La missione di Giorgia Meloni in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati non è il segno di una strategia. È il segno opposto: la prova che l’Italia continua a muoversi in emergenza su un dossier sul quale avrebbe dovuto arrivare preparata. Reuters riferisce che il viaggio è stato motivato anche dalla necessità di proteggere le forniture energetiche italiane in un quadro aggravato dalla crisi con l’Iran. E la ragione è evidente: il Golfo resta uno snodo critico per petrolio e gas, mentre dallo Stretto di Hormuz passa circa il 20% del commercio globale di GNL, in larga parte qatarino.

Il problema, però, non è il viaggio. Il problema è che l’Italia arriva a questo passaggio con una vulnerabilità che non può più essere descritta come una sfortuna geopolitica. È una fragilità strutturale. ARERA certifica che nel 2024 il Paese ha avuto una domanda di gas pari a 61,9 miliardi di metri cubi, importazioni nette per 58,8 miliardi e un tasso di dipendenza energetica estera sul gas del 95,2%. Snam, con una contabilità leggermente diversa ma coerente nel quadro generale, colloca la domanda a 62,04 miliardi di metri cubi e la produzione nazionale a 2,75 miliardi. Tradotto: l’Italia resta esposta quasi integralmente agli shock esterni su una materia prima che ancora regge una quota decisiva del suo sistema elettrico e industriale.

Qui cade la prima narrazione governativa. Non è vero che siamo di fronte a una normale gestione prudente dell’energia. Siamo davanti a un Paese che, dopo tre anni di retorica sulla sicurezza energetica e sulla sovranità nazionale, continua a dipendere dall’estero quasi quanto prima. La diplomazia del gas è necessaria, ma quando diventa la leva principale significa che la politica industriale ha fallito. Un esecutivo serio usa la diplomazia per rafforzare una traiettoria interna. Un esecutivo debole la usa per sostituirla.

Anche sulle rinnovabili vale la pena uscire dalla propaganda e stare ai numeri veri. Nel 2025 l’Italia non è rimasta ferma: Terna registra 7.191 MW di nuova capacità da fonti rinnovabili, con un nuovo record della produzione fotovoltaica a 44,3 TWh. Le rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda elettrica. È un dato reale e va riconosciuto. Ma proprio per questo la critica deve essere più precisa: non basta. Il PNIEC aggiornato nel 2024 fissa al 2030 una quota di elettricità da rinnovabili del 63,4%. E a fine 2025 il Paese dispone di 43,513 GW di fotovoltaico e 13,629 GW di eolico, mentre i target 2030 sono rispettivamente 79,253 GW e 28,140 GW. Significa che nei prossimi cinque anni bisogna installare oltre 50 GW aggiuntivi tra solare ed eolico, cioè mantenere un ritmo intorno ai 10 GW l’anno. Il 2025 non dimostra che il governo è in anticipo: dimostra che, anche nell’anno migliore, l’Italia resta sotto il ritmo necessario.

Questo è il punto che la comunicazione di Palazzo Chigi evita con cura. Si enfatizza qualsiasi incremento come se fosse di per sé una prova di successo, ma nel settore energetico contano i target, non i comunicati. Se il traguardo chiede una corsa da maratoneta, il fatto di aver accelerato rispetto all’anno prima non basta a cambiare giudizio. Il problema non è stabilire se qualcosa si muove. Il problema è stabilire se si muove abbastanza da ridurre la dipendenza dal gas, contenere i prezzi e mettere il sistema al riparo da crisi come quella che oggi attraversa il Golfo. La risposta, allo stato dei numeri ufficiali, è no.

Lo stesso discorso vale per gli accumuli. Terna segnala che a fine 2025 l’Italia ha raggiunto 17.920 MWh di capacità di storage e 7.362 MW di potenza nominale, con un contributo crescente dei sistemi utility scale. Anche qui: progresso reale, ma ancora distanza dalla scala necessaria. Il PNIEC ragiona su un fabbisogno al 2030 dell’ordine di 21 GW complessivi tra accumuli elettrochimici e pompaggio idroelettrico. La distanza tra quello che serve e quello che c’è resta significativa, ed è politicamente rilevante perché uno dei grandi alibi del governo è sempre stato: “non si può accelerare troppo sulle rinnovabili senza la rete e senza storage”. Bene: se questo è vero, allora è ancora meno comprensibile perché la costruzione di quella infrastruttura non sia stata trattata come priorità assoluta.

La seconda narrazione che crolla è quella dei prezzi. Se un governo rivendica pragmatismo e sicurezza, il primo test è semplice: famiglie e imprese pagano meno dei concorrenti o continuano a pagare di più? Eurostat certifica che nel primo semestre 2025 il prezzo dell’elettricità per i clienti non domestici in Italia è stato 0,2336 euro per kWh, contro una media UE di 0,1902. Per le famiglie italiane il prezzo è stato 0,3291 euro per kWh, tra i più alti dell’Unione. Confindustria, elaborando dati Eurostat e GME, traduce quel differenziale in una formula ancora più netta: 278 euro/MWh per le imprese italiane contro 216 euro/MWh di media europea. In altre parole: l’Italia continua a stare stabilmente nella fascia alta dei costi energetici, e questo mentre il governo moltiplica i decreti “salva-bollette”.

