di Daniela Piesco Direttore Responsabile
Non serve attendere i dati definitivi di questa notte per dire una cosa scomoda: quello che sta accadendo oggi sul Calore era previsto. Non nel senso vago con cui si dice “prima o poi succederà”. Nel senso tecnico e documentato: le mappe regionali di pericolosità idraulica, aggiornate tra il 2015 e il 2024, classificano l’area di Pantano come zona ad alto rischio idraulico. Il Piano Stralcio per l’Assetto Idrogeologico esiste dal 2015. Il Centro Operativo Comunale è attivo, la sorveglianza aerea dei Vigili del Fuoco monitora il Calore in piena sul tratto di Pantano. Tutto funziona — nella gestione dell’emergenza. È la prevenzione che non funziona.
Un bacino che non perdona
Per capire perché il Calore esonda con questa regolarità, occorre partire dalla geografia, non dalla cronaca. Il bacino idrografico del Calore misura 3.058 chilometri quadrati , un’area vasta, appenninica, con portata media di 33 metri cubi al secondo alla foce ma con picchi di piena che in poche ore moltiplicano quel valore in modo esponenziale. Benevento si trova nel punto geometricamente più critico di questo sistema: la conca in cui il Calore riceve gli apporti del Sabato, del Tammaro e di altri affluenti minori in un tratto ristretto. Quando precipita intensamente sull’intero bacino , come nelle ultime 24 ore , l’onda di piena converge simultaneamente da più direzioni.
L’alveo non ha capacità di smaltimento sufficiente.
A questo si aggiunge una criticità strutturale che i geologi segnalano da decenni: l’accumulo progressivo di detriti e sedimenti riduce la sezione idraulica del fiume, abbassa la soglia di tracimazione e rende ogni piena più pericolosa della precedente. Non è un fenomeno naturale inevitabile , è il risultato di una manutenzione discontinua, episodica, sempre in ritardo rispetto al fabbisogno reale.
Il 2015 come spartiacque mancato
Il 15 ottobre 2015 il Calore e il Sabato esondarono. Pantano, Serretelle e la piana del cimitero furono allagati. Una donna perse la vita. Le infrastrutture, le imprese e centinaia di abitazioni subirono danni che lo Stato quantificò in decine di milioni di euro , i soli fondi stanziati per gli indennizzi ammontarono inizialmente a 80 milioni. Quella tragedia avrebbe dovuto essere lo spartiacque. Il punto di non ritorno oltre il quale la città e le istituzioni cambiavano approccio.
Non è andata così.
Nel 2020 furono previsti 50 milioni di euro per interventi di manutenzione su Calore e Sabato. Ad oggi le opere più complesse , stimate in 20 milioni , risultano ancora in fase di progettazione. Nel 2025 la Provincia ha completato interventi di difesa spondale a Pantano, Cellarulo e Serretelle per 1 milione e 245mila euro: lavori necessari, apprezzabili, ma parziali rispetto alla scala del problema. I geologi continuano a segnalare rischi persistenti.
Gli argini restano fragili. I detriti non vengono rimossi con la sistematicità che il fiume richiederebbe.
Il circolo che nessuno vuole spezzare
Il meccanismo è noto a chi lavora sul rischio idrogeologico: si spende in emergenza molto più di quanto costerebbe la prevenzione ordinaria. Le “somme urgenza” , gli stanziamenti post-disastro , sono lo strumento prevalente. Sono più rapide burocraticamente, più visibili politicamente, più facili da comunicare. La manutenzione ordinaria, invece, è invisibile quando funziona e ha un costo distribuito nel tempo che nessun ciclo elettorale tende a premiare.
Il risultato è strutturale: argini che si degradano tra un intervento straordinario e l’altro, alvei che si riempiono di sedimenti tra un dragaggio e il successivo, piani urbanistici che , come evidenziano le stesse mappe del PSAI , convivono con insediamenti in aree classificate a rischio elevato.
Cosa servirebbe, concretamente
Non mancano le soluzioni. Manca la continuità politica e finanziaria per attuarle. I tecnici le elencano da anni: dragaggio sistematico dell’alveo, consolidamento e sopraelevazione degli argini nei tratti critici, forestazione dei versanti per rallentare il deflusso superficiale, revisione dei piani urbanistici nelle zone R3 e R4 del PAI.
Su quest’ultimo punto vale la pena essere diretti: il Piano di Assetto Idrogeologico indica le aree ad alto rischio. Quelle aree non sono vuote. La domanda su come siano state popolate, e con quali autorizzazioni, è una domanda che la politica locale non ha ancora affrontato con la trasparenza che i cittadini meritano.
A livello di sistema, i fondi europei per la resilienza climatica esistono e sono accessibili, ma richiedono progettualità, coordinamento interistituzionale e una visione che superi il mandato amministrativo singolo.
Tre cose che il Sannio fatica storicamente a mettere insieme.
Quello che accade stasera..
Il COC è attivo. I Vigili del Fuoco sorvolano il Calore. Via Ponticelli, via San Pasquale, via Cupa Ponticelli e via Cimitero sono sotto allerta. I cittadini sono invitati a non muoversi. Tutto questo è necessario e va fatto.
Ma domani, quando l’acqua scenderà e i comunicati si rarefanno, resterà la stessa domanda di sempre: questa città ha deciso di investire nella prevenzione, o aspetta la prossima emergenza per ricordarsene?
La risposta, finora, la conosciamo tutti.
