Di Daniela Piesco Direttore Responsabile
Da Ponte, nel Sannio, alle vetrine di Parigi e di Cannes. Incontro con il pittore e scultore che ha fondato la Cromocostruzione e ha portato la pittura dentro le borse d’autore.
Scrivo di arte da tempo , e da tempo mi è chiaro che il mestiere della critica non consiste nel collocare gli artisti in un ordine di merito, ma nel riconoscere, quando accade, il momento raro in cui un’opera smette di chiedere il nostro consenso e comincia a chiedere la nostra attenzione. Con questa consapevolezza sono andata a incontrare Nicola Pica. Non lo dico per rivendicare un’autorità, ma per dire al lettore con quale sguardo ho guardato: uno sguardo che non si accontenta della biografia, che diffida delle etichette, che cerca nelle tele e nelle mani di un artista la traccia di una necessità. Perché l’arte, quando è vera, non è un ornamento del mondo: è il modo in cui il mondo prova a dirsi.
E Nicola Pica è un artista che prova a dirsi senza scorciatoie. Nato a Ponte, in provincia di Benevento, il 30 ottobre 1963, si è formato tra il disegno e la scultura, ha incontrato un maestro di affreschi che gli ha lasciato un segno, poi ha abbandonato la pittura per la scenografia, per il teatro e per il cinema, e solo dopo è tornato alla tavolozza. Non è un dettaglio biografico: è la chiave di tutto. Chi ha costruito lo spazio prima di dipingerlo guarda il quadro come si guarda un palcoscenico, e nel suo lavoro la luce non illumina la scena, la genera.
Da questo gesto nasce la Cromocostruzione, il movimento d’avanguardia che Pica ha fondato e teorizzato, e che ribalta il procedimento tradizionale della pittura. Non si dipinge per rappresentare: si costruisce partendo dal colore. Il bianco, somma di tutte le vibrazioni luminose, diventa il punto d’origine da cui si dipanano gli altri, i cieli dei suoi paesaggi si fanno bianchi, i campi si incastrano come tessere sapienti, e il colore cessa di essere casuale per diventare scelta meditata. È un’operazione con radici antiche, dichiaratamente goethiane: la luce che non nasce dai colori, ma li contiene e li genera. E ha trovato nella serie sull’Antropocene, con i suoi cretti, il carbone, il cerchio e il quadrato, la sua declinazione più aspra e insieme più contemplativa.
Poi c’è l’altra metà del suo lavoro, quella che ha portato la pittura fuori dal quadro. Con Maison Pica, le borse d’autore: pezzi unici dipinti a mano su vera pelle, impreziositi da oro 24 carati, presentati al Salon Carrousel du Louvre di Parigi nell’aprile del 2026, al Red Carpet International di Cannes, al Premio Moda Città di Matera, e infine a casa, a Benevento, con la personale Quando l’Arte Diventa Moda in via Traiano, dentro Città Spettacolo, oltre quaranta opere tra dipinti e borse. Di lui hanno scritto Vittorio Sgarbi, Philippe Daverio, Daniele Radini Tedeschi, Federico Caloi, Elena Gollini. Ma la consacrazione critica, come sempre, spiega poco. Quello che spiega è la domanda che attraversa tutto il suo lavoro come una vena sotterranea: a che cosa serve ancora l’arte, oggi che tutto sembra essere stato sperimentato?
La risposta di Pica non è nostalgica. È una risposta di metodo, e la trovo, da critica, la più onesta che potessi ascoltare. L’arte non deve distruggere il passato per esistere: deve assumersi la responsabilità di proporre una nuova visione. È una posizione scomoda, perché mette l’artista di fronte al proprio pubblico, al mercato, alla moda, e gli chiede di non scegliere tra bellezza e concetto, ma di costruire con entrambi. In un tempo in cui un’immagine si genera in pochi secondi, e in cui troppe opere nascono già stanche del proprio tempo, un pittore che continua a parlare del colore come si parla di una persona, e dell’incontro come dell’unico luogo dove il significato accade, merita più di un articolo: merita un dialogo. Ecco il nostro.
L’ Intervista
Ha lasciato la pittura per la scenografia, teatro e cinema, e poi è tornato alla tavolozza. Che cosa ha portato con sé da quel “fuori campo”?
Il mondo scenografico porta tanta esperienza, che oggi applico nelle mie opere.
Si definisce eclettico: davanti a chi le chiede qual è il suo stile, l’eclettismo è una ricchezza o un rischio di dispersione?
Essere eclettici è un bene quando l’eclettismo dimostra libertà creativa, curiosità intellettuale e capacità di innovazione. Pensiamo a Pablo Picasso: ha attraversato periodi e linguaggi molto diversi, mantenendo una forte identità artistica.
C’è un’opera sua, magari tra le prime, magari mai esposta, a cui è più legato e che oggi non rifarebbe uguale?
Forse qualcuna all’inizio della mia carriera.
La Cromocostruzione nasce da una riflessione sulla luce e sul bianco, con un richiamo dichiarato a Goethe contro Newton: quanto c’è di teorico e quanto di istintivo nel suo lavoro quotidiano in studio?
La Cromocostruzione: direi al 50 per cento.
Nella serie sull’Antropocene, con i cretti, il carbone, il cerchio e il quadrato, lei cerca di dare forma all’informe. È una denuncia ecologica, una meditazione, o entrambe le cose?
