSM che provi almeno in parte a modificarli? Un CSM nel quale le appartenenze continuino ad avere un peso decisivo o un CSM nel quale contino di più le proposte, il metodo e la qualità individuale dei consiglieri? Un CSM che amministri l’esistente o un CSM che tenti di rendere più razionale, leggibile e responsabile l’autogoverno?
Io non chiedo ai colleghi un atto di fede. Chiedo di valutare. Di leggere, confrontare, discutere. Di non fermarsi alle etichette. Di non votare qualcuno solo perché “è dei nostri”, qualunque cosa significhi questa espressione.
La magistratura deve recuperare il coraggio del giudizio individuale. È paradossale che proprio i magistrati, chiamati ogni giorno a decidere secondo scienza e coscienza, finiscano talvolta per delegare ad altri le proprie scelte associative o elettorali.
Io mi candido offrendo un percorso, un metodo e alcune idee. Saranno i colleghi a decidere se ritenerli utili. Ma spero che questa tornata elettorale sia almeno l’occasione per discutere seriamente di che cosa debba diventare il CSM dopo il referendum.
In conclusione, come definirebbe in poche parole il senso della sua candidatura?
La definirei così: una candidatura indipendente e tecnica, frutto di studio profondo e maturazione culturale.
Non mi interessa trasformare l’indipendenza in una posa estetica o in una rivendicazione sterile. Mi interessa provare a dimostrare che si può essere indipendenti e, nello stesso tempo, tecnicamente attrezzati; critici, ma non distruttivi; liberi da appartenenze, ma non privi di una visione.
Il No al referendum ha evitato una cattiva riforma. Ora però bisogna evitare una cattiva conservazione dell’esistente.
Se la magistratura vuole difendere davvero la propria autonomia, deve dimostrare di saper governare meglio sé stessa. E il CSM è il luogo decisivo di questa prova.
