Quando la maschera cade , il personaggio resta solo con ciò che è. Per Bruno Vespa il momento è arrivato il 10 aprile 2026, in diretta su Rai1, quando ha intimato il silenzio a un parlamentare della Repubblica che aveva osato ironizzare sulla sua imparzialità. “Questo non glielo consento. Stia zitto.” Trent’anni di Porta a Porta condensati in un ordine. Non in un argomento, non in una domanda. In un ordine.
La deontologia giornalistica non è una clausola contrattuale. È il principio fondativo che distingue il giornalista dall’uomo di potere con un microfono in mano. Il Codice deontologico della professione impone al giornalista che conduce un dibattito pubblico di garantire la libertà di espressione degli interlocutori, non di sopprimerla quando diventa scomoda. Vespa ha violato quella norma in pubblico, davanti all’Italia, e si è difeso rivendicando decenni di correttezza come se il passato fosse un’assoluzione permanente. Non lo è.
Il problema non nasce il 10 aprile 2026. Ha radici profonde e documentate. Quando era direttore del TG1, tra il 1989 e il 1992, Vespa venne attaccato pubblicamente per aver dichiarato di considerare la Democrazia Cristiana il suo “editore di riferimento” (Wikipedia) — affermazione incompatibile con il mandato di servizio pubblico di una televisione finanziata dai cittadini. Non era un’indiscrezione trapelata: lo disse. Lo disse e rimase al suo posto.
Anni dopo, intercettazioni telefoniche portarono a galla la frase “La puntata gliela confezioniamo addosso (Anarcopedia) “, pronunciata in riferimento a un esponente politico ospite del programma. Il direttore RAI Claudio Petruccioli definì quel metodo “giornalisticamente miserevo (Anarcopedia) le”. Vespa si difese. E rimase al suo posto.
Nel 2019 la Federazione Nazionale della Stampa Italiana contestò a Vespa un’intervista a una vittima di tentato femminicidio andata in onda su Porta a Porta, definendola priva di deontologia professionale (Il Fatto Quotidiano) . Il caso arrivò in Parlamento e ai vertici aziendali. Vespa definì la polemica “violenta”. E rimase al suo posto.
Nel gennaio 2025, dopo un intervento sul caso Almasri, l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti RAI, definì la sua chiosa “un’arringa” e non informazione, aggiungendo che si trattava di “propaganda che sa di regime” (Today) . Esponenti del PD lo definirono il portavoce ufficiale di Palazzo Chigi. Vespa replicò. E rimase al suo posto.
C’è poi una vicenda che da sola vale più di qualsiasi analisi. In una lettera al CdA della RAI, scritta per evitare un taglio al proprio compenso, Vespa dichiarò di essere un artista e non un giornalista, affermando di fare spettacolo e non informazione (Gli Stati Generali) . È uno dei documenti più rivelativi nella storia del giornalismo italiano: un uomo che per decenni ha preteso il prestigio della categoria professionale rinunciando formalmente alla sua appartenenza nel momento in cui quella categoria gli costava qualcosa.
Vespa è governativo per antonomasia, lo è con tutti coloro che vanno al potere (Marcello Veneziani) , ha scritto con lucidità il saggista Marcello Veneziani. Non è una questione di destra o sinistra: è la struttura stessa del personaggio. In tutte le stagioni politiche è sempre stato considerato piuttosto filogovernativo (Il Post) , dalla DC a Berlusconi, da Renzi a Meloni. Il potere cambia, Vespa resta. Questo non è pluralismo: è adattamento. È la capacità del mollusco, non la virtù del giornalista.
Quando il deputato Provenzano ha ironizzato sulla sua collocazione, Vespa non ha risposto con argomenti. Ha risposto con la voce e con il dito. Perché gli argomenti, in quel frangente, non esistevano. Esisteva solo la fragilità di chi costruisce la propria reputazione sull’immagine della terzietà sapendo, nel profondo, quanto quell’immagine sia fragile.
Il consigliere RAI Roberto Natale ha detto che il Vespa di un tempo, rivedendo il video, si scuserebbe. Può darsi. Ma il punto non è il tono di quella sera: è il metodo di trent’anni. Un metodo che il servizio pubblico italiano ha tollerato, protetto e finanziato con il canone di tutti.
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