La serie Antropocene è sicuramente una denuncia ecologica. La Terra porta i segni dell’uomo. Sta all’uomo decidere se saranno cicatrici di distruzione o tracce di una nuova rinascita.
Lei dice che, da sé, un colore non ha senso. È una posizione solo estetica o anche etica?
Un colore da solo non ha senso, come un uomo da solo non rappresenta l’umanità. È nell’incontro, nella relazione e nell’equilibrio che nasce il significato dell’esistenza. Ma è anche estetico: il colore, da solo, possiede una propria bellezza, ed è nell’incontro con gli altri colori che acquista un significato estetico e concettuale più profondo.
In quale momento preciso una borsa smette di essere accessorio e diventa opera d’arte? Esiste una linea che lei si è dato e che non supererebbe?
Non esiste una linea tra arte e moda, con le mie creazioni. Il confine tra arte e moda non è una separazione, ma un luogo d’incontro dove nasce una nuova forma di bellezza.
Le sue borse parlano il linguaggio della Pop Art, un’iconografia nata come critica al consumo e che oggi è, essa stessa, consumo. Come ci convive?
La borsa, oggetto normalmente associato al consumo, si trasforma in un supporto artistico, mettendo in discussione il confine tra prodotto commerciale e opera d’arte.
Quando vede una sua borsa per strada, addosso a una persona che non conosce: chi la indossa possiede la sua opera o la completa?
Credo assolutamente che la completa.
A Benevento ha esposto oltre quaranta opere tra dipinti e borse. Come si è costruito il dialogo tra le due sale, e che cosa dice una parete all’altra?
Le due sale erano in perfetta simbiosi.
Il borsello per il Benevento Calcio, con il profilo del presidente e lo stemma in oro 24 carati: l’arte popolare è più difficile di quella da galleria?
Non credo che l’arte popolare sia più difficile. Dipende sempre da chi crea e a quale pubblico si rivolge.
Su che cosa sta lavorando adesso? Il prossimo ciclo proseguirà l’Antropocene o apre un capitolo nuovo?
Continuerà ancora su questo filone, per ora.
Oggi che cosa significa ancora fondare un’avanguardia? Servono ancora i manifesti, o l’arte contemporanea è un arcipelago senza centro?
Sì, ma oggi fondare un movimento d’avanguardia ha un significato profondamente diverso rispetto al Novecento. Nel passato, movimenti come il Futurismo, il Cubismo e il Surrealismo nascevano dalla necessità di rompere con la tradizione, contestare i linguaggi esistenti e proporre una nuova visione del mondo. Oggi l’arte vive una condizione differente: tutto sembra già essere stato sperimentato. Pittura, scultura, installazione, arte digitale, intelligenza artificiale e moda convivono senza confini rigidi. La vera sfida dell’avanguardia contemporanea non è necessariamente inventare una nuova tecnica, ma proporre un nuovo modo di pensare l’arte. L’avanguardia oggi non deve soltanto distruggere il passato. L’arte contemporanea non ha esaurito il bisogno di nuove avanguardie: ha forse esaurito il bisogno di rotture prive di una prospettiva. Oggi fondare un movimento significa assumersi la responsabilità di proporre una nuova visione dell’arte e della società. La Cromocostruzione nasce dall’idea che il colore non sia soltanto un elemento visivo, ma uno strumento di costruzione estetica, concettuale e umana. Non si tratta di rinunciare alla bellezza in favore del concetto, né al concetto in favore della bellezza, ma di riconoscere che entrambi possono concorrere alla costruzione dell’opera. L’arte non deve soltanto rappresentare il mondo: può contribuire a ripensarlo.
In un’epoca in cui un’immagine si genera in pochi secondi, qual è la parte del suo lavoro che nessuna macchina può replicare?
La macchina può elaborare forme, colori e composizioni. Può persino generare risultati originali e capaci di emozionare. L’artista, invece, può partire dalla propria esperienza, dalla memoria, dalla sofferenza, dalla gioia e dalla necessità di comunicare qualcosa.
Che cosa distingue un’opera moderna da una semplicemente recente? E che cosa la rende capace di parlare ancora tra cinquant’anni?
Un’opera che segue il gusto del presente rischia di invecchiare insieme a quel gusto. Un’opera che riesce a esprimere una visione originale dell’esistenza può continuare a essere interpretata anche quando la società cambia.
Le tre ultime risposte di Nicola Pica, lette di seguito, formano una poetica compiuta. Dicono che l’avanguardia non è più una tecnica da inventare ma uno sguardo da assumere; che l’artista non è colui che sa usare meglio lo strumento, ma colui che ha qualcosa da dire e ne sente la necessità; e che un’opera non invecchia per il linguaggio che sceglie, ma per la visione che non ha. Da critica, è qui che riconosco il valore del suo lavoro: non nella sicurezza delle definizioni, ma nella tenuta di una domanda. La Cromocostruzione è, in fondo, una scommessa semplice e radicale, che il colore da solo non basti e che il significato nasca soltanto dall’incontro. È la stessa scommessa che Pica fa con il suo pubblico, ogni volta che una delle sue borse dipinte a mano esce dallo studio e comincia a camminare tra la gente. E forse è anche il modo più onesto di rispondere a chi, ancora oggi, chiede a che cosa serva l’arte. Non serve: accade. Basta avere gli occhi per accorgersene.