È qui che il discorso smette di essere tecnico e diventa politico nel senso pieno. Un esecutivo che si presenta come difensore del lavoro, dell’impresa e del ceto medio dovrebbe concentrare tutta la propria forza su ciò che riduce strutturalmente il costo dell’energia: più rinnovabili, più accumuli, più contratti di lungo termine, più semplificazione autorizzativa, più investimento di sistema. Invece il governo ha scelto un’altra strada: tamponare i prezzi senza cambiare abbastanza il meccanismo che li genera. È il classico schema italiano della spesa emergenziale: si distribuisce sollievo immediato, si rinvia la correzione strutturale, si torna pochi mesi dopo a presentare un nuovo intervento straordinario come se fosse una prova di decisionismo.

Il decreto bollette 2026 è esemplare proprio perché mette nero su bianco questa impostazione. La Camera documenta che il contributo straordinario da 115 euro viene finanziato attingendo anche a fondi che dovrebbero sostenere cattura della CO2, trasporto a basse emissioni, ricerca sulle tecnologie pulite, uscita dal carbone, incentivi a rinnovabili ed efficienza energetica, oltre al Fondo nazionale per l’efficienza energetica. È difficile immaginare una rappresentazione più plastica dell’assenza di strategia: si prendono risorse che dovrebbero servire a ridurre la dipendenza futura e le si usa per compensare i danni presenti di una dipendenza che non si riesce a ridurre.

Nello stesso provvedimento, peraltro, il governo e la sua maggioranza rinviano al 31 dicembre 2038 la cessazione dell’operatività delle centrali a carbone. Il PNIEC 2024 parlava di uscita entro il 2025 per il continente e entro il 2028 per la Sardegna. Qui non c’è solo una contraddizione ambientale; c’è una contraddizione politica. Da una parte si dice che l’Italia deve essere moderna, competitiva, sicura. Dall’altra si certifica che, quando la sicurezza energetica viene presa sul serio, la risposta finale resta ancora il carbone. È un’ammissione implicita: il sistema non è stato trasformato abbastanza da rendere credibile il phase-out nei tempi annunciati.

Si arriva così al nodo geopolitico vero. Meloni ha investito molto nel rapporto con Donald Trump. Reuters ha parlato apertamente di “special relationship” in costruzione e ha descritto la premier come possibile interlocutrice privilegiata di Washington in Europa. Il problema non è l’interlocuzione con gli Stati Uniti, che per l’Italia è ovvia e necessaria. Il problema è il modello politico che quella relazione porta con sé. La nuova amministrazione Trump ha formalizzato con l’ordine esecutivo “Unleashing American Energy” una linea apertamente favorevole a oil, gas e coal, revocando una parte importante dell’impianto climatico precedente. Sarebbe semplicistico dire che Roma copia Washington. Ma sarebbe ingenuo non vedere che l’attuale destra di governo si muove dentro la stessa grammatica: transizione rallentata, centralità del fossile come garanzia, sospetto verso l’accelerazione verde, emergenza usata come giustificazione permanente.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Quando il quadro internazionale si complica davvero, l’Italia non può presentarsi come un Paese che ha costruito margini di autonomia; può solo negoziare in fretta nuove coperture esterne. Ecco perché la missione nel Golfo non è una dimostrazione di forza. È la dimostrazione che il sistema resta esposto. Se l’approvvigionamento di GNL dal Qatar si ferma o rallenta, se Hormuz diventa instabile, se il petrolio mediorientale entra in una nuova fase di rischio, Roma non ha un cuscinetto strategico sufficiente. Ha diplomazia, relazioni, Eni, capacità negoziale. Ma non ha ancora costruito fino in fondo la sola vera assicurazione energetica disponibile a un Paese europeo povero di materie prime: produrre più energia in casa e consumarla in un sistema meno dipendente dal gas.

Per questo la questione non è se Meloni sia “attiva” oppure no. Certo che è attiva. Il punto è se questa attività abbia prodotto un miglioramento strutturale della posizione italiana. I dati dicono che la dipendenza dal gas estero resta altissima, che i prezzi dell’energia restano sopra la media europea, che la traiettoria delle rinnovabili non è ancora coerente con il 2030, che lo Stato continua a privilegiare il sussidio alla bolletta rispetto all’investimento di sistema e che il carbone, quando le cose si complicano, torna a essere la rete di sicurezza. Non è prudenza. È l’ennesima politica del rinvio presentata come realismo.

E allora sì: la definizione giusta, in termini giornalistici ma anche economici, è che agli italiani si continua a vendere la rappresentazione della sicurezza energetica al posto della sua costruzione. Si vola nel Golfo, si annunciano misure straordinarie, si rivendica il rapporto con Washington, si parla di sovranità. Ma la sovranità energetica non è uno slogan, e nemmeno una postura internazionale. È una struttura materiale fatta di capacità installata, reti, accumuli, tempi autorizzativi, investimenti coerenti. Finché quella struttura resta incompleta, la promessa di autonomia resta un racconto. E il prezzo di quel racconto continua a finire in bolletta.

Daniela Piesco Direttore Responsabile

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